Sinistra prigioniera
del pensiero unico

Oggi si sente dire da molti che la destra vincerà le prossime elezioni: è possibile, anche per responsabilità delle forze del centro sinistra che non riescono a trovare un punto dell’unione, lasciandosi travolgere da ambizioni personali, risentimenti, incapacità di mettersi in sintonia con le esigenze del Paese. Un paese turbato, profondamente rancoroso, colpito nei ceti più modesti da una crisi che ha distrutto vecchi blocchi sociali, antiche appartenenze, tradizionali forme di organizzazione politica e sociale, aprendo una fase integralmente nuova della nostra storia.
Se c’è una cosa che colpisce di fronte agli immensi processi di trasformazione in atto in Italia ma anche in Europa, è l’incapacità di cogliere quello che sta accadendo. E’ la miopia, specie delle classi dirigenti, davanti a fenomeni strutturali che stanno mutando in profondità la vita di milioni di persone e che incideranno a fondo in quelli che saranno gli assetti sociali e politici che si imporranno nel XXI secolo.

Ma non è un caso che questo accada. Se c’è un carattere proprio della nostra epoca è il dominio della ideologia, il prevalere di modalità ideologiche nell’approccio alla realtà. Che alla fine mascherano, in modo consapevole, i dati reali generando una visione delle cose che non ha alcuna base reale. Oggi la valutazione di ciò che accade sotto i nostri occhi – e che si potrebbe toccare con mano perché riguarda la vita elementare, materiale, degli individui – è imperniata sul rovesciamento sistematico di apparenza e realtà, fra ciò che effettivamente avviene e il modo con cui viene percepito o pensato.

È un fenomeno che viene da lontano. Sta qui l’essenza di quello che è stato chiamato “berlusconismo”, che prima di essere una opzione politica, un modo di concepire l’Italia e il governo, è stato precisamente questo: un rovesciamento programmatico e consapevole di apparenza e realtà. Appunto, una ideologia nel senso forte della parola, che è riuscita a penetrare in tutti gli schieramenti politici, imponendo punti di vista, valori, ordini del giorno. Sì, anche nel campo della sinistra che non è stata capace di difendersi, di elaborare un punto di vista alternativo, finendo per diventare forza subalterna, incapace di avere una visione autonoma dell’Italia e dei problemi principali del mondo contemporaneo.
Se si volesse indicare il primo punto che le forze di sinistra dovrebbero mettere all’ordine del giorno è precisamente la dissoluzione della nebbia ideologica in cui sono state rinchiuse. Dovrebbero riafferrare i problemi reali. Ed è la condizione essenziale per riuscire a declinare i punti programmatici di uno schieramento riformatore che deve essere in grado di raccogliere tutti quelli che sono interessati a un reale cambiamento del Paese – dai moderati a coloro che sono collocati a sinistra, anche all’estrema sinistra, ma si muovono in una prospettiva politica che assume come centrale il problema del governo .

Prendiamo un punto fondamentale, intorno al quale si sta svolgendo in questi mesi una dura battaglia non solo in Italia. E’ un tema destinato a pesare sia nell’immediato che nei prossimi decenni: il problema dell’immigrazione. Mi riferisco a tutti i fenomeni che riguardano spostamenti di masse di individui dai loro paesi di origine verso l’Italia e l’Europa. È un processo immenso, destinato – volenti o nolenti- a cambiare la composizione demografica della nazione italiana ed anche dell’Europa e quindi il volto sociale, culturale, religioso delle nostre città. Ed è un processo inarrestabile, perché nasce da radici materiali profonde, da bisogni elementari e perciò potentissimi, da scelte di vita drammatiche: non si lascia il proprio paese, tagliando i rapporti con tradizioni, modi di vita secolari se non si è giunti al convincimento che non c’è altra strada se non quella di partire. Una scelta estrema , generata da una lunga, e ormai insostenibile, disperazione.

