La Rete e la favola
della democrazia diretta

È singolare l’intervista rilasciata da Casaleggio – presidente della Casaleggio e della piattaforma Rousseau, finanziata dai 5stelle – sui destini del mondo nei prossimi decenni, e in questo contesto sul futuro della democrazia rappresentativa. Singolare perché esprime una visione, e questo è positivo: se c’è un limite del nostro tempo è l’incapacità di guardare avanti, di darsi una prospettiva di lungo periodo, di avere, appunto, una visione. Uno dei pochi che cerca di averla è il papa, e questo non è un motivo di consolazione per chi appartenga a una cultura di tipo laico.

Dunque, non è il fatto di delineare una visione il limite di questa intervista. Cercare di capire quello che avverrà da qui a cinquant’anni è utile e apprezzabile. Sul fatto che ci saranno enormi cambiamenti non c’è dubbio. Stanno cambiando perfino i confini della vita e della morte: comincia cioè a configurarsi in modi imprevedibili il problema che ha stretto, come un nodo inestricabile, l’esistenza umana fin da quando l’uomo è apparso sulla terra, condizionando con la paura della morte tutta la sua esperienza umana, religiosa e filosofica.

Né c’è dubbio che in questo cambiamento abbia oggi un ruolo centrale la Rete: chiunque lo sa, lo prova nella propria vita quotidiana, come avviene con tutte le grandi rivoluzioni. Sta avvenendo qualcosa di più radicale e di più profondo della invenzione della stampa a caratteri mobili o della scoperta dell’America. E stupisce che di questo non si abbia contezza. Come stare al centro di un maremoto, e non capirlo.

Bene, dunque, avere una visione. Quello che colpisce è la rozzezza del discorso di Casaleggio e il carattere religioso, apocalittico, fideistico, del suo ragionamento. Qui la Rete diventa il motore di una vera e proprio renovatio universale, destinata a cambiare il futuro dell’umanità. Diventa lo strumento di un nuovo avvento, con la certezza di una previsione astrologica. Nessuno dei dirigenti della Lega – grevi e terragni – si azzarderebbe a dire cose di questo tipo: sghignazzerebbero come di fronte ai giochi di un bambino.

Ora, il primo punto da mettere in discussione è la trasparenza, la credibilità – l’”oggettività” si potrebbe dire – della Rete, presupposto del discorso di Casaleggio. È vero il contrario: come diceva Eco, chiunque nella Rete, anche l’ultimo imbecille, è libero di dire ciò che vuole, senza alcun controllo. È il regno della pura, incontrollata, soggettività, dell’informe, del risentimento, del rancore, dell’invidia sociale – tipiche dell’elettorato dei 5 stelle. Si può obiettare che appunto per questo è uno strumento democratico: ciascuno può dire quel che pensa. E sarebbe vero se la democrazia non consistesse in regole, procedure, forme. La Rete può diventare, come infatti accade, il luogo del bellum omnium contra omnes: può riportarci dalla città nella foresta, dalla società politica alla natura. Farne l’apologia – a prescindere, direbbe Totò – è ridicolo. La Rete non è una proiezione in grande dell’agorà ateniese, come pensa Casaleggio. E anche sull’agorà ci sarebbe da discutere. Sostenere che la Rete è la fucina di un nuovo modello democratico risulta, perciò, senza senso: è il contrario di quello che può accadere, se non si potenziano gli strumenti di controllo e di trasparenza.

La saldatura tra Rete e democrazia diretta, auspicata da Casaleggio, può sfociare, misuro le parole, in una società dispotica, nella perdita delle libertà (uso volutamente il plurale). E stanno già accadendo – come conferma il silenzio di (quasi) tutti di fronte a quello che accade – anche le cose più abiette. Si cancellano diritti acquisiti come fosse una cosa ordinaria, per motivi puramente demagogici ed elettorali. Il diritto è messo al servizio della politica, come avviene in tutti i regimi autoritari: e nessuno si alza in piedi, come se non ci fosse più nulla da fare, salvo piegarsi ai nuovi poteri, ricavandone tutti i vantaggi possibili. Il mondo della Rete – di cui Casaleggio è il vescovo – è una sorta di grande Chiesa, in cui tutti devono stare in ginocchio, aspettando la Parola.

