La priorità è riportare
la sinistra alle urne

Sarebbe bello poter presentare la sinistra, o meglio le forze di sinistra e le forze di centro, unite alle elezioni. Ovvero vedere accanto al Pd il movimento di Speranza, Bersani, D’Alema, nonché quello di Fratoianni, Fassina, Civati e, magari, Pisapia.  Come  auspicava qui Paolo Branca. Sarebbe un tentativo interessante per tentare di arginare l’ascesa del centrodestra e dei 5 stelle. Sarebbe bello, ma pressoché impossibile. Come sembrano dimostrare i primi risultati della generosa attività del mediatore Piero Fassino.

Un qualche interrogativo ulteriore nasce da quello che mi sembra essere un elemento fondamentale della posta in gioco. E’ quello rappresentato da una grande massa di elettori un tempo di sinistra e oggi, scoraggiati, dediti all’astensione dal voto. Il problema che si pone riguarda  la possibilità di  recuperarli, riportarli alle urne, dando  loro fiducia e speranza. Come? Certo la questione rimarrebbe aperta anche se le forze che si dichiarano di sinistra si presentassero conservando la propria solitaria autonomia. Molti tra  loro devono, infatti,  farsi perdonare ritardi e  facilonerie del passato su temi scottanti che riguardano il mondo del lavoro e non solo in relazione alla manomissione di diritti fondamentali. Unica via d’uscita potrebbe derivare da una chiara impostazione programmatica, su contenuti davvero innovativi e convincenti.

Non sembrano essere tali quelli indicati dal confronto in corso. Alcuni investono il famoso articolo 18, quello  che ha cancellato il cosiddetto diritto al reintegro, in caso di licenziamento ingiustificato. Certo, è già importante che si indichino correzioni. Vuol dire che ci si rende conto della necessità di intervenire.  Alla faccia di chi accusava i difensori  del 18 di essere come dei nostalgici estremisti. C’è da chiedersi però se sia risolutiva la soluzione avanzata dall’ottimo Cesare Damiano, ovvero costringere gli imprenditori a pagare un indennizzo più alto per il licenziamento. Mentre ad esempio Roberto Speranza chiede di  reintrodurre la facoltà del giudice di valutare il tipo di condotta che ha portato al licenziamento disciplinare. Ha detto Speranza in un intervista a La Stampa: “Se un lavoratore di un supermarket è arrivato per alcuni giorni in ritardo è un caso diverso dal dipendente che sia stato trovato a rubare dalla cassa. Oggi il reintegro è impossibile in entrambi i casi”.

Un decisivo banco di prova, sui contenuti di una possibile alleanza, ma anche su una possibile distinta presenza alle elezioni tra Pd e sinistra,  potrebbe essere rappresentata dall’esito del confronto  tra i sindacati e il governo Gentiloni. Qui (inaugurando un riconoscimento al peso di Cgil-Cisl-Uil e buttando alle ortiche gli atteggiamenti del rottamatore Renzi) non si discute solo di anziani pensionati che si vedono costretti ad aumentare l’età della pensione calcolata con una “speranza di vita” che non è eguale per tutti. Molti giornali hanno gonfiato le cifre relative ai lavoratori impegnati in lavori che diminuiscono assai queste “speranze di vita”. La Cgil ha fatto dei calcoli e ha informato che saranno solo 4.305 quelli previsti dal governo.

C’è poi da sottolineare il fatto che (come ha scritto qui il segretario generale del Nidil Cgil Claudio Treves) il governo ha sbarazzato il tavolo della trattativa dalle richieste relative ai giovani che vedranno, per i loro lavori discontinui derivanti dalla nuova epoca della fine del posto fisso, un futuro pensionistico da fame. Così come le donne non avranno alcun riconoscimento per il loro quotidiano “lavoro di cura”. Ovvero  anche per loro nessun calcolo per le  future pensioni.

C’è anche chi ha risposto alle varie argomentazioni che vorrebbero giustificare l’allungamento continuo dell’età pensionabile paventando un crack economico dell’Inps. E’ stato Pierre Carniti, in una recente lettera ai sindacati, a ricordare come pesino sullo stato dell’Inps molte esperienze del passato. Come quelle inerenti la pensione ai coltivatori diretti, senza pagamento di contributi. Oppure il privilegio riconosciuto (nel 1973 dal governo Rumor) ai dipendenti pubblici inquadrati nell’Inpdap. Tali conti  sono finiti in dissesto e assorbiti dall’Inps. Così come dopo il fallimento dell’Ente dei dirigenti d’azienda,  per quello dei trasporti e per  quello delle telecomunicazioni. Carniti conclude su questo punto denunciando un “inestricabile intreccio tra assistenza e previdenza” e indicando come strada maestra la divisione dell’Inps.

Sono tutti temi sui quali il popolo del lavoro è molto probabile che scenda in piazza nei prossimi giorni. Forse per decisione della sola Cgil, essendo gli altri due sindacati meno decisi a manifestare una protesta e una proposta. Resta il fatto che sarà  una scesa in campo destinata a parlare alla politica. E a indicare, più di tante mediazioni, la necessità per i molti che si rifugiano nella sfiducia e nell’astensionismo, di contenuti ragionevoli ma dettati dalla necessità di un vero cambiamento. Magari sostenuti, in Parlamento, come  qui argomentava Pietro Spataro, da una nuova stirpe di dirigenti