La sinistra italiana
ha bisogno di idee,
non di maquillage

Vi immaginate la SPD tedesca, fondata nel 1863, sciogliersi e  cambiare nome perché ormai inchiodata dai sondaggi più favorevoli  al 15%? No. E non si scioglie nemmeno il PS francese, che di anni ne ha soli cinquanta, e ormai naviga miseramente tra il 5% e l’8%,  dietro i Verdi e la sinistra radicale. Non cambia neanche il Labour, che ha vinto le ultime elezioni nazionali nel 2005, e s’è sciolto il PSOE quando, dopo i crolli elettorali del 2011 e del 2015, sembrava cedere il passo a Podemos. In Europa cambiano i  leader e i gruppi dirigenti, si aggiornano e modificano le linee programmatiche e le piattaforme politiche, ma i partiti restano. In Italia, invece, accade l’opposto: in assenza di una qualsiasi cultura politica, la classe dirigente si ricicla e si conserva mentre i partiti si fondono, si scindono e si sciolgono.

Operazione di marketing?

Così, dopo dodici anni di storia non propriamente gloriosa, anche il brand PD sembra pronto alla sostituzione. “Nel PD cambia tutto. Dunque, come al solito, non cambia niente?” si chiedono i protagonisti della vignetta di Ellekappa messa, su Repubblica dell’11 gennaio, a margine dell’intervista con cui il segretario ha annunciato il “Partito nuovo”. La battuta ha colto tutto il senso di quella che rischia di diventare un’altra operazione di marketing, priva di qualsiasi valore politico. Da quando il PCI si è sciolto nel PDS nel 1991, la principale formazione della sinistra italiana ha già cambiato nome tre volte e questa sarebbe la quarta. Se quella svolta, però, fu il risultato di un lungo e partecipato  processo politico, iniziato mesi prima della Bolognina del novembre 1989, le evoluzioni successive sono state semplici maquillage  commerciali/elettorali condotti dai gruppi dirigenti per la propria autoconservazione, senza alcuna analisi profonda della realtà  politica italiana e internazionale, senza alcuna precisa idea della società e del mondo. Il “Partito nuovo” immaginato da  Zingaretti sarà, dunque, la rifondazione del PD su nuove basi
politico-programmatiche o, invece, tutto si risolverà in un “nuovo Partito” come chiesto da Bersani, pochi giorni dopo, sempre su Repubblica?

Alla Sinistra non servono nuovi marchi né slogan accattivanti per  tornare a parlare all’elettorato che, negli ultimi trent’anni, ha abbandonato per strada. Serve, invece, “solo” una buona  offerta politica. La Sinistra deve rispondere alle paure generate dalle diseguaglianze, dalla precarietà, dalla perdita di benessere  e dalla nuova povertà con proposte chiare e con gruppi dirigenti credibili. Ben venga dunque il “Partito nuovo” come luogo per  l’elaborazione di queste proposte e l’incubazione di una leadership capace di realizzarla. Del “nuovo Partito”, utile solo a garantire un altro giro di giostra a qualcuno, possiamo farne  a meno. Pensate all’SPD, al PSOE, al PS, al Labour…