La democrazia rappresentativa è il frutto di un lungo, sanguinoso processo di costruzione delle libertà; ed è opera dei “moderni”. Essa si è affermata perché si è rivelata lo strumento più adatto per consentire agli uomini di organizzare la loro vita civile, politica, economica, attraverso un complesso bilanciamento dei poteri, di cui il Parlamento liberamente eletto è l’architrave. Esso è costituito dai rappresentanti del popolo, non da delegati agli ordini di forze esterne al Parlamento, ed è inteso come luogo della sovranità. È una distinzione fondamentale – quella fra rappresentanti e delegati – su cui richiama con energia l’attenzione Stuart Mill, discutendo con Tocqueville.
Se si parla di delegati, e non di rappresentanti, si entra infatti in un altro mondo – quello della democrazia diretta -: si mette cioè il potere nelle mani di forze che sono fuori del Parlamento, e che obbligano il Parlamento a fare ciò che vogliono. Per questo i 5 stelle vogliono introdurre il vincolo di mandato: per controllare i delegati del Movimento. Di un Parlamento di tal genere, su questo ha ragione Casaleggio, non c’è bisogno: è un ente inutile, senza potere, che si può cancellare. Una contraddizione in termini. Senza senso del ridicolo, è stato addirittura costituito un ministero per i rapporti con il Parlamento e la democrazia diretta. Un vero e proprio ossimoro. Ridicolo, certo, se non fosse tragico.

Di fronte a tutto questo va ricordata una lezione fondamentale della storia di cui molti si sono dimenticati, o fanno finta di dimenticare abbacinati dal nuovo potere. La democrazia diretta è sempre sfociata nel dispotismo per un motivo che dovrebbe essere ben conosciuto: venendo meno i poteri intermedi e il bilanciamento dei poteri si afferma il dominio dei pochi, dei capi, di quelli che comandano. È una bella favola per i bambini, la democrazia diretta: non per nulla chi l’ha teorizzata ha pensato a piccole comunità. La caduta nel dispotismo si è avuta con la rivoluzione francese e i giacobini, con i bolscevichi, con i totalitarismi del XX secolo, con Mao e le guardie rosse. E oggi, facendo le debite differenze, con i 5 stelle.
Ma non è un caso, se questo accade: è la costituzione interiore della democrazia diretta che produce dispotismo, il contrario della democrazia. E’ il livellamento che produce forme dispotiche. Perfino Casaleggio dice che “uno vale uno” non significa “uno vale l’altro”. La fusione della Rete e della democrazia diretta – per i caratteri dell’una e dell’altra – è la via regia per andare verso una società livellata e quindi autoritaria: il contrario di quanto prevede Casaleggio, che la vede come una sorta di Eden, in cui si realizzano tutte le potenze dell’uomo ritornato, dopo la caduta, nel paradiso terrestre.

Colpisce la rozzezza e il primitivismo di questa visione del futuro dell’uomo: lineare, armonico, senza incrinature. Colpisce anche per il peso che Casaleggio ha oggi negli assetti del potere politico e sociale. Avvicinarlo ai classici della fantascienza, come qualcuno ha fatto, è però stupido: Philip Dick aveva un’immagine tragica della storia e del futuro dell’uomo. Qui invece domina l’odore del borotalco, non c’è alcun sentore del carattere drammatico della vicenda dell’uomo. La Rete è la soluzione di tutti i misteri, la nuova clavis universalis – come pensavano nel Rinascimento della loro arte i teorici dell’arte della memoria, anche loro convinti di avere nelle mani il grimaldello per aprire i misteri dell’universo. Niente di nuovo sotto il sole: gli uomini sono sempre gli stessi, anche se la storia si ripete, in forme, per fortuna sempre diverse. Ciò che colpisce di più in questa intervista è proprio la visione pateticamente ottimistica del futuro: come se finalmente l’uomo fosse in grado, grazie alla Rete, di ordinare, e ricreare, il mondo. Niente, ahimè, di più ridicolo; la storia umana è stata e sarà sempre una vicenda drammatica, sanguinosa, anche tragica. E lo vediamo nei nostri tempi, giorno dopo giorno.

Se questa analisi ha un senso, due punti però appaiono chiari, e li cito in modo sintetico. Pensare che le forze del centrosinistra presenti in Parlamento possano appoggiare i 5 stelle per dargli più forza rispetto alla Lega, è un disegno politicamente assurdo, insensato: è la via per suicidarsi. Significa rinunciare a se stessi, alla propria idea del futuro, della storia, della democrazia. Significa accettare di trasformarsi da rappresentanti in delegati.
Il centrosinistra, se vuole avere un futuro, deve avere una visione per i prossimi decenni, individuando gli strumenti per rafforzare, non per cancellare, la democrazia rappresentativa, utilizzando naturalmente anche gli strumenti della Rete. Deve avere dunque una visione di carattere laico del mondo che bisogna costruire, che valorizzi il primato delle forme, delle regole, delle procedure, in cui risiede la sostanza della democrazia rappresentativa come strumento di emancipazione umana.
Da questo punto di vista l’intervista di Casaleggio – come il lavoro che ha fatto con la piattaforma Rousseau – è un memento di cui essergli grati.