Carotenuto: la rabbia in Cile è conseguenza di 46 anni neoliberisti

Lo scorso 7 ottobre, in seguito all’aumento del costo della metropolitana, le stazioni di di Santiago de Chile hanno cominciato ad essere invase da masse di manifestanti che, guidati dagli studenti, vi facevano ingresso senza pagare il biglietto. Nonostante la repressione violenta da parte di polizia ed esercito e lo stato di emergenza e di coprifuoco indetto dal Presidente Sebastián Piñera — un fatto che non si verificava dai tempi del regime di Pinochet —, la protesta si è estesa a tutto il Paese e va avanti, ormai, da quasi due mesi: alla base delle manifestazioni, infatti, c’è un profondo malessere per un Cile sempre più diseguale e in cui gli equilibri economici, sociali e, in parte, istituzionali sono pressoché gli stessi dai tempi della dittatura.
Per capirne di più, abbiamo deciso di intervistare il professor Gennaro Carotenuto, docente di Storia Contemporanea presso l’Università di Macerata. Studioso dei fascismi, delle dittature di destra e della storia recente dell’America Latina, nonché attento osservatore della politica internazionale, il professor Carotenuto ha un suo sito, gennarocarotenuto.it, dove tratta quasi quotidianamente di questi temi. Collabora con Radio Rai e Radio Svizzera e in passato ha scritto anche per La Stampa ed El País. La sua ultima pubblicazione è Todo cambia. Figli di desaparecidos e fine dell’impunità in Argentina, Cile e Uruguay (Le Monnier, 2015).

1) Professore, cosa sta accadendo in Cile? Sembra che il “paradiso” dellAmerica Latina stia implodendo a causa della rabbia sociale.
Il Cile, più che il paradiso, è stato considerato un esempio di efficienza del modello neoliberale. Tutto è cominciato con i diciotto anni di dittatura di Augusto Pinochet, instauratasi col golpe dell11 settembre 1973, con cui fu destituito Salvador Allende, e costata 3500 morti. Questi diciotto anni sono stati fondamentali per costruire un modello che si basa sulla privatezza di tutto e che non è stato mai più messo in discussione, neanche quando è stato restaurato il regime democratico che ha visto prima, negli anni ’90, governare il centrosinistra e poi, a partire dal 2006, alternarsi centrosinistra e destra con le figure di Michelle Bachelet e di Sebastian Piñera, lattuale presidente.
Insomma, ci troviamo di fronte a diciotto anni di dittatura e trent’anni di governo neoliberale, in un Paese ossessivamente convinto di essere perfetto e in cui, ancor più che in altri Paesi dell’America Latina, le forze armate hanno fatto da tutori dell’ordine in nome delle classi dirigenti che, in buona sostanza, continuano a considerarsi proprietarie del Paese. Questo era vero nel XIX secolo, era vero quando Salvador Allende e lUnidad Popular vinsero le elezioni ed è vero ancora oggi.
Tutto questo apre la strada ad un mare di esclusione in un Paese comunque ricchissimo e ad alto reddito dove, però, una parte importante della popolazione deve fare i salti mortali per avere accesso alla salute, all’educazione e a beni di consumo che consideriamo standard. Oggi, però, la situazione è profondamente cambiata rispetto agli anni ’50 e ’60, perché non abbiamo più le classi popolari di una volta, operaie e sindacalizzate, con le tipiche strutture di classe del Novecento, ma tutte persone che si considerano appartenenti alla classe media e che fanno fatica ad arrivare alla fine del mese. Infatti, la generazione post-dittatoriale, nata senza la paura del regime di Pinochet, sembra aver maturato un’insoddisfazione che non va ricondotta a qualche forma di militanza politica, ma che nasce a causa di un modello dal quale si sentono esclusi. Questa non è altro che la conseguenza di quanto accade da quarantasei anni: una lunga epoca storica.

