La proposta di Moro fu coraggiosa
ma in anticipo sui tempi della politica

Il prezioso contributo allo studio della storia dell’Italia repubblicana che Miguel Gotor offre con “Io ci sarò ancora. Il delitto Moro e la crisi della Repubblica” (PaperFirst) ruota attorno alla convinzione che il 1978 ne rappresenti una data periodizzante, costituendo una cesura che ha modificato in profondità l’evoluzione del sistema politico italiano. Coerentemente con tale convinzione, Gotor ha dedicato buona parte delle proprie ricerche a ricostruire il contesto in cui maturarono il rapimento di Aldo Moro e la strage della sua scorta, in cui si delinearono i cinquantacinque giorni della sua prigionia e, infine, avvenne il suo assassinio.

Nella consapevolezza che la morte di Moro è intrecciata in modo indissolubile con la sua vita, Gotor ha studiato con attenzione non solo la vita politica del leader democristiano, ma anche il suo pensiero politico e la sua produzione intellettuale, sino a concentrarsi prima sulle lettere scritte da Moro mentre era prigioniero delle Brigate Rosse (M. Gotor, a cura di, Aldo Moro. Lettere dalla prigionia, Einaudi, 2008) e, successivamente, sul memoriale che lo statista di Maglie scrisse durante quei drammatici giorni (M. Gotor, Il memoriale della Repubblica. Gli scritti di Aldo Moro dalla prigionia e l’anatomia del potere italiano, Einaudi, 2011).

È da poco disponibile, ora, il terzo volume dello storico, intitolato appunto “Io ci sarò ancora. Il delitto Moro e la crisi della Repubblica” che opportunamente raccoglie interventi diversi, scritti nel corso degli anni su diverse testate (quali “Il Fatto quotidiano”, “Diario”, “Il Venerdì di Repubblica”), tutti aventi ad oggetto quei cinquantacinque giorni che cambiarono la storia d’Italia.

Restituiti al lettore in forma unitaria, questi interventi colpiscono per coerenza, compattezza e ricchezza delle informazioni. Essi sono il frutto di una duplice dinamica che ha caratterizzato gli ultimi anni del loro autore: da un lato, emerge l’ulteriore lavoro di scavo dello storico appassionato e competente, dall’altro, l’impronta di una differente funzione pubblica che Gotor ha ricoperto dal 2013 al 2018, allorché è diventato Senatore della Repubblica per la XVII legislatura ed è entrato a far parte della nuova Commissione d’inchiesta sul caso Moro, il principale oggetto dei suoi studi. Di questa duplice veste di Gotor trae profitto il libro, che costituisce un contributo prezioso per fare ordine sugli accadimenti di quel periodo e sulle differenti letture ad essi relative.

Miguel Gotor

Nel testo viene ricostruito con minuziosa chiarezza il contesto in cui avviene il rapimento, con tutte le aree di ambiguità ancora irrisolte, le ombre e le discrepanze ancora presenti nelle versioni “ufficiali” e le possibili piste attraverso le quali si sono svolte molteplici trattative volte a liberare l’ostaggio, in cui i fronti apparentemente contrapposti (“linea della fermezza” / “linea della trattativa”) appaiono ben più porosi di quanto siamo abituati a pensare. Soprattutto, riaffiora la consapevolezza che in quei giorni si disputasse una contesa decisiva per il cammino del nostro Paese e che l’esito di tale contesa non dipendesse soltanto dalle sorti dell’uomo politico Moro, bensì anche da quelle del suo progetto politico.

A tal proposito, un passaggio basilare del libro di Gotor si trova a pagina 46: «Se i brigatisti avessero voluto uccidere Moro e basta, lo avrebbero fatto già il 16 marzo, insieme con la scorta. In realtà l’obiettivo della loro “propaganda armata” era più raffinato: eliminare l’ostaggio dopo avere destabilizzato il quadro politico e istituzionale mediante il suo rapimento, funzionale a distruggerne l’immagine sul piano civile e morale affinché il suo progetto di allargamento della base democratica dello Stato non avesse eredi».

