La rete unica
e la stagione scellerata
delle privatizzazioni

“Se non sai bene dove andare, fermati, e chiediti da dove stai venendo”. Così recita un vecchio detto. Da dove si viene? Una data ed un luogo rappresentano meglio di ogni altro il prima ed il poi, lo spartiacque della storia profonda del Paese.

Il due giugno 1992 sul Panfilo Britannia viene presa la decisione storica di privatizzare tutto il patrimonio pubblico italiano: banche, assicurazioni, imprese. Il più grande passaggio di proprietà della storia d’Italia. Con conseguenze straordinarie e di lungo periodo, su due questioni essenziali: eguaglianza sociale e sviluppo del Paese.

Valgano due esempi.

Siderurgia. Pescando nella mia memoria di lontano responsabile della Siderurgia della Fiom/FLM, per costruire il centro siderurgico di Taranto ci sono volute decine di migliaia di miliardi delle vecchie lire; a Riva l’impianto costò neanche mille miliardi.
Oggi in tanti tuonano contro le diseguaglianze, ed è un bene. Ma da dove vengono le diseguaglianze attuali? Chi ha acquisito l’enorme ricchezza pubblica a prezzi stracciati? Chi ha gestito, avallato? Chi neanche si è accorto di quello che stava succedendo?
Certo è che il più grande passaggio di proprietà della storia del paese è avvenuto senza colpo ferire, né da parte della Sinistra né da parte del Sindacato.

Telecomunicazioni. Oggi dopo la grande privatizzazione le tre principali imprese non sono italiane: Wind è cinese, Vodafone è inglese, Tim, con Bollorè, a maggioranza francese.

Chi c’era sul Britannia? Chi dirigeva l’orchestra del consenso, dalla televisione ai giornali, manipolando, sviando, coprendo, giustificando, nascondendo l’intera operazione? Fiumi di parole sul passaggio alla Seconda Repubblica, su Berlusconi, persino sulla bandana di Berlusconi.

La proprietà non conta, si predicava ad ogni angolo, conta la regolazione, come se la capacità di regolazione dello Stato, cioè della collettività, non derivasse dalla esperienza concreta di gestione, ma fosse una capacità disincarnata che veniva da Marte.
Britannia – cioè il sogno di sempre del padronato italiano di mettere le mani sul patrimonio pubblico, derubricata ad una questione da nostalgici.

Britannia per i più oggi non significa nient’altro che un panfilo per ricchi vacanzieri, per i più giovani, al massimo, evoca una vacanza esotica. Non lo spartiacque della storia collettiva del Paese.

Ancora oggi Scalfari avanza salmodiando e cantando la virtù dei principali protagonisti. Scalfari gran sacerdote del cosiddetto liberalsocialismo, o per meglio dire del socialismo dei padroni del vapore.

Chi c’era a bordo, chi alzava cortine fumogene per nascondere il senso del grande saccheggio, ma anche chi c’era sulla banchina a mettere a disposizione dell’Operazione il via libera più o meno estorto, della Sinistra politica e sindacale? Controllare le foto e le facce. Soprattutto tenere a mente un nome che in tanti cercano di glissare, cercando di parlare d’altro: Britannia.

Su quel Panfilo di sua maestà britannica si è decisa la mappa della proprietà del Paese, della struttura di classe del Paese, e di conseguenza dei poteri e delle forze. Della sovrastruttura, direbbe Marx, e infine più prosaicamente dei destini individuali di tanti personaggi. Illustri o meno. Personaggi che, come le lumache dopo la pioggia, rispuntano sempre, nei momenti topici, tipo presidenza della repubblica, anche dopo che la pandemia con i suoi effetti, ha portato e porterà sempre più allo scoperto il costo per il paese della Grande Privatizzazione.

Remember Britannia. Aiuta anche oggi a scegliere la Via. Riforma di Struttura. Primi passi della Rete Unica pubblica. Una Rete unica pubblica, per la centralità della connessione e per la pervasità della rete, azzera le distanze fisiche, annulla il gap geografico, morfologico, sociale, diventa elemento di attrattività per luoghi e territori.

Ritorna la grande idea del Progetto Socrate di Ernesto Pascale, grande manager pubblico, accantonato dai Privatizzatori (per intenderci da quelli del Britannia). Ritorna ma dopo tanto tempo perduto ed in ben altre condizioni.
Il primo passo è comunque compiuto.
L’esito finale però di questa che può essere considerata la più grande Riforma di Struttura del nostro tempo, non può essere affidata ai giochi finanziari e agli intrecci dei consigli di amministrazione.
L’accesso alla Rete ultra veloce deve essere come l’accesso al rubinetto dell’acqua. Serve allora coscienza politica della posta in gioco – una riforma di Struttura appunto. Serve una mobilitazione sociale dei lavoratori e dei consumatori (sindacato confederale e associazione dei consumatori) delle città e dei territori, come al tempo del referendum sull’acqua bene comune.
Serve una Sinistra Politica consapevole che la potenza di calcolo che la rivoluzione informatica mette a disposizione segna uno spartiacque della Storia, e riattualizza un’idea antica, ma quasi accantonata persino dai suoi discepoli: l’idea socialista, per dirla con Ernst Bloch, del camminare eretti.