Pd e Leu abbraccino
la prospettiva
di un governo “europeo”

Non potremmo cercare di essere tutti un po’ più ragionevoli? La sinistra, come tutto il mondo politico italiano, si sta scannando in queste ore non su Mario Draghi, ma su due icone di Mario Draghi. Chi è il fu presidente della Banca centrale europea? L’economista keynesiano, allievo di Federico Caffè tornato, in qualche modo, alle origini quando ha inventato il quantitative easing per salvare l’euro, operazione che in fondo in fondo altro non è che un intervento pubblico di governo dell’economia, oppure il liberista duro e puro forgiato nel board della Goldman Sachs, l’uomo della trojka che spezzò le reni alla Grecia e ispirò la famosa letteraccia con cui il suo precedessore alla BCE Trichet non fu lontanissimo dall’idea di spezzare le reni anche all’Italia nel segno di una spietata disciplina di bilancio?

il quesito di Margherita

Insomma: il diavolo o l’acqua santa? Ognuno si sceglie l’icona da benedire o da maledire. Solo che a destra si può anche glissare, mentre a sinistra l’alternativa è presentata con la drammaticità del quesito che Margherita pose a Faust: dalla tua risposta dipende tutto e non c’è che un sì o un no. Se sbagli sei dannato. È qui l’errore, crediamo. Non solo perché non esistono mai solo il bianco e il nero e sono in genere le sfumature che fanno la storia, ma anche per la banale considerazione che le persone possono cambiare e non è giusto inchiodarle ai cliché.

È sicuramente meglio, perciò, più ragionevole delle barricate alzate da molti e degli incensamenti di molti altri al grido di “santo subito” intinti nella insopportabile retorica del salvatore arrivato da fuori, aspettare le consultazioni e scoprire che cosa ha da dire e da proporre il Draghi di oggi: quello vero, non la sua fotografia. Partendo comunque dalla constatazione che le posizioni dell’economista che nacque alla scuola di Caffè, si immerse nell’illusione, assai diffusa (allora anche a sinistra), che le liberalizzazioni e la globalizzazione avrebbero modernizzato come si doveva l’economia e poi sostenne le durezze della disciplina di bilancio über alles sono cambiate via via che negli anni l’austerity assoluta predicata non solo a Bruxelles ma soprattutto nelle cancellerie dei grandi paesi andava mostrando non tanto i propri limiti ma la propria insensatezza di fondo e andava solleticando gli istinti animali nutriti dalla demagogia.

La celebra frasetta che in questi giorni viene ricordata su tutti i giornali e su tutti gli schermi, quel “whatever it takes” che fermò lo sgretolamento dell’euro, fu pronunciata nel luglio del 2012 e fu nel gennaio del 2015 l’avvio del quantitative easing, dopo una battaglia campale con i capi della Bundesbank e tutti quelli che si arroccavano nell’idea che alla Banca centrale europea competesse solo di fare il cane da guardia dell’inflazione. Nove e sei anni fa: allora Draghi era un precursore che correva quasi da solo, inseguito dal sospetto che le sue scelte fossero un po’ troppo influenzate dall’amor di patria, una merce che non avrebbe diritto di comparire sulle bancarelle delle istituzioni a Bruxelles e Francoforte.

Macron e Merkel

Poi, secondo una rappresentazione un po’ troppo schematica, è arrivata la pandemia e tutto è cambiato. Emmanuel Macron e Angela Merkel hanno concordato sul fatto che non era pensabile che qualcuno si salvasse da solo, la Commissione europea di Ursula von der Leyen ha compiuto, quasi senza colpo ferire, una giravolta politica assolutamente impensabile fino ad allora. Ha accettato l’idea della condivisione del debito con la creazione dei bond europei per finanziare il grande piano che ha chiamato Next Generation EU a significare non solo la ripresa dopo la pandemia ma un rinnovamento epocale dell’economia e del modo di vivere del continente. In realtà la svolta non è stata improvvisa quanto è parsa allora. L’abbandono del monetarismo e dei miti dell’austerità di bilancio indicata come unica chiave della stabilità è stato in realtà lento e graduale, contrastato e oggetto di scontri politici nei diversi paesi, soprattutto in Germania: un lungo addio, che era cominciato ben prima della Grande Tragedia e di cui le scelte della BCE dal 2015 in poi erano state in buona misura una premessa, forse quella più importante. Un lento recupero di ragionevolezza economica, di sensibilità sociale, di solidarietà che ha contribuito in molti paesi a chiudere le porte agli istinti egoistici e alle pulsioni irrazionali del populismo e del sovranismo.

Oggi Draghi è l’uomo chiamato da Mattarella a cercare di formare il governo in Italia perché ha la storia che ha, un percorso alla guida della BCE che ha influito positivamente sulle sorti economiche e finanziarie del nostro paese, e per quello che rappresenta: la politica attuale dell’Unione europea. Per dirla con uno slogan un po’ corrivo, è più “europeo” che “italiano”; per dirla in un modo appena un po’ più articolato (e che a qualcuno a destra non piacerà affatto), viene in Italia per fare un governo “europeo”, che abbia cioè come orizzonte e referente l’Unione europea. È “di sinistra” questo tentativo? La sinistra deve aderirvi, favorirlo, contrastarlo, starsene alla finestra? La risposta, crediamo, è già nelle cose.