La resistibile discesa
dell’impero di carta

Ricorre in questi giorni l’anniversario della morte, 106 anni fa, di Joseph Pulitzer, l’uomo che – non solo nell’immaginario americano – incarna il modello della stampa libera e autorevole, quella che con scrupolo professionale e coscienza civica si dedica quotidianamente all’esercizio dell’indagine giornalistica, a caccia di verità e giustizia.

Se a evocare il ruolo dei giornalisti quali baluardo del sacro principio della libertà di stampa, si corre sempre un po’ il rischio della retorica, alzi la mano – per contro – chi davvero è riuscito 40 anni fa a tenere fermi i polsi e imperturbabile lo sguardo dinanzi a Tutti gli uomini del Presidente, il film di Alan Pakula che ricostruisce il cosiddetto scandalo Watergate che portò alle dimissioni del presidente Nixon (Premio Pulitzer 1973 al Washington Post), o più recentemente, dinanzi a Il caso Spotlight, che ripercorre tre decenni di molestie e pedofilia all’interno dell’arcidiocesi cattolica di Boston (Premio Pulitzer 2003 al Boston Globe).
Ma a salvarci definitivamente dalla retorica è purtroppo la cronaca quotidiana. Quella planetaria, che racconta – per bocca dell’Unesco – che negli ultimi undici anni 930 giornalisti hanno pagato con la vita il proprio impegno professionale; e quella recentissima, che ci rimbalza il nome di Daphne Caruana Galizia, uccisa nei giorni scorsi a Malta mentre indagava sugli intrecci di politica e finanza con narcotraffico e riciclaggio.
Il fenomeno, nelle sue cifre più agghiaccianti e nei suoi risvolti più allarmanti, è stato descritto molto bene nei giorni scorsi da Silvia Garambois, su queste stesse pagine. Non ripeterò, pertanto, concetti che condivido, ma tornerei sul tema da una diversa angolazione, quella della crisi del giornalismo d’informazione e del comparto industriale che ne sostiene da oltre un secolo le alterne fortune, e quella del trionfo delle piattaforme digitali e dei social quali nuovi media.

Per evidenti ragioni di spazio, dovrò necessariamente procedere per sintesi estrema, appoggiandomi a ricerche, studi e indagini, cui rinvierò di volta in volta i lettori che fossero interessati all’approfondimento.
L’industria dei giornali quotidiani cartacei vive una crisi strutturale, sostanzialmente planetaria, i cui tratti appaiono irreversibili. Mentre procede affannosa la ricerca, in ogni angolo del pianeta, di nuovi modelli di business, i giornali stanno morendo. In Italia questa crisi ha dei numeri impressionanti. Nell’ultimo decennio i fatturati e le copie vendute si sono dimezzati. Un settore che nel 2007 fatturava quasi 4 miliardi di euro oggi non arriva a 2 miliardi. E le copie vendute sono passate da 5,4 milioni al giorno a 2,7 milioni al giorno (per intenderci, nel 1990 erano 6,8 milioni). La pubblicità fa anche peggio (- 60%). E il rapporto di sostituzione copia cartacea/copia digitale è fermo ad un rapporto 1:10, il che vuol dire che per 300mila copie di quotidiani cartacei persi nel 2015, se ne sono recuperate solo 30mila in formato digitale (per approfondimenti si rinvia a Rapporto 2016 sull’industria italiana dei quotidiani a cura di ASIG e Osservatorio Carlo Lombardi).
Per contro cresce il peso e il ruolo delle piattaforme digitali (Google in primis) e dei social (Facebook e Twitter) quali mezzi di informazione. L’Indagine conoscitiva Agcom del 2014, su Informazione e web, fotografa questo fenomeno con un ricco corredo di cifre e dati che trova sostanziale conferma nel recentissimo XIV Rapporto Censis-UCSI sulla Comunicazione in Italia dove leggiamo: “mentre si superano soglie sempre nuove nei processi di disintermediazione digitale, e l’informazione appare avvitata tra fake news e post-truth in una transizione ancora incompiuta, i social network si affermano sempre più come piattaforme di distribuzione dei contenuti in rete”.
Chiedersi come se la passino i giornalisti in questo contesto di crisi e sconvolgimenti è quasi esercizio retorico: malissimo!

La seconda edizione dell’Osservatorio sul giornalismo, pubblicato nel 2016 da Agcom, non lascia molti dubbi. La crisi del comparto industriale della comunicazione, e del settore editoriale in particolare, produce effetti evidentissimi sull’organizzazione del lavoro giornalistico e sulla qualità e lo status della professione.
La distribuzione dei giornalisti attivi in Italia per fasce di età mostra un graduale e costante invecchiamento della forza lavoro. Il numero di giornalisti autonomi (freelance e parasubordinati) supera quello dei giornalisti dipendenti puri, che, nel 2015, rappresentano solo il 27% del totale. Da 15 anni si assiste a un significativo aumento delle fasce reddituali più basse. In particolare, nel 2015, la fascia di reddito al di sotto dei 5mila euro rappresenta oltre il 40% dei giornalisti attivi. Si tratta di dati che testimoniano la presenza di una parte, oramai maggioritaria, di soggetti che lavorano in modo parziale o precario. In questo contesto di progressivo deterioramento professionale, persiste e si aggrava la differenza di genere: le donne tendono a raggiungere con meno probabilità posizioni redditualmente apicali, ed hanno più probabilità di rimanere in condizioni economicamente disagiate. Il timore di perdere il posto di lavoro, o comunque potere economico e redditività, costituisce ormai la preoccupazione principale della categoria.

Volendo dirlo in due parole, l’Osservatorio Agcom sul giornalismo ci racconta una situazione di strutturale crisi della professione, fatta di progressivo invecchiamento, dinamiche accentuate di precarizzazione e crescente fragilità economica. Il venir meno di sicurezza economica, identità professionale e ruolo sociale, alimenta la fragilità e la solitudine dei giornalisti e, cosa ancora più grave, li espone in misura crescente alla pressione, al ricatto e all’intimidazione delle mafie e dei poteri in genere.

Il dibattito planetario sulle fake news; le suggestioni che arrivano dalle accademie sugli effetti di contagio emotivo dell’informazione dominata dagli algoritmi delle piattafome digitali (cfr. Eli Pariser, The filter bubble, 2011; Walter Quattrociocchi e Antonella Vicini, Misinformation, 2016); la crisi strutturale del comparto dell’informazione classica; sono tutti fenomeni convergenti il cui esito è la messa a rischio di un bene pubblico come l’informazione. Non si tratta tanto di salvare una corporazione professionale, o una filiera industriale e produttiva. Si tratta di interrogarsi su quale sarà nei prossimi decenni il futuro dell’informazione così come l’abbiamo faticosamente voluta e costruita nel secolo passato.