La sinistra perduta tra fughe e Narcisi

Come un camion di frutta rovesciato, la cultura del Partito si era dispersa in ogni direzione. Il referendum era presto uscito dai radar, rimosso. Critiche e opinioni le più varie riguardavano ormai l’intera essenza del Partito, e molte spingevano a una revisione implicita della linea del vecchio Segretario. I veri leader di questa tendenza tacevano prudentemente, o rilasciavano dichiarazioni in cui le poche affermazioni utilizzabili per le congetture di Ernesto erano sommerse da generosa ovatta da imballaggio. Parlavano invece i colonnelli e i caporali, Narcisi e professori, assaporando il gusto di interviste e fotografie che li avevano sempre sfiorati.

Non c’era giorno in cui, sul tavolo di Marcello, Ernesto non vedesse i ritagli incriminati, vigorosamente sottolineati. “Hai letto?” domandava Avanzini, e per ciascuno degli autori aveva pronto un aneddoto che lo collocava nel girone appropriato dell’Inferno. L’uno era un ingrato, salvato dalla retrocessione proprio da quelli che ora combatteva; l’altro un trombone che da troppo tempo non aveva più niente da dire. Chi si era venduto mani e piedi agli industriali, chi ai socialisti; chi spasimava per un incarico, chi per una collaborazione a qualche testata. Nel merito, non entrava mai, o meglio c’era una risposta unica per tutti, che quella era una liquidazione del Partito, una resa, che avrebbe portato a un completo appannamento della sua prospettiva ideale, dei caratteri, della coesione, provocando abbandoni e fughe e una complessiva perdita di senso.

“Dobbiamo andare avanti,” proseguiva Marcello con maggiore sincerità di tanti altri. “Il governo è in difficoltà. Non ha risolto problema, uno solo. Gli presenteranno il conto, vedrai, hanno già cominciato a farlo. E questi compagni che ci criticano per quello che abbiamo fatto… ma nel Partito eravamo tutti d’accordo, allora. Chi si levava a protestare? Nessuno. E poi la nostra è l’unica scelta da fare… ma come, levare le castagne dal fuoco al Governo, proprio quando è alle corde!”. E prendeva i giornali economici, citava i numeri del disavanzo commerciale, della disoccupazione, del deficit. “Voglio vedere come faranno a tagliare la spesa pubblica! Quali contrasti, quante liti ci saranno!”.

Ernesto taceva.

Marcello aveva guardato in alto, verso la lampada al neon sempre accesa, come per trovare un’ispirazione. “Noi non dobbiamo aver fretta, adesso,” disse con tono più pacato. “Sono al governo? Ci provino a governare. Noi facciamo la nostra opposizione. E intanto costruiamo il programma dell’alternativa, e con quello ci presenteremo alle elezioni. Vedrai, vedrai,” aggiunse come per fronteggiare una plausibile obiezione, “che non saremo soli allora. Molti capiranno. Vedrai quante cose succederanno di qui all’87.”

Una strana commozione si impadroniva di Ernesto. Marcello non lo aveva convinto. Era commosso perché sentiva nel proprio duplice scetticismo non solo una questione sua personale, ma il problema oggettivo di tutto il suo Partito, qualcosa di tragico. Avevano perso una guerra, questo era il dopoguerra. Beato Marcello che aveva già vissuto tanti anni all’ombra delle bandiere, fortunato lui che poteva ancora andare a caccia di avversari nel Partito, e pensare che il problema fosse di sconfiggerli, di salvare la linea politica dalla pericolosa banda dei quattro. Ernesto era fatto in un altro modo. Ma in Marcello c’era, quel giorno, qualcosa di eroico.

Avanzini capì. “Sono i giovani come te che devono costruire il programma. Noi siamo vecchi ormai, il Partito sarà vostro… dobbiamo preparare i quadri per l’indomani. Io conto molto su di te.”

Ernesto aveva un nodo alla gola; strinse la mano di Marcello, disse “sì”, e uscì.

(Enrico Menduni, “Caro Pci”, 1986)