Via all’invasione
Così Trump tradisce
i curdi siriani

La Turchia ha già dato il via all’invasione del Kurdistan: ci sono le prime vittime dei raid aerei. Molti civili sarebbero in fuga. Non sono serviti i tweet correttivi di Trump per disfare il disastro che aveva imbastito in beata solitudine, senza informare né i suoi né gli alleati, europei compresi, del ritiro immediato dalla Siria per dare mano libera all’operazione militare di Erdogan destinata a creare una “zona cuscinetto” in funzione anti-curda lungo la frontiera comune.

Qualche tweet per liquidare senza nessuna empatia gli alleati decisivi nella lotta contro l’Isis – “gli abbiamo dato un sacco di soldi” – e per chiamarsi fuori da queste “interminabili guerre ridicole”. Poi qualcuno (il Pentagono, i suoi più stretti sostenitori repubblicani a cominciare dal fedelissimo Lindsey Graham, vecchi e nuovi membri dell’amministrazione) qualcuno insomma deve aver spiegato al presidente Trump che stava sbagliando di grosso.

“Un disastro”, “un grosso errore”, “la completa mancanza di comprensione di quanto avviene sul terreno”, questi i commenti solo nel Gop, mentre sulla stampa ricorre la parola “tradimento”. Perché non c’è altro modo di leggere il ritiro Usa dalla zona curdo-siriana, dopo che Washington si era fatta garante di un accordo sulla sicurezza lungo i confini con la Turchia, spingendo i curdi a smantellare le loro postazioni avanzate, pensate proprio per difendersi da possibili incursioni di Erdogan. Il dietrofront Usa lascia ora le milizie curde senza copertura aerea né diplomatica, se non per quel tweet – ancora una volta – in cui Trump preannuncia dalla sua “grande e ineguagliata saggezza” (sic) di annientare l’economia turca se Ankara dovesse esagerare.

Che Trump volesse tirare fuori le truppe statunitensi dalla Siria non è una novità di queste ore. Lo scorso dicembre la sua determinazione al ritiro dei 2000 militari Usa sul campo era stata l’ultima goccia per il segretario alla difesa Jim Mattis e per l’inviato speciale della coalizione anti Isis, Brett McGurk, che rassegnarono le dimissioni. Per non contraddire il presidente e al tempo stesso non far danno, il Pentagono optò per una presenza discreta, dimezzando con cautela il numero degli effettivi senza dare troppa visibilità all’operato delle forze Usa nella regione. Ma restando a puntellare le Forze democratiche siriane, in maggioranza curde, con l’obiettivo di non perdere il terreno faticosamente conquistato contro l’Isis ma anche di mantenere un ruolo nella regione.

Anche stavolta, dopo i tweet sgangherati di Trump, dal Pentagono sono arrivate precisazioni: nessun ritiro, solo il riposizionamento di 50-100 uomini e in una porzione minima di territorio. Il Congresso, da parte sua, minaccia di varare sanzioni contro Ankara, mentre il presidente fa e disfa con l’effetto di amplificare il senso di confusione che regna ai vertici degli Stati Uniti.

Per Trump il ritiro delle truppe è una promessa elettorale, ma gli deve essere sfuggito il fatto che le decisioni presidenziali comportano conseguenze. Anche a voler ignorare il voltafaccia con i curdi siriani, il vuoto lasciato dagli Usa troverà presto qualcuno che lo riempia. Russia, Iran e la stessa Damasco avranno gioco facile.

Assad ha già teso inutilmente la mano ai curdi in passato offrendo ampia autonomia, offerta rifiutata allora – nel 2017 – su suggerimento americano. Oggi torna a proporsi come alleato e ai curdi, che giustamente si sentono “pugnalati alle spalle”, potrebbe non restare molta scelta.

Un punto interrogativo enorme riguarda anche le migliaia di combattenti dell’Isis detenuti e le loro famiglie rinchiuse in campi sotto controllo curdo. Trump nei suoi tweet richiama l’Europa a riprendersi i propri foreign fighters, problema complesso e comunque non risolutivo (sono circa 2500). L’indebolimento militare dei curdi darà nuova spinta ai sostenitori del Califfato, anche se il presidente americano indica la Turchia come responsabile della gestione dei miliziani catturati: dirlo serve a poco, quello che conterà sarà la situazione sul terreno.

Il rischio di un nuovo sanguinoso capitolo del conflitto siriano è sotto agli occhi di tutti. Per Trump, alle prese con l’inchiesta per l’impeachment, magari è solo un modo per deviare l’attenzione, come per Erdogan sconfitto alle amministrative l’operazione militare è un mezzo, fin troppo classico, per restare in sella.

L’Europa in tutto ciò resta in disparte. Ankara ha la potente arma di ricatto dei 3,5 milioni di profughi siriani sul suo territorio. Una parte di questi – nelle intenzioni dichiarate da Erdogan – dovrebbe andare a popolare la zona cuscinetto lungo il confine. Quanto agli altri, il presidente turco ha già detto più volte che potrebbe riaprire la frontiera, chiusa ai migranti grazie al denaro promesso da Bruxelles.

In attesa del prossimo tweet per conoscere la politica estera Usa, resta comunque una domanda, per dirla con l’editoriale del New York Times. “Ma quale alleato potrebbe guardare ora agli Stati uniti come un solido partner – e quale nemico potrebbe guardarlo e temerlo come un avversario determinato?”