“La scuola regge su noi”
La rivolta dei precari

La maestra A.B. è stata assunta in un istituto statale con riserva e ora rischia il licenziamento. Perché tutto questo? Cos’è successo? La sentenza del Consiglio di Stato ha messo fuori dalle graduatorie le maestre e i maestri delle scuole dell’infanzia e delle primarie che hanno un diploma magistrale. Il verdetto di Palazzo Spada – (fra i giudici anche Francesco Bellomo, il magistrato delle «minigonne» che nei giorni scorsi, dopo lo scandalo, è stato destituito dalla magistratura) – ha di fatto condannato queste persone alla precarietà. Via dall’insegnamento dalla scuola i docenti che non sono laureati. Fuori di fatto decine di migliaia di maestre con titolo di studio di diploma magistrale, ma ci sono anche tantissimi docenti che sono entrati già in ruolo che ora rischiano il posto.


I numeri: sono circa 5mila le maestre che hanno già un contratto a tempo indeterminato, anche se con riserva, e che ora rischiano di essere rimandate a casa dalla sentenza dei giudici. E altri 43mila insegnanti sono stati estromessi dalle graduatorie ad esaurimento (Gae) e non potranno più sperare di arrivare ad insegnare di ruolo.
A. B. oggi ha 34 anni, è mamma di 2 bambini piccoli ed ha lavorato per 15 anni consecutivi nella scuola dell’infanzia paritaria. “Ho sempre avuto un contratto a tempo indeterminato e ho sempre insegnato nella mia città, Perugia – racconta -. Sono entrata subito in terza fascia dopo aver preso il mio diploma magistrale. Allora sa, non c’era la facoltà di Scienze della Formazione primaria come oggi», precisa. E la voce le si strozza in gola mentre racconta la sua storia. “Poi nel 2014 ho avuto l’opportunità di fare ricorso, in quanto il nostro diploma era stato riconosciuto abilitante anche dal Consiglio di Stato e il Tar ci ha permesso di entrare nelle Gae, le graduatorie ad esaurimento per noi docenti, dandoci la possibilità di stipulare contratti anche a tempo determinato ed indeterminato con riserva. Ed io quindi feci ricorso». La vita di A. B. intanto proseguiva senza grossi scossoni. La donna riusciva a conciliare il tempo di cura per la sua famiglia con l’orario scolastico in un istituto privato, guadagnando poco, fino a 500 euro al mese e lavorando anche per 8 ore consecutive «ma ero felice», sottolinea.

Tutto proseguì liscio fino al 4 agosto scorso, quando – racconta l’insegnante di Perugia – sono stata chiamata a prendere un ruolo in una scuola statale a Perugia. Ero molto spaventata, non sapevo se fare questo passo… Il mio interrogativo? Lascio questo posto sicuro per un ruolo di riserva? Ma i sindacati e il personale dell’Ufficio scolastico della mia città mi spiegarono che qualora io avessi rinunciato al ruolo sarei stata definitivamente depennata dalle Gae, quindi accettai il rischio, presi il posto statale forte anche del fatto che il Consiglio di Stato nei suoi pronunciamenti era sempre stato finora dalla nostra parte». E invece prima l’adunanza plenaria del 15 novembre scorso, poi la sentenza del 20 dicembre 2017 ha affermato che che noi diplomati magistrali siamo abilitati a tutti gli effetti ma non potremo mai nella nostra vita prendere un ruolo, vale a dire: mai avere un contratto a tempo determinato. Di fatto il Consiglio di Stato ha detto che noi siamo competenti per fare supplenze annuali nelle scuole, coprire le maternità, tappare i buchi ma non possiamo mai avere un contratto a tempo indeterminato. Abbiamo insomma un titolo di studio abilitante a tutti gli effetti ma non possiamo entrare nelle Gae. Eppure vi sono persone con il mio stesso titolo di studio – sottolinea A. B. – che hanno fatto ricorso e hanno avuto il merito: sono cioè entrate nelle Gae senza riserva. Io invece il merito non lo avrò perché ho un ricorso pendente e un contratto atipico. Ecco la mia bella storia. Sa ora quale sarà la mia sorte? Il primo di luglio rischio di trovarmi senza un lavoro e senza un paracadute sociale. Resterò in questa scuola statale fino al 30 giugno, poi mi daranno il benservito». I singhiozzi le strozzano le parole.

