La polveriera della sanità privata senza regole
e senza diritti

Prendete un settore, infilateci dentro tutte, ma proprio tutte le pratiche più odiose nel vasto campionario del mercato del lavoro due punto zero, e otterrete l’esplosivo cocktail della sanità privata, un velenoso miscuglio invecchiato almeno 12 anni, visto che l’ultimo rinnovo contrattuale risale al 2007. La lista degli ingredienti è lunga: dumping, false partite IVA, cooperative senza virtù, appalti al massimo ribasso, diritti anni luce distanti dai colleghi del pubblico, ricatti giocati sulla pelle dei lavoratori, salari striminziti, relazioni sindacali ridotte ai minimi termini, servizi ai cittadini minati nella qualità. Una poltiglia somministrata a 300 mila persone, tanti sono gli operatori impegnati nelle corsie degli ospedali privati. E a 60 milioni di italiani che comunque rischiano di pagarne il prezzo.

A lanciare un fiammifero in questa enorme pozzanghera di petrolio le due parti datoriali. L’Aiop, l’associazione italiana ospedalità privata, e l’Aris, l’associazione religiosa istituti socio-sanitari. Che con il loro atteggiamento di chiusura e l’annuncio, a 12 anni dall’ultimo rinnovo, di non volerci spendere neanche un euro per un nuovo contratto, hanno costretto i sindacati a interrompere la trattativa e a scendere sul piede di guerra, con presidi e manifestazioni che stanno bloccando il settore in tutte le Regioni e l’intenzione di arrivare alla mobilitazione nazionale generale.

Insomma, ci sono tutti i presupposti perché diventi la madre di tutte le vertenze, a guardarla da un punto di vista sindacale. Non è un caso che le confederazioni lunedì 15 aprile all’attivo unitario di Roma si sono affiancate alle categorie e a parlare dal palco siano stati i leader maximi, Landini, Furlan e Barbagallo. Del resto, come ha detto chiaramente il capo della Cgil, “dopo 12 anni l’assenza del rinnovo contrattuale rischia di diventare un fatto normale. Probabilmente tanti lavoratori neanche lo sanno che significa un nuovo contratto, persino se hanno cominciato a lavorare dieci anni fa. Una condizione che oltre a generare rabbia, sfiducia o rassegnazione, rischia di portare all’idea che ognuno deve arrangiarsi come può per far quadrare i conti”. Ecco perché la polveriera della sanità privata per Landini è un nodo centrale non solo per tutti i sindacati ma anche per il Paese: “non esiste una qualità della sanità privata e pubblica se non c’è una qualità del lavoro”.

“La vertenza è generale – gli fa eco la segretaria della Funzione Pubblica Cgil, Serena Sorrentino – perché Aris e Aiop, facendo tanti accordi regionali, hanno messo in discussione il valore del contratto nazionale di lavoro, attentando all’autorità salariale dello strumento e alla sua funzione di cornice di diritti”. Una deriva su cui riflettere, perché, come ci spiega la leader di categoria, “più viene meno la qualità del lavoro, più viene penalizzata la qualità delle prestazioni e del diritto alla salute dei cittadini”.
Ma perché un gruppo di imprenditori che fa fatturati astronomici non è disposto a cedere a un minimo di redistribuzione? Stiamo parlando di una categoria che, tanto per dare qualche cifra, guadagna, solo con i primi dieci ospedali privati della Capitale, 4 miliardi di euro a fronte di 29 mila lavoratori. La risposta è in un odioso ricatto: se l’amministrazione pubblica non ritocca al rialzo le tariffe riconosciute per le prestazioni offerte dalla sanità privata accreditata, noi non mettiamo neanche un euro nel rinnovo del contratto. Non investiamo nel capitale umano. “Ma noi – sembra rispondergli un delegato della Cisl dal palco dell’assemblea di Roma – non siamo capitale umano, siamo persone. Persone che lavorano per le persone, tutti i giorni”. Troppa umanità tutta insieme per chi parla il linguaggio del denaro e considera e tratta l’universo della sanità come un settore per fare utili alla stessa stregua di qualsiasi altro settore produttivo. Laddove il capo della Cgil, Maurizio Landini, si sgola al microfono dell’affollato incontro romano: “non siamo qui a far una lotta solo per i diritti dei lavoratori, ma anche per quelli dei cittadini. Perché non c’è qualità del servizio senza qualità del lavoro”. E allora parliamone del lavoro in sanità privata.

