La scienza non balbetta
ma cerca risposte
coltivando il dubbio

Una mattina di primavera dell’anno 2020 ci siamo svegliati e abbiamo scoperto che anche la scienza ha dubbi. Ma guarda. Abbiamo scoperto che la scienza non è una macchina in cui basta inserire la domanda e un gettone per avere la risposta esatta. Abbiamo scoperto addirittura che la risposta esatta forse non c’è. Ma guarda.

Dimentichi del dubbio metodico di Cartesio che ha messo le basi alla scienza moderna, così come del metodo scientifico galileiano che procede per formulazione di ipotesi e loro verifica sperimentale, dimentichi del fatto che da alcuni secoli la filosofia della scienza si interroga su cosa sia la verità e abbia smontato l’idea che le teorie siano vere o false per approdare a un più realistico, “funzionano per ora”, abbiamo pensato che invece la scienza avesse la verità in tasca. E quando un piccolissimo microorganismo sconosciuto ci ha fatto visita, abbiamo pensato che la scienza ci avrebbe salvati. Un altro peccato d’orgoglio di noi esseri umani. A nulla è servito essere stati cacciati dal centro dell’Universo dalle teorie copernicane, essere stati privati della certezza di conoscere un mondo fuori di noi da Immanuel Kant. Eccoci di nuovo pronti a credere di dominare la natura, nelle sue diverse forme,fosse anche quella di un virus.coronavirus

Non dominiamo nulla, dovremmo averlo capito. E commettiamo innumerevoli errori, sia che facciamo i barbieri, i politici, i filosofi o gli scienziati. E tuttavia, siamo stati in grado di fare cose clamorose. Prendiamo la medicina (che, peraltro, come scriveva Giorgio Cosmacini, non è una scienza, ma una pratica basata su scienze). Se sfogliamo un trattato di medicina degli anni Ottanta del Novecento, troveremo pagine e pagine da buttare. Perché? Semplicemente perché oggi non si cura più come quarant’anni fa: le sperimentazioni cliniche (basate su metodo scientifico) ci hanno permesso di capire che, ad esempio, tenere un infartuato a letto non lo farà vivere di più, mentre sicuramente lo farà vivere peggio. Ma fermiamoci alle epidemie. Circa cento anni fa la pandemia di spagnola colpì tutto il mondo provocando un numero di vittime compreso tra i 20 e i 100 milioni. Le analogie con COVID 19 sono molte, ma anche le differenze. La più importante è che le conoscenze della medicina nel 1918 erano incomparabilmente meno estese: i medici sapevano dell’esistenza dei virus ma non ne avevano mai visto uno, oggi riusciamo a isolarli e sequenziarli in pochi giorni per studiare farmaci e vaccini. Nel 1918 le mascherine erano di semplice garza e i respiratori non esistevano, mentre la possibilità di tracciare i contatti delle persone contagiate era nulla.

Quando ci si trova di fronte a un virus nuovo, tutto questo non basta, certo, e le vittime di questi giorni sono lì a dimostrarlo.

Ciò che non sappiamo

Essere di fronte a un virus nuovo vuol dire che nessuno sa niente, non sappiamo come si comporta, come aggredisce l’ospite, come sopravvive e quanto, se una volta superata l’infezione si sarà immuni o no, se sparirà e, in quel caso, se tornerà a colpire più avanti nel tempo. Non si sa nulla, semplicemente perché non è mai capitato prima. Si possono fare modelli e previsioni, come fa la scienza appunto, basandosi su virus simili che si sono presentati nel passato. Ma i modelli non sono la realtà. Il nuovo microorganismo può comportarsi in modo del tutto differente da quello che ci aspettiamo guardando a organismi simili. E allora? Dobbiamo smettere di fare modelli? No, perché così funziona la scienza, per approssimazioni. E finora ci è andata bene. Siamo riusciti ad arrivare fin qui usando questo metodo partendo dalla nostra tana sull’albero tre milioni di anni fa.

Ecco perché interpretare la mancanza di certezze come balbettio della scienza, come si è letto in questi giorni, o parlare di una “presunta scienza” colpevole di non sapere o di una scienza impotente è fuorviante, oltreché pericoloso, come diremo fra poco. La scienza cerca risposte, dubitando delle risposte facili. E’ un processo lento, e spesso non ce la fa a stare dietro alla velocità dei virus, ma è l’unico che funziona. E il pericolo insito in questo clima non è altro che la diffusione di una sfiducia nella scienza di cui francamente proprio oggi non abbiamo bisogno perché senza la fiducia in democrazia non si può chiedere sacrifici alla popolazione e la pandemia sicuramente non si riuscirebbe a contenere.

Ma ci sono altri elementi preoccupanti nella comunicazione di questi giorni. Uno di questi ha a che fare con le parole. E’ la confusione che spesso si fa sulle pagine dei nostri giornali tra scienziati, tecnici, medici. Tutte figure diverse tra loro. Non sapere che esiste una differenza tra chi fa scienza, ovvero allarga i confini della conoscenza, e chi applica i risultati della scienza per risolvere problemi, è un ostacolo per decifrare quello che sta succedendo. Non distinguere tra il medico che cura le persone e lo scienziato che fornisce le conoscenze sulla base delle quali il medico opera è un altro errore che da un giornalista, che dovrebbe conoscere le parole meglio di altri, non ci si aspetta.

Ultimo, ma non per importanza, è costituito dalla voce secondo cui la politica avrebbe ceduto il potere ai tecnici. Come stanno davvero le cose? Gli scienziati fanno modelli, i tecnici propongono soluzioni sulla base di quei modelli, li presentano a un governo (che magari li tiene segreti chissà perché) il quale decide che cosa fare. La decisione è sempre politica. Come deve essere, d’altronde.