La maestra A. B. chiede scusa e pensa ai suoi alunni: «Ai loro genitori l’ho dovuto dirlo, non potevo tenerli all’oscuro. Molte mamme si sono messe a piangere, mi dicevano ‘Sei un punto di riferimento per tante persone, non te ne puoi andare, i nostri bambini ti sono affezionati, stanno bene con te….vengono a scuola contenti. Non c’è niente di più terribile sa? Lavoro tutto il giorno con le persone, c’è empatia, fiducia. Ed ora cosa mi resta? Senza lavoro, senza soldi, la prospettiva di essere precaria a vita. Per tutta la vita sono destinata a fare la supplente o accettare un posto di sostegno per il quale non sono competente. Tutti gli anni dovrò reinventarmi. No, no… La prospettiva che mi si presenta non è fattibile, ho già fatto domanda all’Ikea e a Decathlon. Chi ne fa le spese di tutto questo non sono di certo i politici o il ministero. No, non posso stare zitta. Loro, i politici, hanno preso il potere sulle scelte della mia vita».
I telefoni dei sindacati della scuola sono roventi in questi giorni. Francesca Ricci della Uil Scuola e Maristella Mortillaro della Flc-Cgil sottolineano che gli insegnanti che si trovano in questa situazione insegnano nelle scuole per lo più al Nord. E ribadiscono che la platea in sospeso è «di circa 5 mila insegnanti assunti con riserva e in attesa di recessione del contratto, più altri 4mila a vario titolo inseriti nelle Gae, in attesa di un giudizio e con la prospettiva di perdere l’assunzione». Un bandolo complicatissimo, insomma. «Si lavora all’uncinetto per sanare questo pasticcio» conclude Ricci. Dopo lo sciopero delle maestre dell’8 gennaio scorso, tutti i sindacati della scuola sono stati convocati al Miur per martedì prossimo. Al momento è solo dato per certo che la continuità didattica per quest’anno in corso non subirà scossoni e cambi di insegnanti.


Gabriella Arruzzolo è arrabbiatissima. La maestra, 37 anni, vive a Roma ed è una diplomata magistrale. «Mai nessuno mi aveva detto che un giorno sarei retrocessa nella seconda fascia di istituto. Ora saranno i presidi a decidere se darmi incarichi e supplenze». E attacca il governo Renzi: «Il Pd ci ha estromesso dalla stabilizzazione. Non si è mai preoccupato del precariato della scuola, mai un’apertura in tal senso. È mortificante, non me lo aspettavo. Ho altri titoli, specializzazioni, master, attestati di informatica, titoli culturali… la mia formazione la curo a mie spese. Al Miur non hanno neppure idea di cosa facciamo noi precari: studiamo nonostante tutto e ci interessiamo di scuola. Non avevo idea di trovarmi a 37 anni ancora precaria, speravo nel ruolo. Sono 15 anni che lavoro così, in precariato stabile e mai nella stessa realtà scolastica. Attualmente ogni mattina mi reco all’Istituto comprensivo Olcese di Tor Tre Teste, in questa scuola preso un incarico da ottobre fino al 30 giugno, un contratto con clausola risolutiva. Poi? Il precario è colui che si deve reinventare ogni giorno, non riusciamo mai a mettere radici, a creare rapporti stabili con gli alunni che abbiamo di volta in volta davanti a noi. È qualcosa di mortificante, sa? Io ho partecipato all’ultimo concorso, quello del 2016, mia figlia allora era appena nata. Mi sono qualificata malissimo perché dovevo allattare la mia bambina in continuazione eppure sono stata considerata una candidata come tutte le altre, non una neo-mamma. Si faccia qualcosa – implora l’insegnante – per riaprire le Gae. Si facccia un decreto urgente. Per noi precari è l’unica via per la stabilizzazione. Sono in Gae proprio in virtù del ricorso che ho fatto».
E infine la storia di Domenico Scarfò, diplomato magistrale e laureato in Scienze della Formazione primaria. «No, no, questo sistema di reclutamento non può essere a discrezione del giudice. Una persona non può entrare in ruolo solo a discrezione del togato», e racconta la sua vicenda: «A luglio scorso ho fatto ricorso ma il giudice l’ha respinto perché avendo una laurea, quindi un titolo superiore rispetto al diploma, non potevo entrare nelle Gae». Attualmente Scarfò, originario della provincia di Reggio Calabria, vive e insegna matematica al Nord: ha vinto l’ultimo concorso del 2016. È stato mandato prima a Bolzano per 7 anni, poi a Milano e ora a Como. «Tutti i giorni – conclude il maestro – faccio un viaggio lungo 2 ore in macchina per andare ad insegnare la matematica alla mia classe. Eppure ci sono ancora dei miei colleghi che vogliono il posto fisso sotto casa. Io ho 38 anni, una moglie e 2 bambino di 4 anni. Un posto di lavoro è lavoro, non puoi scegliere. Solo i vagabondi possono farlo».