“La scienza e l’Europa”, le ricette
per salvare il vecchio continente

Tra meno di un mese andremo a votare e nessuno sa qual è il futuro che attende l’Europa. Ci sono tuttavia degli indicatori importanti per capire quale sarà il suo, il nostro, destino. Uno di questi è quello individuato da Pietro Greco in “La scienza e l’Europa” e che potrebbe riassumersi così: la scienza ha permesso la nascita e la crescita dell’Europa, l’Europa ha permesso il fiorire della scienza, ora però la mancanza di scienza (di fiducia nella scienza, ma anche di capacità di governare i suoi cambiamenti) potrebbe decretare la fine del vecchio continente.

Il quinto ed ultimo volume dell’opera di Greco (“La scienza e l’Europa. Dal secondo dopoguerra a oggi”, L’asino d’oro, pp. 315, euro 18,00) è uscito da poco: parla dell’oggi e accenna al domani, ma non si riesce a capirlo fino in fondo se non si guarda a quello che viene prima. Un po’ come una serie tv.
E allora facciamo un breve riassunto delle puntate precedenti, per chi le avesse perse.

L’Europa non è sempre esistita – parliamo dell’Europa come entità dotata di una certa unità culturale perché dal punto di vista geografico l’Europa non esiste neppure oggi, essendo solo una piccola parte dell’immensa Eurasia – ma nasce circa un millennio fa. Come racconta Greco nel primo libro, quell’Europa trova la sua identità in particolare intorno a tre date: il 1202, anno in cui il primo scienziato europeo creativo Leonardo Fibonacci pubblica il suo Liber Abaci; il 1220, anno in cui Federico II diventa imperatore del Sacro Romano Impero e inizia a organizzare nella sua corte una piccola comunità di scienziati che provengono da vari luoghi del mondo; il 1321, anno in cui muore Dante Alighieri, il poeta che portò la cultura scientifica e la sua comunicazione al centro della sua opera. E’ la scoperta della scienza (o meglio la sua riscoperta poiché in realtà la scienza era nata in Grecia nell’età ellenistica, ma aveva poi preso altre strade) che aiuta l’Europa a nascere e a consolidarsi.

Con la grande crisi del Trecento, il rapporto dell’Europa con la scienza si interrompe, ma riprende nel Rinascimento, quando finalmente le opere matematiche di epoca ellenistica vengono tradotte direttamente dal greco. I grandi artisti del Quattrocento – da Brunelleschi, Masaccio e Donatello fino a Piero della Francesca, Leonardo – sanno di matematica e spesso sono essi stessi matematici. Nel secondo volume Greco ci parla di questo periodo di amorosi intenti tra la scienza e il vecchio continente che prepara la “rivoluzione scientifica” del Seicento con la quale l’Europa assume la leadership scientifica mondiale.

Ed eccoci alla terza puntata, ovvero il terzo libro, quello che va dal Seicento all’Ottocento. Un periodo segnato da rivoluzioni: la rivoluzione scientifica, la rivoluzione americana, quella francese e quella industriale. Ma è quella scientifica – dice Greco – che ha alimentato il dibattito culturale in Europa da cui scaturiscono le altre rivoluzioni. In questi tre secoli il rapporto tra scienza ed Europa diventa strettissimo e fa bene all’Europa che diventa il luogo più ricco della Terra e il continente dove sono più avanzati i diritti civili e politici. E’ un punto altissimo della storia dell’Europa e anche della scienza che in Europa fiorisce.

Con il quarto volume arriviamo al Novecento, anzi al primo Novecento. Perché il secolo breve è stato così denso di avvenimenti politici, sociali, economici e scientifici che lo dobbiamo separare in due e a fare da spartiacque è la seconda guerra mondiale. Ebbene, la prima metà del Novecento conosce una seconda rivoluzione scientifica che riguarda i fondamenti della matematica, la nascita della nuova fisica relativistica e quantistica, l’esplosione delle scienze della vita. L’Europa tiene stretto a sé il monopolio della ricerca scientifica fino alla catastrofe del nazismo e della seconda guerra mondiale. Dopo niente sarà più come prima e il vecchio continente perderà rapidamente la sua leadership economica, culturale ed anche scientifica che si trasferiranno oltreoceano, negli Stati Uniti, così come i tanti scienziati ebrei sfuggiti alle leggi razziali.