Licenziamenti, casse integrazioni in deroga, stipendi non pagati per mesi, lavoratori costretti ad andare sui tetti dei propri ospedali per far valere i propri diritti e il rispetto della dignità di lavoratori. Dumping feroce resta lo slogan di aziende pronte a spremere il settore come un’arancia per trarre profitto da ogni situazione, costringendo chi cura i cittadini a salari bassi e diritti cristallizzati da anni. Un infermiere del settore privato porta a casa oltre trecento euro in meno del collega del pubblico. La maternità, per le operatrici del privato, è coperta all’80 per cento, contro il cento per cento nel pubblico. La formazione, parte essenziale di un lavoro in continua evoluzione, è a carico dei lavoratori, nel privato. “Il riposo di 11 ore tra un turno e l’altro, principio inderogabile nel pubblico – sottolinea con un certo sgomento Serena Sorrentino – nel privato diventa derogabile, compromettendo il recupero psico-fisico dei lavoratori”. Ce n’è abbastanza di che indignarsi e preoccuparsi, ma il cahier de doléances è appena a metà. Ci aiutano le parole del lavoratore ad aprire nuovi inquietanti capitoli. “Colleghi a partita IVA, che facevano il nostro stesso lavoro, i nostri stessi orari, che poco avevano a che fare con il lavoro autonomo. La parte più debole di quella catena, ancora più sfruttati di noi. Il lavoro esternalizzato a cooperative che sottopagano infermieri, magari appena usciti dalle università, umiliando i sacrifici di tutte quelle famiglie che tanto hanno fatto per mantenerli agli studi”.

Tali e tante differenze tra pubblico e privato, tra luoghi di uno stesso lavoro, da poter dire, parole della segretaria della Fp Cgil, che questo “è il cuore stesso della vertenza, perché per noi, per la nostra federazione, l’importante è rappresentare quanto più possibile in maniera armonizzata i diritti dei lavoratori che operano nel settore pubblico e nel settore privato ma che comunque offrono servizi ai cittadini. Equiparare le loro condizioni di trattamento è l’obiettivo. Per questo la mobilitazione va avanti e arriverà fino a un livello nazionale”. Sembra fantascienza… “eppure è così – conferma Sorrentino –. Il sistema della salute e le Regioni, in realtà, quando fanno i datori di lavoro, anche intermediati da soggetti privati, non garantiscono che ci siano regole che riconoscano i diritti a lavoratrici e lavoratori. Chiediamo l’obbligo di garantire requisiti minimi di personale, ossia gli stessi standard previsti per il pubblico per numero di posti letto e pazienti. Nel privato spesso sono molto più bassi, quindi i lavoratori vengono pagati meno, fanno più ore di lavoro, meno riposi e devono assistere anche più pazienti. Chiediamo che sia inammissibile che i lavoratori all’interno del settore non abbiano un contratto a tempo indeterminato di carattere subordinato per avere l’accreditamento riconosciuto alle aziende che operano nella sanità privata. Regole, contrasto al dumping contrattuale, anche esterno, cioè di altri contratti che entrano nella gestione della sanità accreditata, ma soprattutto al dumping che si crea tra lavoratori che hanno poche garanzie, ma ce l’hanno, e che hanno un contratto a tempo indeterminato, e lavoratori che ne hanno ancora di meno perché sono atipici e precari”.

In una parola, anzi, in uno slogan, ripetuto spesso da Landini in questi mesi, stesso lavoro, stessi diritti. “Stesse tutele per chi lavora nella sanità, sia del pubblico o del privato – ripete dal palco il segretario generale della Cgil –. Oggi questo è il nostro problema: in qualsiasi settore tu vada, nella sanità come nel pubblico, nella logistica come nell’industria come nel commercio, noi, attraverso il sistema dell’appalto, del subappalto, del sott’appalto, delle finte cooperative, siamo di fronte al fatto che questo principio che a parità di lavoro dovrebbero corrispondere parità di diritti non c’è. Il compito principale delle organizzazioni sindacali, soprattutto confederali, è questo. Per evitare il rischio della corporativizzazione dei settori. Perché di fronte a un’assenza di risposta generale, il rischio è questo. E quando un governo non rinnova i contratti, indirettamente sta dando l’indicazione di mettere in discussione l’idea stessa della confederalità”. Una vertenza trainante, per il mondo sindacale, con un terzo di milione di lavoratori ad aspettare, sempre più arrabbiati, che le associazioni datoriali tornino a più miti consigli, si siedano al tavolo e riconoscano ciò che è giusto a gente il cui contratto, nel migliore dei casi, è fermo al 2007. La mobilitazione resta caldissima, il prossimo appuntamento da segnare in calendario è lo sciopero regionale del 10 maggio in Veneto. Sempre che prima non succeda qualcosa e quella poltiglia avvelenata diventi champagne con il quale brindare al rinnovo.

Giorgio Sbordoni, RadioArticolo1

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