La politica non è il palazzo, non tradite
i volontari del Pd

L’annuncio di Matteo Renzi  è stato per il Partito Democratico una sorta di terremoto, per quanto un terremoto atteso – annunciato in larga parte via via che le settimane si sommavano e prendeva piede l’idea di un Governo che non diventasse solo l’antitesi di Salvini ma che fosse soprattutto una proposta alternativa a un modello di rancore e disamore che aveva gettato l’Italia in un clima di odio e indifferenza verso il prossimo e in una crisi sociale, lavorativa ed economica difficile da spiegare nel recente passato. Insomma via via che si costruiva una ipotesi alternativa, qualcosa nel recente passato del Centro-Sinistra andava da una parte fratturandosi e dall’altra ricomponendosi.

L’ago della bilancia

Come (questa volta sì) in un romanzo novecentesco della nostra politica la percentuale apparentemente esigua dell’identità politica lanciata da Renzi sarebbe diventata come già sta accadendo l’ago della bilancia per ogni decisione parlamentare, in uno schema più vicino al Pentapartito di oramai diversi decenni fa rispetto alla modernità negli ultimi giorni sbandierata. Perché non dobbiamo dimenticare che i gruppi parlamentari del Pd della (fallimentare) campagna elettorale 2018 sono espressione proprio di quella selezione che ha portato uomini vicini all’ex premier a comporre in maniera granitica le attuali aule romane e che oggi in qualche modo finiscono per controllare i processi, per quanto ad oggi la linea del nuovo segretario Zingaretti sia fortemente discontinua rispetto questa fase.

PD 30 settembre 2018 Foto Umberto Verdat

E questo quadro con successiva frattura in parte si è ricreato nell’attualità, sia nelle recenti elezioni europee sia oggi in diverse realtà amministrative: nomi entrati in fretta (e furia) nell’alveo del Partito Democratico per rendere ragione di un doveroso allargamento al cuore pulsante della popolazione in un’ottica maggiormente civica hanno da una parte soddisfatto le attese ma dall’altro permesso diaspore difficili da comprendere e consumatesi nel giro di poche settimane, come nel caso Calenda che soprattutto nei territori del Nord Est dove il manager romano è stato candidato non ha certo lasciato nella cosiddetta “base silenziosa” pochi mal di pancia.

La base del partito

In mezzo a questo sta il  popolo dei volontari delle Feste dell’Unità che cresce finalmente nelle nuove generazioni e che come nei recenti sondaggi ricomincia a guardare favorevolmente alle tematiche della sinistra sociale e ambientalista, è un popolo che vuole costruire proposte politiche e contrastare le ingiustizie e le diseguaglianze, un popolo che chiede lavoro (e qualità del lavoro) e condizioni economiche dignitose e che vive tutta questa quotidianità di pesi e contrappesi politici in maniera svilente.

Come tutto questo si coniughi con gli equilibri politici in definitiva non è dato comprenderlo, certamente il rischio è quello di una ennesima ulteriore frattura, dell’ennesima e ulteriore delusione dell’elettorato, consumatasi per qualche resistenza e punto percentuali.

Come le forze sociali e popolari non siano in grado storicamente e soprattutto quando chiamate a fare parte delle istituzioni di sopravvivere alle tensioni interne credo sia uno dei grandi ed endemici misteri della sinistra italiana, per quanto tempo continueremo a tirare questa corda senza spezzarla? Il timore dovrebbe farci muovere e farci procedere con estrema cautela, soprattutto nel tema delle scissioni.

Il popolo dei volontari e quello degli eletti

Ecco forse è davvero arrivato il tempo che tutto questo non accada più, che le piccole e grandi classi dirigenti, nazionali, regionali, locali evitino di perpetuare l’errore di consegnarsi a chi un minuto dopo il successo elettorale sarà già pronto per andare altrove, fosse anche nella comoda zona di qualche placido “gruppo misto”, perché quei ruoli sono troppo spesso conquistati con la fatica, il sudore, l’impegno, il volantinaggio, i banchetti, la convinzione di tanti e tante volontarie che con sempre maggiore fatica digeriscono questi comportamenti, perché è necessario che il voto esprima direttamente quando è voto politico la consequenzialità territoriale, perché ancora esiste un modello non legato al leader ma legato a una idea, a un programma, a pulsioni che muovono tanti e al netto del volto che andrà a rappresentarli.

E a questo modello la sinistra italiana deve rifarsi.
Ecco se questo è un carattere novecentesco credo che questo sia un carattere da difendere con le unghie e con i denti perché l’idea che in tanti (tra le nuove tornate regionali ed amministrative) tra il vicino autunno e la prossima primavera se ne possano andare dopo avere raccolto l’obiettivo del ruolo (della sedia, per essere brutali), obiettivo sudato dai tanti volontari che ancora vivono la sinistra italiana, ecco tutto questo credo davvero possa colpirci in maniera letale.

La riorganizzazione del pensiero attraverso cui si costruisce un partito, se ne definiscono i programmi e si arriva alla selezione delle rappresentanze della classe dirigente credo davvero possa essere il migliore antidoto all’egocentrismo e alla autodeterminazione che non risparmia nemmeno la politica italiana. Se non ripartiamo dalle idee e non chiediamo al popolo che ha a cuore le vicende sociali e ambientali del nostro paese difficilmente saremo in grado di riemergere da questo nuovo e doloroso distacco.