Arriviamo quindi al periodo dell’ultimo volume: quello che va dalla fine della guerra ai giorni nostri. L’Europa esce dalla guerra in crisi profonda. La sua posizione nel mondo si è profondamente modificata così come l’asse scientifico, la capacità di innovazione si sono spostati nell’America del Nord e, in misura minore, in Unione Sovietica. Negli stessi anni del dopoguerra, il consigliere del presidente F. D. Roosvelt, Vannevar Bush, scrive un documento in cui si sancisce la centralità della scienza per la ripresa economica: solo un forte investimento pubblico nella ricerca – sostiene Bush – permetterà agli Stati Uniti di sedere al centro del nuovo ordine mondiale. E non parliamo solo di ricerca applicata, ma di ricerca di base, curiosity driven come si dice con un termine inglese: spinta dalla curiosità.

Le premesse per il sorpasso ci sono tutte e in effetti il sorpasso avviene. Il passaggio di testimone con gli Usa è molto chiaro se guardiamo all’elenco dei premi Nobel attribuiti nel corso del Novecento: dal 1901 al 1933 i Nobel sono andati a 91 europei e 6 americani, tre il 1934 e il 1966 a 53 europei e 43 americani, tra il 1967 e il 2017 a 33 europei e 58 americani. Contemporaneamente, spiega Greco, la forbice del reddito pro capite medio tra le due sponde dell’oceano si è allargata a favore degli Stati Uniti.
In questi anni la scienza conosce avanzamenti incredibili: in fisica, matematica, chimica, biologia, medicina, neuroscienze. E l’Europa? L’Europa non sta a guardare, nonostante tutto.

Laddove viene assecondata una spinta unitaria si fanno grandi cose come la creazione del CERN, il Centro europeo di ricerca nucleare, a Ginevra.

E arriviamo agli ultimi anni in cui la globalizzazione ci trova di nuovo impreparati. L’Europa non riesce a tenere il passo con gli Stati Uniti ma neppure con l’Asia orientale che ormai è protagonista sul fronte della ricerca e dell’innovazione. E’ la fine? No, o almeno non ancora.

“Una ricetta per far ritornare a fare della scienza la leva principale del suo sviluppo, l’Europa ce l’ha – scrive Greco – è il piano Delors del 1993, che si è sostanziato nel piano di Lisbona del 2000 con le specificazioni di Barcellona del 2002. Non occorre far altro che riprenderlo per davvero, questo progetto, e aggiornarlo quanto basta”. E il progetto prevede che l’UE diventi l’economia basata sulla conoscenza più competitiva e dinamica del mondo “in grado di realizzare una crescita economica sostenibile con i nuovi e migliori posti di lavoro e una maggiore coesione sociale”. In sostanza, un ruolo importante per il nostro caro vecchio continente è possibile, basta che recuperi i suoi punti di forza: il rapporto con la scienza e un modello di welfare state che ha funzionato per molto tempo. Solo così si può proporre con una funzione di leader di una società democratica della conoscenza.

Per consentire il ritorno alla scienza, Greco individua 6 obiettivi:
1. L’UE deve convincere gli stati membri a investire in ricerca e sviluppo ameno il 3% del PIL.
2. Bruxelles deve proporsi come coordinatore e finanziatore principale della ricerca pubblica europea, superando la frammentazione.
3. Occorre un’attenzione particolare alla ricerca curiosity driven.
4. Bisogna infrangere il tetto di cristallo che impedisce alle donne europee di dedicarsi alla ricerca.
5. L’UE deve creare anche una casa comune dell’alta formazione, abbattendo le barriere nazionali fra le università.
6. Bisogna creare ambienti in cui la creatività scientifica sia interpenetrata con quella artistica e umanistica.

Ma tutto questo ancora non basta. Perché senza il ritorno al welfare state, senza una politica che riduca le diseguaglianze, senza il riconoscimento che la contaminazione delle culture è il presupposto per lo sviluppo della creatività, senza la presa in carico della domanda crescente di diritti di cittadinanza scientifica, tutto il lavoro sarà vano. Ricordiamocelo quando andremo a votare, fra meno di un mese.