L’autore richiama l’attenzione sull’eredità politica e culturale legata alla figura di Aldo Moro e sulla possibile strada interrotta dalla mano che lo uccise. Si comprende ulteriormente il senso del percorso di ricerca intrapreso ormai parecchi anni fa da Miguel Gotor. I giorni della prigionia di Aldo Moro sono anche il tempo in cui si forgiano differenti immagini dell’uomo e del politico Moro, funzionali alle strategie delle diverse parti in conflitto. Pur ridotto in cattività, Moro è della partita: non è un prigioniero inerte. Scrive moltissimo – anche se, come sappiamo, il frutto di tanta scrittura giungerà a noi, mutilato, in tempi differenti. Quella voce cerca di parlare a chi vuole ascoltarla, in quei giorni e – questa la profonda convinzione di Gotor – anche nei nostri.

Oltre all’avvolgente ragnatela con cui il leader democristiano ha cercato di irretire i suoi interlocutori dentro e fuori il covo brigatista, conseguenza dell’inalienabile diritto di provare ad avere salva la vita in condizioni estreme, il moroteo “uso del discorso nel cuore del terrore” fa affiorare il nucleo incandescente del pensiero politico di Aldo Moro, in continuità con le sue più significative prese di posizione, sin dai primi scritti giovanili.

Come già Alcide De Gasperi prima di lui, Moro non si era mai rassegnato all’idea che la democrazia parlamentare dovesse essere un privilegio dei Paesi nordici e protestanti e che l’Italia fosse condannata a condividere la sorte di Paesi mediterranei quali Spagna, Portogallo e Grecia, per i quali, negli anni Cinquanta, l’unico regime possibile sembrava essere l’autoritarismo. Sotto questo profilo, si può notare tutta l’asimmetria della contesa fra il prigioniero e i suoi carcerieri, che non era l’asimmetria evidente dovuta alla riduzione in cattività del primo ad opera dei secondi, bensì quella che derivava dalla profondità della prospettiva cui il raffinato intellettuale – prima ancora che il leader politico – poteva attingere.

Nell’immagine offerta dai brigatisti, Moro era un agente della controrivoluzione, un interprete locale al servizio dello Stato imperialista delle multinazionali, ossia di un sistema di potere in gran parte esogeno, capace di determinare la politica italiana. Nulla di più lontano dal vero. Moro avrebbe potuto esibire quali credenziali al riguardo la preoccupata diffidenza dell’establishment atlantico, le campagne d’odio della stampa di destra, la mal dissimulata ostilità di parte dell’opinione pubblica conservatrice che pure trovava accoglienza presso settori dei partiti di governo, ma che riservava a lui un astio tutto particolare. Ed ecco che, più ancora che nelle sue lunghe stagioni da uomo libero, nei cinquantacinque giorni della prigionia, rendere giustizia alla difficile, relativa, ma costantemente ricercata autonomia della democrazia italiana e della sua classe dirigente, diviene per Aldo Moro obiettivo primario.

La scrittura dell’Aldo Moro prigioniero diviene strumento di battaglia politica. L’ultima. Per difendere l’operato della élite politica e dei partiti di massa, che negli anni Quaranta e Cinquanta avevano saputo ancorare una società italiana appena uscita dal fascismo e dalla guerra civile alle nuove istituzioni democratiche. Ma ancor di più per tramandare le ragioni di un progetto di riforma del Paese che il prigioniero aveva a lungo coltivato, nella consapevolezza che gli assetti politici del Secondo dopoguerra non potessero più essere replicati dopo le grandi trasformazioni sociali innescate negli anni Sessanta. Con Aldo Moro abbiamo il primo tentativo di modificare la struttura del sistema politico italiano, al fine di superare la condizione di “democrazia bloccata” per assenza di alternanza al governo, ossia quella configurazione statica del potere politico determinata nell’Italia del primo periodo repubblicano dalla presenza quale principale partito di opposizione del Partito comunista italiano, il più importante partito comunista dell’Occidente.

