Scissione del Pd e intesa con il M5s. E’ il nuovo centrosinistra?

Il Partito Democratico, nato come largo contenitore di ogni sensibilità riformista, non è riuscito a mantenere fede alla sua missione originaria. Ridottosi, negli anni del renzismo, a “partito delle Ztl”, forte solo nei grandi centri urbani, oggi sta cercando di riposizionarsi a sinistra, mentre il gruppo dirigente vicino a Matteo Renzi ormai parla apertamente di scissione o di “separazione consensuale”. L’addio del giglio magico non dovrebbe preoccupare chi resterà nel PD. La separazione/scissione rappresenta, al contrario, un fattore importante che, insieme con l’intesa col Movimento 5 Stelle, pone le basi per un nuovo centrosinistra composto da tre distinte forze: una sinistra socialdemocratica che si riprenda i voti di chi si è sentito “lasciato indietro” dalla globalizzazione, una forza liberaldemocratica che si rivolga all’elettorato più moderato e un po’ “fighetto”, e una forza “movimentista”, ecologista per raccogliere quei voti di protesta che difficilmente possono confluire su forze politiche più tradizionali.

L’aumento delle disuguaglianze personali e regionali fotografato dalle mappe elettorali di tutta Europa ha creato una frattura nella società che non può più essere affrontata con successo da un partito genericamente progressista, perché molto diversi e polarizzati sono gli elettorati e le loro rispettive priorità. Piketty l’ha descritto come il “completo riallineamento del sistema partitico tra ‘globalisti’ e ‘nativisti’”. I primi sono sensibili ai “valori post-materialisti”: ambiente, diritti civili, accoglienza dei migranti. Gli altri, invece, chiedono allo Stato protezione dalle conseguenze delle politiche neoliberiste e della globalizzazione, spesso ciecamente sposate anche dal centrosinistra europeo.

I “partiti” rappresentano “parti” della società. Perciò, i socialdemocratici non possono continuare a presidiare il “centro” politico senza perdere di vista le necessità delle loro constituencies tradizionali, che oggi si sentono meglio protette dalla destra nazionalista. Ne è risultata una serie di sconfitte senza precedenti per la sinistra, con lo spettro “Pasokificazione” che ancora si aggira tra i socialisti europei. È iniziato in Polonia e Ungheria anni prima della crisi dei socialisti greci e si è poi diffuso velocemente in tutto il continente: dall’Irlanda ai Paesi Bassi, dalla Francia all’Italia e alla Germania. L’unica eccezione arriva dalla penisola iberica, dove però Psoe e, soprattutto, PS hanno capito per tempo come ri-posizionarsi a sinistra.

L’addio di Renzi, dunque, aiuterà il Pd a darsi un chiaro profilo di sinistra, facendosi perno di un’alleanza più larga e inclusiva, di cui l’attuale maggioranza di governo può costituire un primo laboratorio. Chi non si sente a proprio agio in un Pd dove si canta “Bandiera rossa” al termine del comizio del segretario, fa bene ad andarsene, per lavorare, altrove e senza rancori, al successo di un nuovo centrosinistra. Così il Pd potrà più facilmente ricostruire un rapporto sinergico col sindacato, tornando a radicarsi nelle periferie urbane e sociali del Paese.

Il centrosinistra inteso come partito unico, dalla vocazione maggioritaria, o come “Unione” di dieci piccoli partitini in guerra tra loro, ha già fallito. Un’intesa tripartitica, con radicamenti territoriali e punti di riferimento sociali ben precisi, non segna il ritorno a DS e Margherita; questo esperimento, al contrario può rappresentare la formula vincente per una nuova stagione progressista.