Centrosinistra
la macchina del tempo

Il voto in Sicilia consegna alle forze del centrosinistra (e all’elettorato che sopravvive) una sfida.  Ma anche una opportunità,  come avrebbe detto il D’Alema di vent’anni fa.

La sfida, per chi la vuol vedere,  sta in questo:  nessuno dei due progetti separati sprigiona fascino elettorale.   Il Pd, se non tracolla, dal pendio siciliano scivola a valle.  In compenso godono buona salute  gli avversari,  i populismi dai quali Matteo Renzi  afferma di voler salvare l’Italia.  Il Nazareno va allo scontro politico di primavera sotto grami auspici.

Su quel fronte, il tremore della sconfitta già sembra scuotere (per fortuna) le certezze degli anni ruggenti. Se non a deporre Renzi,  una parte del gruppo dirigente del Pd prova a pastorizzarlo e renderlo ri-digeribile alla sinistra:  Franceschini  propone ai fratelli/coltelli di concentrarsi sull’alleanza elettorale, di preoccuparsi della vittoria e di rimandare la domanda su chi guida il convoglio a dopo il voto. Saranno gli elettori a decidere, sostenendo l’uno  o  l’altro contraente, come nella federazione Berlusconi-Salvini.  Perché rompersi la testa proprio mentre l’avversario scopre l’uso del casco?

Mentre l’ Atene piddina si tormenta,  la Sparta di sinistra contempla attonita la risposta che è uscita dalle urne. Guidata da un uomo integro, nel pieno dell’abbandono dell’ex casa madre,  la sinistra  attendeva un responso. Sperava – qualcuno l’aveva anche detto in chiaro – che la vela elettorale si gonfiasse  grazie al soffio dello scontento.  Il sogno si è appannato,  la scommessa  si  ferma al momento sotto le due cifre in Sicilia. Esattamente  dove era nel 2012, prima della scissione. Bersani in risposta al disincanto rilancia il progetto con Pietro Grasso, un altro uomo integro: “Il profilo giusto per la premiership”.   

Schermaglie. Ma considerate questo: per un magico incrocio della storia, i contendenti oggi hanno la possibilità di vedere il futuro prima ancora che accada. Con due scadenze elettorali tanto ravvicinate – siciliana e nazionale –  le traiettorie dei partiti, come un esperimento in vitro, già anticipano tendenze e mosse delle urne di primavera.  I poli che da tre potrebbero ridursi a due;  Berlusconi che dopo aver  riaperto  la casa delle libertà scopre Grillo come vero competitor (ma con il Rosatellum il competitor di oggi potrebbe essere l’alleato di domani). I cinque stelle che si gonfiano, loro sì, di consensi, senza che né la governabilità piddina né l’antagonismo mdppino individualmente presi riescano a frenarli.  

Pd e sinistra divisi rischiano l’irrilevanza di governo, e questo scenario può anche avere un fascino oscuro.  Attrae  chi pensa che la sinistra uscirà dalla solitudine soltanto dopo la fine politica di Matteo Renzi.  Attrae chi, nel Pd e fra i suoi elettori, ancora scommette sull’autosufficienza del leader, e magari sull’intesa ex post con Berlusconi.  Ma dopo il voto siciliano l’azzardo è dichiarato. La posta cospicua. Le responsabilità molto pesanti.

Perché un’altra strada esiste, ha ragione Franceschini: sfruttare insieme, al meglio, la legge elettorale. Senza abiure, archiviando rottamazioni e segretaricidi; sostituendo le armi della critica alla critica delle armi. 

Le differenze possono convivere sotto il cappello di un programma minimo: dai migranti all’Europa, la materia c’è.  Questa strada la si può rifiutare – in nome del realismo, dei nobili scenari o del rancore personale, fa poca differenza – ma non si può fare finta di non vederla.  E il ceto politico del fu centrosinistra, nel Paese dalle memorie corte, dovrebbe vagamente rievocare un numero:  1994.  L’anno in cui i progressisti, ubriachi per le clamorose vittorie nelle grandi città, sottovalutarono  le implicazioni della nuova legge elettorale, il Mattarellum. L’ errore che Berlusconi invece non commise. 

L’opportunità è tutta qui:  fare di necessità virtù e alleandosi ridurre il danno.  L’Uovo di Colombo. Sempre che il buonsenso,  in quest’era di  tradimenti e di risse, non sia esso stesso un’eresia.