La sinistra decida: liberismo o socialismo

Le politiche di austerity europee, la globalizzazione dei capitali e delle merci ma non dei diritti, l’aumento vertiginoso delle diseguaglianze e le conseguenze del cambiamento climatico in termini di migrazioni, impoverimento e disagio, sono i migliori alleati delle nuove destre. Questi fattori hanno un impatto enorme sul ceto medio, sulle dinamiche di coesione sociale e sulla tenuta dei processi democratici. Chi non si pone il problema di combatterli non si può definire di sinistra ma si può a buon titolo dire sia corresponsabile.

In piazza. Foto di Ella Baffoni

Fanno una certa impressione le parole di Napolitano, il giorno dell’insediamento del Senato, che richiamano alcuni di questi temi finalmente posti in connessione con l’espandersi dei fenomeni populisti e delle reazioni politiche radicali. Sembrerebbe quasi non fosse lo stesso Napolitano regista del governo Monti e sponsor dei “tecnici” graditi a Bruxelles, che ci hanno lasciato in eredità quella legge Fornero e quei provvedimenti di macelleria sociale grazie ai quali la Lega e i Cinque Stelle hanno potuto costruire un’ampia base di consenso; o quel Napolitano così vicino al Pd che ha eliminato le ultime tutele sul lavoro rimaste e ha sempre lodato la globalizzazione come vettore di sviluppo e non causa di delocalizzazioni, tagli al welfare, precarizzazione di ogni aspetto della vita, impoverimento dei territori e restrizione del campo delle scelte democratiche, grazie ai quali Cinque Stelle e Lega hanno potuto ergersi a paladini della giustizia sociale promettendo di contrastare queste dinamiche.

Lo hanno fatto con mille contraddizioni, proponendo cose come la Flat tax che contribuirebbe alla redistribuzione della ricchezza verso l’alto, che già è stata enorme in questi anni, o una concezione della democrazia plebiscitaria e giustizialista, nella quale la politica sia ancella del potere economico e non la sua principale infrastruttura. Tuttavia, lo hanno fatto con grande credibilità perché erano impegnati a guadagnare consenso sui temi sociali mentre larga parte dei cosiddetti moderati (o dei loro inseguitori storici) erano impegnati a scandalizzarsi per il populismo, ad erigere cordoni sanitari, bearsi del proprio europeismo e del proprio cosmopolitismo a fronte di una società che giudicano ignorante e retriva.


Napolitano è stato uno dei massimi esponenti del pensiero della compatibilità ai vincoli europei, della stabilità ad ogni costo, della sudditanza della democrazia alle regole della finanza e dei mercati – loro sì, sovrani. Non si può avere la botte piena e la moglie ubriaca, così come non si può avere una educata liberaldemocrazia massacrando la classe media e svuotando i luoghi politici decisionali di senso e potere. Si cita per lui per citare un’intera classe politica, una dottrina, una posizione esistenziale persino, un riflesso condizionato.
Se Berlusconi fosse stato combattuto politicamente e non prima dalla magistratura e poi rimosso dall’asse Berlino-Bruxelles, saremmo usciti dalla Seconda Repubblica con una sinistra ancora esistente perché politicamente consistente, fondata su una visione del mondo e della società e dei rapporti di forza reali. Invece al giustizialismo di Mani Pulite che ha chiuso la Prima, è seguita la demonizzazione e la personalizzazione della Seconda, in spregio ad ogni ragionamento sul presente, sull’economia, sulle dinamiche che davvero contano per le persone.

Non siamo all’anno zero della Sinistra: dove essa ha messo in campo un discorso coerente e sensato sul ruolo dello Stato e con esso la questione della democrazia sostanziale e non solo formale, così come dove ha indicato chiaramente degli assi di riforma radicale della globalizzazione e delle regole europee, ha avuto successo; se non andando al Governo, se non altro spostando l’asse del sentire comune e contrastando le destre e l’antipolitica in modo efficace.
Come ebbe a dire Michéa dei governi francesi, così possiamo dire noi di quelli italiani: “Da vent’anni ogni vittoria della sinistra corrisponde obbligatoriamente a una sconfitta del socialismo”. Se non si parte da questo assunto ogni tentativo di ricostruzione di un campo sarà velleitario, quando non apertamente dannoso: se la sinistra non torna ad essere innanzitutto e primariamente anti-capitalista, tanto vale cercare altrove le ragioni e i mezzi per la propria emancipazione.