“La rivolta a Bolsonaro nascerà nelle favelas”. Parla la militante Patricia Felix

Dalla ridemocratizzazione del 1988 il Brasile ha subito una transizione dal regime di dittatura militare a un regime presidenzialista con votazione diretta da parte della popolazione, con la formulazione di una nuova Costituzione. Purtroppo ci fu anche “la riconciliazione politica”, un patto con l’élite che ha fatto sì che si conservasse molto del periodo precedente. La mancanza di una condanna per i dittatori e i torturatori, il mantenimento della struttura militare delle polizie, e l’amnistia per i politici che avevano sostenuto l’antico regime, sono stati alcuni elementi della conservazione, insieme alla politica economica. La vittoria del Partito dei lavoratori (Pt) nel 2002 fu la grande speranza per un cambiamento strutturale e radicale, purtroppo non fu che una timida esperienza che concesse piccoli diritti alla popolazione. E invece, dopo 13 anni di governi Pt, il Brasile ha alcune importanti conquiste socio-economiche, purtroppo non strutturali. E intanto le politiche socio-economiche sono state accompagnate da un enorme crescita della finanza, nazionale e multinazionale. Il risultato di questa politica di conciliazione ha reso più sicuri i poteri forti che nel 2016 fecero un golpe orchestrato dal vice presidente Temer e da un gruppo di parlamentari che all’inizio avevano sostenuto il legittimo governo Rousseff.

Dopo meno di 2 anni, Temer e la sua politica neo-liberale e clientelare hanno fatto regredire in ogni settore il Brasile e hanno praticamente annullato la maggioranza delle conquiste sociali. Basti pensare che a 130 anni della promulgazione della Legge Aurea, la fine della schiavitù rimane ancora solo sulla carta e che in Brasile, e ogni giorno di più, la diseguaglianza è palese. Ai pochi ricchi bianchi tutto è permesso, il resto della popolazione continua ad essere oppresso. Nonostante gli scandali, con filmati e prove concrete di reati e corruzione, il governo Temer è rimasto al potere fino alla fine del mandato grazie alla sua articolazione politica, e al controllo dei mezzi di comunicazione. E intanto si demonizza tutto quello che è di sinistra, fino alla vittoria dell’estrema destra di Bolsonaro e del suo gruppo, cioè di tutto quello che esiste di più razzista, antidemocratico, omofobo, maschilista, oscurantista, con il sostegno delle chiese protestanti neopentecostali e di parte della chiesa cattolica.

Nel suo discorso di insediamento il presidente Bolsonaro ha promesso che libererà il Brasile dal socialismo una volta per tutte. Che sradicherà la pedagogia di Paolo Freire (riconosciuta mondialmente); e nei primi 5 mesi ha già cambiato 2 ministri dell’educazione, entrambi con il chiodo fisso di combattere un preteso “Marxismo culturale”, tanto da invitare gli alunni a registrare e denunciare i professori se parlano di argomenti “scomodi”, con l’idea che le materie umanistiche (sociologia, filosofia, storia, ecc.) non servano. Ciliegina sulla torta, proprio in questi giorni l’attuale ministro ha emesso un decreto che blocca il 30% dei soldi destinati a mantenere la struttura delle scuole pubbliche, alla ricerca e alle borse di studio. Il ché ha provocato una grande manifestazione di 2 milioni persone, che ha scosso il governo.

Bolsonaro inoltre ha nominato ministro della difesa il giudice che ha arrestato il presidente Lula, ha confermato le promesse di campagna sul porto d’armi con un decreto che aumenta il numero di armi che una persona può avere in casa ampliando le categorie, ormai 25, di chi può avere il porto d’armi: camionisti, avvocati, residenti in zone rurali ecc. Lo slogan ricorrente del presidente e dei suoi sostenitori è “Direitos Humanos para Humanos direitos” (diritti humani solo per la gente per bene) e “Bandito Bom è Bandido Morto” ( Ladro buono è ladro morto) . E intanto il superministro dell’economia porta avanti proposte neo-liberali estreme, una sorta di neo-liberismo puro. Ha abolito il ministero del lavoro e sta lavorando a una riforma previdenziale che favorisce le banche private e i fondi di pensione.

Patricia Felix, a Rio de Janeiro

In una favela vive Patricia Felix, collaboratrice del parlamentare David Miranda, oltre che fondatrice del Coletivo do Resistencia periferica e militante del Psol. “Sono socialista da quando sono nata qui in favela – dice Patricia – e sono socialista da sempre, non perché abbia avuto una famiglia impegnata politicamente, nelle favelas le famiglie non hanno una grande istruzione, ma perché la vita in favela ti porta a questo.
Sono stata la prima della mia famiglia a finire il liceo, e la prima a laurearmi in Pedagogia e a specializzarmi in Psicopedagogia. Poi mi sono laureata in giurisprudenza. In favela è difficile proseguire gli studi: vedi persone di talento che abbandonano i loro sogni e sono obbligate a cercare un lavoro. Siamo socialisti anche perché nei nostri territori c’è una grande solidarietà, c’è il concetto di unione, le famiglie sono allargate. Quando uno ha dei problemi e come se tutti li avessero, è anche vero che tutti sono felici quando qualcuno supera una barriera sociale”.

Cosa è cambiato nelle favelas brasiliane con l’avvento del regime di Bolsonaro?

