La solitudine europea dei cinque stelle

Ci deve aver messo qualcosa di molto personale Guy Verhofstadt nella dura polemica con Giuseppe Conte l’altro giorno a Strasburgo. Nel gennaio dell’anno scorso il belga presidente del gruppo liberale al parlamento europeo (ALDE) aveva rischiato quasi di perdere la poltrona per aver accettato di fare la sponda ai mandanti politici di quello che sarebbe poi diventato il capo del governo italiano per il più spettacolare cambio di casacca politica nella storia dell’assemblea: la transumanza in blocco dei deputati pentastellati dal gruppo “Europa della Libertà e della Democrazia Diretta” (EFDD) al gruppo liberale. L’operazione era stata negoziata in fretta, e soprattutto in segreto, dallo stesso Verhofstadt con Grillo in persona, ma i deputati di ALDE si ribellarono, lo misero in minoranza e la manovra andò in fumo a Bruxelles con lo stesso clamore con cui era stata annunciata in Italia e fatta votare in fretta e furia dalla Casaleggjo & associati ai docili attivisti della Rete.

Sono passati tredici mesi, ma il problema dei grillini è rimasto lo stesso: la collocazione politica nel parlamento e quindi il posto dove far accomodare nelle aule di Strasburgo e di Bruxelles quelli che saranno eletti nelle loro file il 26 maggio. Attualmente, fallita l’operazione transumanza, i 15 eurodeputati pentastellati convivono nel gruppo EFDD con gli uomini dell’Ukip di Nigel Farage (che ovviamente non ci saranno più dopo la Brexit), con i Demokraterna svedesi che, a dispetto del nome, sono un partito xenofobo di estrema destra, con un variopinto ventaglio di ultranazionalisti polacchi, cèchi e lituani, una transfuga dal Front National e l’unico deputato europeo di Alternative für Deutschland, l’estrema destra tedesca. I loro alleati in Italia, i leghisti di Salvini, albergano invece nel gruppo “Europa delle Nazioni e della Libertà” (ENF) insieme con le destre estreme più consolidate e meglio conosciute: le truppe del Rassemblément (fu Front) National di Marine Le Pen, gli olandesi di Geert Wilders, gli ultranazionalisti belgi del Vlaamse Blok, gli austriaci della FPÖ e altri minori. Per completare l’elenco dell’estrema destra nel parlamento europeo ci sono da aggiungere i polacchi del PiS (Diritto e Giustizia) di Jaroslaw Kaczyński, i quali fino alla Brexit condividono con i conservatori britannici  il gruppo “Riformisti e conservatori europei” (ERC), e gli uomini del Fidesz di Viktor Orbán, i quali invece si trovano perfettamente a loro agio nei ranghi del PPE, nonostante che la loro dottrina e le loro pratiche di “democrazia illiberale” non siano precisamente organiche al pensiero liberaldemocratico di ispirazione cristiana cui si ispirerebbe, almeno in teoria, il partito popolare.

Il quadro delle destre nell’europarlamento, come si vede, è molto variegato et pour cause: i partiti nazionalisti, anche, e soprattutto, quelli nella versione 2.0 del sovranismo sono per definizione refrattari alla logica delle alleanze sovranazionali che è invece quella che domina la struttura, agglutinante per gruppi, dell’Assemblea di Strasburgo. È ragionevole pensare, tuttavia, che con il voto di fine maggio si andrà verso una semplificazione. Non la “Lega delle leghe” indicata come obiettivo mesi fa da Salvini e neppure un organico  Rassemblément (inter)nationale bicefalo con l’italiano e Marine Le Pen alla testa, ma quanto meno un unico gruppone che tenga insieme i partiti più grossi e più significativo della galassia della destra-destra. Un gruppo che avrà di fronte a sé l’alternativa tra l’opposizione sovranista dura e pura o una strategia se non di alleanza almeno di condizionamento dall’esterno del centro moderato, favorito dagli scivolamenti populisti che si manifestano con una certa frequenza ed evidenza nei partiti di alcuni paesi, per esempio la CSU in Germania ma anche Forza Italia che qualche settimana fa ha ritenuto opportuno votare contro la mozione di condanna ad Orbán approvata dall’Assemblea anche con il voto del grosso del PPE.

Ma se questo è il trend, le prospettive dei cinquestelle si fanno decisamente più nere. Già in grande difficoltà a mantenere il proprio profilo in Italia, con lo scomodissimo alleato-nemico che se le mangia politicamente a cena e a colazione, le truppe di Di Maio rischiano di trovarsi nel parlamento europeo in un isolamento totale. Per costituire un gruppo parlamentare sono necessari 25 deputati, provenienti da almeno un quarto degli stati membri, ovvero (fino alla Brexit) da sette paesi. In mancanza, si finisce nel gruppo misto. Per ora, per quanto se ne sa, dai cinquestelle sono stati presi contatti con personalità, gruppi e gruppetti di tre o quattro paesi e nessuno ha la certezza di eleggere davvero qualche deputato. Neppure i gilè gialli francesi, dei quali si dice che sarebbero almeno due, se non addirittura tre, le componenti, in concorrenza fra loro, che intenderebbero presentare liste. L’intenzione di prendere contatto con una di queste componenti, la Ric (Référendum d’initiative citoyenne) di Ingrid Lavavasseur, sarebbe stata la ragione della sciaguratissima trasferta politica in Francia di Di Maio e Di Battista che ha fatto precipitare la crisi diplomatica con il richiamo dell’ambasciatore. E probabilmente non è finita lì: la scelta dell’interlocutore tra le file dei gilè gialli nella figura di Christophe Chalençon sta per attrarre nuovi fulmini sulle teste dei dirigenti grillini, che avevano candidamente ammesso di essere andati a cercare come alleato proprio lui. C’è già qualche anticipazione su un’intervista in cui il personaggio in questione non si risparmierebbe in toni truculenti e minacce di nuove violenze. Quando diverrà pubblica, saranno nuove polemiche e nuovi guai.