La sinistra torni popolare o scomparirà

David Broder, un giovane storico che scrive su Jacobin Magazine, nei giorni scorsi ha detto così: “La sinistra italiana guarda al passato e all’estero ma mai al futuro. Per recuperare terreno deve dare una speranza a chi guadagna 5 euro all’ora. Gli umiliati e offesi, abbandonati e senza speranze, erano in brutta situazione ed hanno votato per brutti partiti”. Non basta solo questo per dare un futuro alla sinistra, ma è una indicazione fondamentale.

Ora la sinistra deve ripartire dalle fondamenta e dare al Paese una sinistra popolare e di governo; se non lo farà sarà la fine di una storia gloriosa. Quello che i militanti di Liberi e Uguali hanno fatto in poche settimane di campagna elettorale non dovrà andare disperso. In primo luogo si dovrà tornare a parlare con i tanti compagni e compagne che si sono impegnati. Il loro ascolto e le loro proposte aiuteranno a trovare forza e idee giuste. Il cammino che ci attende è molto lungo. Dopo la sconfitta circola anche a sinistra l’idea che le ideologie sono scomparse e che per tornare a vincere occorre liberarci di vecchie categorie come destra e sinistra o vecchie idee come il socialismo. Invece, per salvare e rinnovare la sinistra, è “necessario ritirarla verso il suo principio”: il socialismo.

Sono convinto che la vittoria del M5S sia iniziata anche in Italia proprio con la sinistra che si sposta verso il centro, che insegue Blair, che diventa liberal-democratica e sposa supinamente il mercato lasciando che diminuiscano le tutele e i diritti dei ceti popolari. Dopo la sconfitta, per costruire la sinistra del nuovo secolo, occorre tornare alle idee e ai principi del socialismo, ad una analisi critica della società capitalistica e a proposte forti e chiare per la piena occupazione, contro la precarietà e per la riduzione dell’orario di lavoro, per salari e pensioni dignitose, per una sanità, una scuola e un’università pubbliche, di qualità e accessibili a tutti, per servizi pubblici controllati dallo Stato nell’interesse di tutti, per investimenti pubblici nella sicurezza idrogeologica e sismica e nella rigenerazione delle città. Le risorse per fare tutto questo si possono trovare chiedendo un sacrificio a quel dieci per cento di popolazione più ricca per reddito e patrimonio e in particolare nella lotta all’evasione fiscale che nel nostro Paese è a livelli intollerabili.

Il socialismo è storicamente la lotta per l’emancipazione e la protezione dei ceti più deboli. Se la sinistra vi rinuncia saranno altri ad occuparsene e lo faranno a modo loro, come appunto sta avvenendo. Certo, per fare questo rinnovamento tornando ai principi del socialismo occorrono anche linguaggi, messaggi e organizzazioni nuove e adatte ai tempi. Ma soprattutto servono persone credibili, perché non si risolve il problema con gli stessi che lo hanno creato, anche se in buona fede. Di fronte al fallimento di un’intera fase della sinistra italiana e della sua classe dirigente, non si devono buttare via anche le idee del socialismo ma esplicitamente tornare ad esse. Togliatti invitava i suoi compagni ad “aderire a tutte le pieghe della società italiana”, per vincere quella cronica incongruenza tra popolo e Stato che caratterizzava la storia italiana sin dall’Unità. Quella incongruenza è tornata forte e ha preso il verso di una rottura sentimentale tra popolo e classi dirigenti, tutte, noi compresi. Siamo giunti in fondo e l’unica cosa che ci resta da fare è ricominciare, riascoltando il suono antico delle parole dei nostri maestri. Non è la prima volta. Il nostro animo di sinistra ha sempre avuto una profonda relazione con la sconfitta e con le sue tragiche conseguenze ed è anche di questo che si è nutrita la nostra utopia che deve essere severa e umanissima.

Quanto alla formazione del nuovo governo, trovo sbagliato e anzi suicida pensare a un sostegno di qualunque tipo al M5S. A sinistra sono molti gli appelli a dare vita a un governo Cinquestelle, come una sorta di abdicazione, fino ad affermare che adesso sono loro la sinistra e che dobbiamo prenderne atto. Io penso che il M5S sia una formazione politica reazionaria e dagli incerti contorni democratici. Tuttavia, se non dobbiamo sottrarci al dibattito, come vogliono molti compagni, allora le condizioni vanno messe e devono essere chiarissime. È, ad esempio, pregiudiziale che il M5S risponda alla domanda su cosa intende per “repubblica dei cittadini”, su cosa pensa della democrazia rappresentativa della Costituzione e sul ruolo delle istituzioni democratiche in rapporto all’obiettivo della democrazia diretta, che finora è stato esercitato con una piattaforma digitale gestita in modo autoritario da Grillo e da Casaleggio. Conoscere l’idea di democrazia di coloro a cui vogliamo sia affidato il governo del Paese è un dovere etico ancor prima che politico. In secondo luogo, dovremmo chiarire ai Cinquestelle che non avendo la maggioranza assoluta dei voti non possono pretendere di fare e decidere tutto da soli. Quindi, comincino a dimostrare la loro buona volontà dichiarando la disponibilità a trovare soluzioni di governo al di fuori di loro stessi, del loro leader e delle loro liste di ministri. È venuto il momento che anche i “grillini” si sporchino le mani, dimostrando di essere sul serio seguaci, come dicono, di De Gasperi e della sua idea della politica che “vuol dire realizzare”.

Lo stesso discorso, in termini politologici, vale per la Lega di Salvini. Ma siccome noi non andremo mai con la destra e saremo certamente coerenti a questo impegno preso con i nostri elettori, possiamo fermarci qui. Dunque io credo che Salvini e Di Maio – che hanno vinto da duri e puri con programmi estremi che loro stessi definiscono essere la loro Bibbia e che ora non riescono a formare un governo – dovrebbero fare entrambi un passo indietro, accettare che non possono essere loro i capi di un nuovo governo e di una nuova maggioranza e smetterla di chiedere altri sostegni senza condizioni, aprendosi veramente alla ricerca di alleanze. Sarebbe un primo bagno nella realtà, nella politica come compromesso, e si riaprirebbe una dialettica a destra e anche a sinistra. Si permetterebbe al Presidente della Repubblica di svolgere a pieno il suo ruolo.

Un’ultima nota la rivolgo a quanto dichiarato da Dario Franceschini al Corriere della Sera a proposito di un governo di scopo. Oggi, per un governo di scopo, serve uno scopo serio. Il Censis dice che nel 2017 le assunzioni sono state quasi 9 su 10 a tempo determinato mentre diminuiscono le ore di lavoro per occupato. Vuol dire precarietà e povertà. Un governo di scopo deve darsi, allora, anche lo scopo di diminuire il precariato riportando, dopo un periodo di prova, il lavoro a tempo indeterminato ad essere la forma prevalente di ingresso nel mondo del lavoro. La sinistra e il centrosinistra se vogliono recuperare il terreno che hanno perso non possono continuare a inseguire formule politiciste o continuare a giocare con quella che Cesare Luporini chiamava “vuota fraseologia delle svolte”. La sinistra e il centrosinistra tornino a fare quello per cui sono nati: occuparsi delle attese della povera gente, condurre una lotta contro la povertà e per la piena occupazione, fornire i mezzi culturali e politici ai giovani per il riscatto di chi è rimasto da solo e ha perso la speranza. Nessun leader e nessuna dottrina ci regalerà i buoni risultati che vorremmo conseguire. L’unico orizzonte resta quello dell’impegno e della militanza, giorno per giorno e paese per paese.