“A Rio de Janeiro la situazione è pessima. La città è governata dal gruppo di Temer sostenuto dalle mafie locali, le cosiddette “Milizie”, direttamente coinvolte nella morte di Marielle Franco, consigliera comunale del Partito socialista e libertà, Psol, assassinata nel marzo 2018. A Rio la situazione è precipitata dopo i Mondiali di calcio e le Olimpiadi. Dopo gli investimenti miliardari, che hanno mostrato l’altissimo livello di corruzione, il Governo dello Stato di Rio e il comune di Rio sono praticamente falliti. Invece di cambiare il sistema politico con nuove elezioni, è stato deciso, da Temer e dal suo governo, di intervenire militarmente nella città carioca, con i carri armati nelle strade. La sicurezza è stata per un anno direttamente sotto il controllo dell’esercito, in linea con il nuovo governatore, Wilson Witzel, un reazionario che in accordo con la corrotta polizia locale, impone brutalmente la sua legge. Ma non in tutta Rio: ovviamente solo nelle periferie e nelle favelas. Così chi dirige le mafie e il narcotraffico viene preservato dalle azioni di polizia: chi dirige le mafie è ricco, istruito bianco e politicamente molto, molto ben protetto. Qualche giorno fa il governatore ha personalmente registrato un video in cui da un elicottero delle squadre speciali della polizia mitraglia le favelas”.

Una repressione scandalosa

“Da sempre viviamo con la repressione. Per lo più, noi che viviamo nelle favelas, siamo di origine africana. Le favelas sono nate dopo la “lei aurea”, siamo stati liberati, e da un giorno all’altro da schiavi africani siamo diventati liberi in terra straniera e abbiamo dovuto occupare le colline che circondavano la città per abitarci, ma nel corso degli anni quasi nessun intervento pubblico ha organizzato queste occupazioni. Non ci sono i servizi istruzione di base e quelli sulla salute, le famiglie non hanno strutture pubbliche che si prendano cura dell’educazione dei figli.
Non siamo più schiavi, è vero, ma serviamo ancora come manodopera sottopagata dei ricchi e e degli emergenti della classe media brasiliana, che in molti casi si sentono ancora nostri proprietari. La maggior parte delle persone vivono prevalentemente in funzione del lavoro che porta via quasi tutta la nostra giornata: oltre alla normale giornata lavorativa di 8 ore, solo per andare e tornare dal lavoro in media ci si mette sei ore, molte donne dormono nelle case dove lavorano e chi non ha un lavoro formale, sempre più spesso è costretto ad accettare un lavoro in nero”.

Come si convive con la violenza in una favela?

La grande manifestazione dell’opposizione contro Bolsonaro, a Rio

“La violenza non nasce nella favela, come vi vogliono far credere. Siamo noi le prime vittime della violenza. E della repressione: i nostri governanti e i mass media commerciali sostengono che siamo tutti marginali e criminali. Ci accusano quando denunciamo disuguaglianze e ingiustizie, ma sappiamo quale sia la nostra forza e la nostra resistenza, siamo pronti a lottare e a essere protagonisti della costruzione del nostro Paese. Vogliono che torniamo nella “senzala” (gli alloggi per gli schiavi), ma non torneremo indietro. Non possiamo tornare indietro, anche se ancora in pochi abbiamo iniziato a occupare spazi prima riservati all’élite borghese”.

Da quando sei impegnata nel lavoro politico?

“Lavoro nelle favelas. Ho iniziato negli anni ’90, come educatrice nell’associazione “Beneficiente São Martinho” che assiste i ragazzi di strada. Poi nel 2001, con mio marito, abbiamo fondato la “ONG ProJeto Liberdade” che cerca di assistere e tamponare le emergenze presenti in favela. Ora sono assistente parlamentare del deputato David Miranda, militante lgbt, nero e favelado. Insieme vogliamo formare leader in grado di unirsi alla lotta come attori principali. Una delle critiche che da sempre fanno alla sinistra è quello di essere ‘”radical-chic”, e verso il nostro partito, il Psol, questa accusa è ricorrente, ma noi crediamo proprio il contrario e così abbiamo dato vita al “Coletivo de Resistencia Periferica”, composto da giovani e militanti delle periferie, convinti che “la rivoluzione avrà come protagonista la periferia, o non sarà rivoluzione”.

Come pensa l’opposizione di diventare maggioranza? Come si costruisce il consenso di fronte a azioni così violente, a un potere così forte e appoggiato anche all’estero?

“Dobbiamo avere chiara l’importanza di sconfiggere il protofascismo, e in questa lotta tutte le forze democratiche devono essere unite, senza egemonia e senza vanità, così da sognare di nuovo e lottare per un mondo giusto dove i lavoratori abbiano davvero una voce attiva. Credo che il cambiamento non venga solo dal governo: non esistono salvatori della patria, dobbiamo mobilitarci tutti, nelle basi sociali. In questo momento di repressione e sterminio delle persone senza potere, soprattutto di neri, la stampa internazionale è fondamentale per far pressione sulla pubblica amministrazione che ogni giorno si sente più come una potenza suprema e non accetta alcun tipo di critica. Pensano forse che siamo morti o che possono farci tacere, come è avvenuto con l’assassinio di Marielle Franco. Al contrario siamo vivi e forti, pronti a combattere. Il cammino è lungo, abbiamo bisogno di far sapere nel mondo le atrocità che stiamo vivendo”.