Abbiamo affermato in altra sede che la posta in palio della strategia politica di Moro consistesse nel tentativo di migliorare la qualità della democrazia italiana estendendo il potenziale accesso alle responsabilità di governo a tutte le forze politiche significativamente presenti in Parlamento (cfr. M. Almagisti, Una democrazia possibile. Politica e territorio nell’Italia contemporanea, Carocci 2016). Infatti, secondo il leader democristiano, soltanto in questo modo si poteva giungere ad una democrazia dell’alternanza in grado di responsabilizzare tanto i governi quanto le opposizioni.

Aldo Moro non affida il successo di tale strategia all’ingegneria costituzionale, ossia alla riforma delle istituzioni – tema che caratterizzerà gran parte del dibattito politico nei decenni successivi –, bensì alla piena conversione alle regole democratiche di tutte le principali forze partitiche, ossia, detto in altri termini, alla piena maturazione democratica dei partiti di sinistra. Vanno interpretati in questo senso sia il dialogo avviato da Moro con il Partito socialista negli anni Sessanta – che ha condotto al primo governo di centrosinistra nel 1963 e al varo di un’importante stagione di riforme per il nostro Paese – sia il rapporto con il Partito comunista negli anni Settanta.

Non a caso, Moro definisce la stagione politica che dovrebbe schiudersi dal dialogo fra il suo partito e il PCI quale “terza fase”, ossia un “terzo tempo” nella storia della Repubblica – dopo il centrismo degasperiano e dopo i governi di centrosinistra aperti ai socialisti – in cui gradualmente possano essere riconosciute responsabilità di governo anche a esponenti del Partito comunista. La “terza fase” non è il “compromesso storico”. La differenza che intercorre in proposito fra Aldo Moro e il suo principale interlocutore, il segretario del PCI Enrico Berlinguer, non è soltanto terminologica, bensì di prospettiva politica e si traduce anche in modi differenti di concepire la collaborazione fra DC e PCI: mentre per il segretario comunista l’obiettivo consiste in una stabile alleanza di governo, Moro immagina il possibile accordo entro un’ottica più circoscritta. Non un incontro “storico” e a tempo indeterminato fra due “mondi”, bensì un compromesso politico temporaneo per gestire assieme una fase molto delicata, caratterizzata da mutamenti sociali e culturali rapidi e profondi, e superare per tale via la pregiudiziale anticomunista, garantendo in seguito la possibilità di alternanza al governo di tutte le principali forze partitiche.

Secondo l’interpretazione di Gotor, la proposta di Moro è coraggiosa ma troppo in anticipo rispetto ai tempi della politica (italiana e, soprattutto, internazionale): il Muro di Berlino crollerà soltanto nel 1989 e il coinvolgimento del PCI nel perimetro dell’esecutivo costituisce un rischio elevatissimo che per Moro si rivela fatale. Resta il valore di un disegno di riforma della politica repubblicana imperniato sulla convinzione che i partiti fondatori della Repubblica dovessero attrezzarsi ad un cambiamento profondo, accettando di rinnovarsi confrontandosi con i molteplici fermenti innovativi presenti nel mondo delle professioni, nella scuola e nell’Università. Resta il ricordo di un leader politico che era anche (e prima) un professore, sempre attento, nel corso degli anni, al confronto aperto con i suoi allievi (cfr. Giorgio Balzoni, “Aldo Moro, il Professore”, Lastarìa, 2018). Un leader che, poco dopo la “grande esplosione” del Sessantotto, invitava il suo partito “ad aprire finalmente le finestre di questo castello nel quale siamo arroccati per farvi entrare il vento che soffia nella vita, intorno a noi”.

In questo senso, Aldo Moro ci parla ancora e, rispetto a molto di quanto accaduto dopo di lui, continua a proporsi quale “punto irriducibile di contestazione e di alternativa”.