Che a un fenomeno di questa portata si intreccino episodi gravi, atroci, in cui gli uomini danno il peggio, è un fatto. Come è un fatto che essi, quando accadono – come accadono tra di noi italiani, basta leggere la cronaca – debbano essere repressi. Ma senza farsi troppe illusioni: la storia, specie quella delle migrazioni di popoli, è terribile, non si fa con i “pater nostri”, è piena di sangue e di morti. Ma appunto per questo va governata, sapendo che si tratta di un processo che non solo non si arresterà ma durerà per anni. E questo richiederebbe alle classi dirigenti dell’Italia e dei paesi europei la capacità di riuscire a guardare oltre l’esistente, oltre le colonne d’Ercole delle nostre storie. Cominciando a pensare a un’altra Italia, a un’altra Europa differenti da quelle nelle quali siamo nati e cresciuti. Bisogna saperlo: fra pochi decenni vivremo in un mondo diverso, e non è detto che debba essere necessariamente peggiore di quello in cui siamo ora. Dipende anche da noi.
Avviene, invece, il contrario: persino una misura di elementare civiltà generata dalle cose come lo Ius Soli diventa difficile ed è rimandata alle calende greche. Perché avviene questo? Perché anche qui l’ideologia ha vinto, stravolgendo i dati effettivi. Una questione politica, di ordine etico e di diritti civili, viene ridotta a una questione quantitativa e confusa con la paura degli sbarchi. L’ideologia gonfia i numeri, come se Annibale fosse ormai alle porte e Roma stesse per essere presa e saccheggiata. E, sempre sull’onda di questa ideologia, si eccita il sentimento che spinge gli uomini a dare il peggio di se stessi: la paura, il terrore, che inducono a vedere nell’altro non la via per riconoscersi come diceva Platone, ma il principio della distruzione nostra e della nostra civiltà, da cui difendersi in tutti i modi.

Si tratta di un’operazione che sembrerebbe difficile e che invece riesce perché quando l’ideologia trionfa la realtà non viene più vista: anzi viene rovesciata in modo sistematico. E il migrante, prima ridotto a numero e disumanizzato, viene percepito come il nemico da abbattere, come ingombro di cui liberarsi, se si vuole sopravvivere come civiltà – così dicono gli esponenti della destra rimettendo in circolazione temi e motivi che sembravano morti per sempre.

Ma è proprio qui che la destra ha vinto, ed è qui che le forze di sinistra hanno un’enorme responsabilità. Perché non riescono ad uscire dalla ideologia dominante, non riescono a mostrare le radici materiali del processo e da cosa sia stato determinato. Non sanno delineare il mondo verso cui stiamo andando, e le potenzialità materiali che esso comprende dal punto di vista della nostra comune umanità. Stentano – ed è questa la loro responsabilità più grave – a salire dalla dimensione quantitativa, del “numero”, a quella del senso, del “valore” di quello che sta accadendo sotto i nostri occhi. Non riescono in sostanza a capire cosa esso significhi per tutti, e non solo per quelli che sfidano il mare per sopravvivere. La sinistra dimostra di essere incapace di avere un punto di vista generale e resta immersa nel particolare, da cui non riesce a sollevarsi. E’ così che si perde ogni capacità critica e progettuale. Ed è così che la sinistra, impegnata in una dura e complicata attività di governo, finisce con l’essere schiacciata dall’esistente di cui occorre ovviamente tener conto ma che non può diventare l’unico orizzonte di riferimento, almeno per una forza che si propone il cambiamento. A sinistra oggi manca quella che possiamo chiamare la “grande politica”.

Ma se è a questa che occorrerebbe guardare, qualora vinca la destra avverrà il contrario. L’Italia si chiuderà dentro se stessa, il “diverso” sarà messo alla porta o abbattuto. L’ideologia trionferà e al suo centro si impianterà, come sta già accadendo, il concetto di razza: la nazione come sangue e terra. Un enorme passo indietro per l’Italia e per la nostra comune umanità che è tanto più forte quanto più è costituita di differenze di punti di vista culturali, religiosi, politici.

Ma sarà una strada senza uscita: come aveva capito padre Ernesto Balducci, un grande profeta, questo processo non si fermerà perché nasce da bisogni elementari, dalla materialità della vita quotidiana. E occorrerà prima o poi, saperlo affrontare con gli strumenti della ragione e della politica, con freddezza. Considerandolo per quello che è fuori da ogni ideologia: un nuovo, complicato, contraddittorio e anche sanguinoso momento di trasformazione della nostra storia comune. È questa la sfida che dobbiamo affrontare, ma non è scritto da nessuna parte che ce la faremo. Molte civiltà sono uscite dalla storia precipitando nella barbarie. Può accadere anche a noi se l’ideologia della destra – con il carico di paura di cui è pervasa – riuscirà a prevalere e se la sinistra non riuscirà a far vincere un’altra idea del mondo.