2) I dati sulla repressione governativa nei confronti delle proteste parlano di 22.000 arresti e 2.800 feriti, mentre a metà novembre i morti contati erano 22. Davanti a questo quadro, possiamo sostenere che il Cile abbia attuato una vera transizione democratica rispetto alla dittatura di Pinochet? Anche perché, facendo un esempio su tutti, la Costituzione resta sostanzialmente quella.
Il problema della Costituzione è fondamentale perché ad aprile si voterà per eleggere un’assemblea costituente, anche se, a mio modo di vedere, per come è stata concepita, i rapporti di forza resteranno a favore di Piñera.
Sulla transizione democratica, invece, la mia risposta è complessa: da una parte, si svolgono elezioni regolari, grazie alle quali si sono alternati sette governi (uno di questi ha visto anche la partecipazione dei comunisti), ma dall’altra è evidente come il fondamento del Paese si basi sul controllo e sull’ordine imposti dalla classe dirigente. Questa può non avere a che fare per una vita intera con le persone provenienti dai quartieri popolari di Santiago e, se adesso accade, è solamente perché ci sono delle proteste in atto. Possiamo riderci su, ma è indicativo di tutto questo che Cecilia Morel, la moglie di Piñera, definisca i manifestanti un’«invasione di alieni».
Inoltre, il fatto che Piñera abbia dichiarato guerra ai manifestanti, spiega bene come le classi dirigenti cilene — costituite da un piccolo numero di famiglie, spesso imparentate tra loro e con alcune tra esse che nella storia hanno avuto quasi sempre un senatore — siano disposte a fare qualunque cosa, pur di non perdere il controllo del Paese.
In questo senso, non è una questione legata a Pinochet: Pinochet era espressione di questa logica, era “endogeno” a questo sistema. Nel contesto della Guerra Fredda, questo comportò l’ingerenza di una forza esogena, gli Stati Uniti, ma il golpe ebbe comunque un’origine interna.

3) Riguardo alla morte tragica di Daniela Carrasco, “El Mimo”, le Abogadas Feministas de Chile affermano che non ci sia traccia di violenze e che, probabilmente si sia tolta la vita da sola. Lei che idea si è fatto, almeno in base ai dati finora in possesso?
Guardi, io su questo non aggiungo nulla, anche perché se le Abogadas hanno detto questo, probabilmente è vero. Quello che invece non dobbiamo dimenticare è che non c’è solo il caso singolo di Daniela Carrasco, ma ci sono decine di morti e 220 persone colpite agli occhi dalla polizia, con più di cento persone che hanno perso la vista ad un occhio e almeno un ragazzo che l’ha persa ad entrambi. Cioè, le forze dell’ordine cilene sparano per accecare le persone in maniera deliberata, esattamente come ricorrono all’umiliazione di carattere sessuale e allo stupro, gravissime violazioni dei diritti umani. Dunque, anche se non conosciamo i contorni precisi del caso di Daniela Carrasco, bisogna tener presente che ciò avviene in un contesto dove l’uso di torture, stupri e omicidi extragiudiziali è legittimitato in ragione di annichilire chi attenterebbe all’ordine.

4) Da una parte abbiamo le proteste di massa in Cile, in Colombia e in Ecuador, la vittoria di Fernandez in Argentina e la liberazione di Lula, mentre dall’altra parte abbiamo il golpe in Bolivia e la vittoria di Lacalle in Uruguay: insomma, l’America Latina sta vivendo una fase molto complessa. Ma è possibile che si apra un nuovo ciclo favorevole alle forze popolari e socialiste o ci aspetta un’altra fase di violenta e brutale repressione da parte della destra filoamericana?
La crisi del ciclo progressista ha visto i movimenti sociali mantenere il loro protagonismo nella politica sudamericana. Ciò a differenza della fase precedente (quella post-dittatoriale del neoliberismo realizzato e del Washington Consensus negli anni ’90) che si era chiusa, grosso modo, con il default argentino. Desta però preoccupazione l’utilizzo degli eserciti per reprimere le manifestazioni di piazza, solo nelle ultime settimane, in Cile, in Ecuador, in Colombia, in Honduras. Altrettanto preoccupante è quanto accaduto con il golpe in Bolivia, dove è stato intimato al presidente Morales di rassegnare le dimissioni, costringendolo all’esilio e massacrando decine di persone scese in piazza a difendere il governo costituzionale. Tutto ciò è aggravato dalla negazione del golpe stesso da parte di alcuni attori, inclusi i mezzi di comunicazione monopolisti, che stanno “edulcorando” tutto in un negazionismo complice.
Io non uso mai espressioni come “destra filoamericana”. Semmai, sono gli Stati Uniti ad essere filo-destra latinoamericana. Ma quello che è sicuro lo hanno indicato anche le elezioni in un grande Paese come l’Argentina, dove le forze progressiste hanno vinto dopo quattro anni. Insomma, tutte le partite restano aperte.