La scienza, il Papa
e il limite
della felicità

Hanno destato interesse, ed anche scalpore, le parole con cui il Papa ha espresso riserve sull’uso indiscriminato dei medicinali su quelle persone che non sono più in grado di giovarsi delle cure e per le quali le cure possono diventare addirittura un ulteriore, e più incomprensibile, motivo di sofferenza. Molti, specie del mondo cattolico, l’hanno criticato affermando che si era fatto, con le sue parole, sostenitore dell’eutanasia. Niente di più lontano dal suo pensiero, come è stato subito chiarito.

Il pontefice ha fatto una riflessione fondata sul principio della caritas, vero e proprio architrave della religione cattolica, che proprio su questo specifico terreno – nel primato assegnato alla carità – si è distinta sia sul piano teologico che su quello storico, da altre confessioni cristiane, ad esempio da quelle di matrice luterana o calvinista.

Ma Francesco, che è un gesuita ed è un uomo attentissimo alle trasformazioni del mondo attuale, si è interrogato anche su un altro problema, dando ad esso una risposta coerente con i suoi principi: su quali siano i limiti entro cui debbono restare le nuove tecnologie (ed uso questo termine generico ma credo chiaro) quando esse entrano nello spazio – sacro, per un cristiano – del corpo umano. Fino a che punto esse possono procedere senza stravolgere, con il corpo, le fondamenta stesse dell’essere dell’uomo, della humanitas? Problema di prima grandezza, come si vede, che non può non coinvolgere anche la riflessione di chi si muove in un orizzonte non cristiano o di carattere laico.

La riflessione del Papa coinvolge infatti tutti, e sarebbe stato opportuno, anzi necessario, che intorno alle sue parole si accendesse una discussione. Ma, come dicono Machiavelli e Shakespeare, il nostro mondo è “guasto”, “fuori di sesto”, e preferisce perciò parlare di altro, tenendosi lontano dai problemi di fondo del vivere dell’uomo. Fenomeno abbastanza curioso in generale, ma assai sorprendente in un’epoca come la nostra che vede tramontare, giorno dopo giorno, strutture etiche, civili, anche religiose che hanno sorretto per secoli il nostro mondo.

Alla base della riflessione del Pontefice c’è infatti una constatazione fondamentale: le nuove tecnologie – nell’accezione ampia del termine –  stanno cambiando i confini della vita e della morte, e le relazioni tra l’una e l’altra. Oggi è possibile dilatare i tempi del vivere in modi e forme che forse soltanto i grandi maestri della science fiction come Mary Shelley o Philip Dick sono stati capaci di immaginare; ma i loro erano romanzi affascinanti.

Oggi si entra nel campo della realtà che si sta costruendo, e che sembra spingerci in territori sconosciuti ma tanto più inquietanti perché siamo privi di punti di riferimento, a cominciare dalla natura. Anzi, quello che è in discussione è proprio il concetto di natura, che si sta sgretolando sotto i nostri occhi non solo nei laboratori dei fisici o dei biologi, ma anche nella nostra vita quotidiana – sentimentale, familiare, sessuale. Sono processi enormi, di cui non si ha consapevolezza e che vengono presentati come fatto di costume. Come se i costumi fossero un fatto secondario, e non la struttura – la geografia si potrebbe dire – della nostra esperienza umana, storica.

Dunque, il problema posto da Bergoglio è fondamentale per l’uomo, per il destino della specie umana: fin dove possono spingersi le tecnologie, c’è un limite che deve regolarne lo sviluppo oppure bisogna affidarsi ad esse senza chiedersi dove vanno e quale è il loro fine, come se il “progresso” scientifico e tecnologico fosse in sé e per sé un fatto positivo, dimenticando le dure lezioni della storia anche recente?

Ma se questo è il problema che il Pontefice individua con acutezza, non credo che si possa rispondere pensando di mettere dei freni alla ricerca scientifica, alla scienza. Questo non è possibile. E neppure il Papa propone di farlo. La scienza coincide con il lungo, faticoso – ed anche sanguinoso – processo di emancipazione e liberazione umana. Senza la scienza e le tecnologie l’uomo è meno libero, meno padrone della sua vita, meno arbitro del proprio destino. C’è un nesso diretto, di cui i grandi pensatori moderni sono stati consapevoli, tra scienza e libertà. E i laici che sono figli di questa tradizione lo sanno. Tutto possono perciò fare tranne pensare di mettere un freno alla scienza: rinuncerebbero a se stessi.

Ma il problema esiste ed esige una risposta, che si può cercare di abbozzare. Per il laico la pietra di paragone dello sviluppo delle tecnologie può essere una ed una sola: il ben vivere e il buon morire dell’uomo. In altre parole: può e deve essere la liberazione della condizione umana dai lacci e dai vincoli che la opprimono – fino a incrinarla e perfino a spezzarla – facendole anche fare, come avviene nei nostri tempi, giganteschi passi indietro. Vincoli anzitutto materiali, ma anche lacci culturali, ideologici che chiudono la “coscienza” umana, sia di fronte alla vita che alla morte, entro reticolati solidissimi che sembrano essere eterni perché fissati dalle forze dominanti capaci di trasformare il loro punto di vista in un senso comune universale.

L’unica pietra di paragone può dunque essere, e uso volutamente una parola tanto impegnativa quanto desueta, la felicità, che l’uomo – animale culturale ma finito – può conquistarsi con il lavoro e anche con la scienza e le tecnologie, che devono avere a loro volta solo questo limite.
Felicità, lo sottolineo a scanso di equivoci, come liberazione delle potenze e delle facoltà proprie dell’uomo di fronte alla vita e alla morte; quella felicità che dovrebbe stare a cuore a tutti gli uomini di buona volontà.  Questa felicità è la parola che dovrebbe essere simbolo e bandiera delle forze che vogliono “riformare” la condizione umana, come capirono i grandi riformatori moderni – eretici, libertini, illuministi – i quali seppero intrecciare scienza, tecnologie e umanità.
Almeno, a mio giudizio; ma su questo sarebbe interessante aprire una discussione, alzando lo sguardo al futuro, senza lasciarsi schiacciare dalle miserie del nostro presente.