La polemica strumentale
attorno alla cannabis
prevista dalla legge

Salvini adotta ancora la linea dura, questa volta l’obiettivo è chiudere “i presunti negozi turistici di cannabis in quanto centri di spaccio e di diseducazione di massa”. Così dice mercoledì scorso in una conferenza al termine dell’incontro con i rappresentanti di una ventina di comunità di recupero per tossicodipendenti. Il giorno dopo la questura di Macerata chiude tre negozi che vendono prodotti a base di quella che viene chiamata “cannabis leggera”, in serata arriva la direttiva del ministero degli interni che però non prevede chiusure, ma sollecita le questure a controllare attentamente i requisiti delle rivendite.

Per chiarire la situazione, va detto prima di tutto che la vendita della cosiddetta cannabis light è regolata dalla legge 242 del 2016 e quindi è difficile che il ministro possa decidere la chiusura dei negozi di questo tipo con una direttiva. La legge dice che è ammessa la coltivazione di canapa senza necessità di autorizzazioni particolari purché il contenuto di Thc (vale a dire la sostanza che dà effetti psicotropi) sia inferiore allo 0,2%, ma tollerato fino allo 0,6%. La normativa era nata per il sostegno e la promozione della coltivazione e della filiera della canapa “quale coltura in grado di contribuire alla riduzione dell’impatto ambientale in agricoltura, alla riduzione del consumo dei suoli e della desertificazione e alla perdita di biodiversità, nonché come coltura da impiegare quale possibile sostituto di colture eccedentarie e come coltura da rotazione”.

Benché nella legge non si facesse parola del commercio, una sentenza della Cassazione di febbraio scorso ha stabilito che se la legge del 2016 non parla esplicitamente della sua commercializzazione, «risulta del tutto ovvio» che la contempli. E quindi la vendita della cannabis light è legale e la polizia non può neppure procedere a sequestri preventivi se il commerciante è in grado di documentare che la cannabis proviene da coltivazioni che rispettano la normativa, a meno che non ci siano seri sospetti che il commerciante stia mentendo. Il motivo della chiusura dei negozi di Macerata è stato spiegato in una conferenza stampa dal questore di Macerata Antonio Pignataro: i titolari sono stati sorpresi a vendere infiorescenze di cannabis che contenevano Thc in dosi superiori allo 0,6%, infrangendo quindi la legge.

Questi i fatti, ma l’occasione è buona per ricordare due cose. A gennaio scorso, il comitato sulle dipendenze da droghe dell’Organizzazione Mondiale della Sanità ha inviato alle Nazioni Unite un rapporto in cui si raccomanda di riclassificare la cannabis, togliendola dalla categoria delle sostanze più pericolose, eliminando del tutto dalle convenzioni sul controllo delle droghe le preparazioni con Thc entro lo 0,2%, e riconosce le applicazioni mediche di Cannabis e cannabinoidi.

A proposito di proibizionismo, invece, meno di un mese fa un articolo pubblicato su International Journal of Drug Policy arriva alla conclusione che non c’è prova del fatto che le politiche più dure abbiano come effetto un minore consumo di cannabis da parte degli adolescenti. I ricercatori hanno preso in esame 100.000 teenagers in 38 paesi analizzando il loro uso di cannabis e hanno visto che laddove l’uso della sostanza è liberalizzata non si verifica un aumento nel consumo e, viceversa, nei paesi più proibizionisti non c’è una diminuzione del consumo. Ancora una dimostrazione che il proibizionismo non funziona.

Un’altra conferma del fatto che l’approccio proibizionista non è un deterrente, ha commentato al Guardian nei giorni scorsi Niamh Eastwood, direttore esecutivo di Release, il centro del Regno Unito che si occupa di droghe: “I paesi che hanno eliminato le sanzioni criminali per possesso di droga hanno avuto un miglioramento della salute e delle condizioni sociali ed economiche della popolazione”. Anzi, commenta sempre al Times Ian Hamilton che si occupa di dipendenze all’Università di York, “per alcuni il fatto che una droga sia illegale fa parte del suo fascino”. Per non parlare dell’effetto che il proibizionismo ha nel favorire gli affari della criminalità organizzata.

Contemporaneamente c’è il problema della cannabis terapeutica: molti studi hanno dimostrato l’effetto terapeutico dei cannabinoidi sulla gestione della nausea e del vomito in malattie come cancro e AIDS. Inoltre, ci sono evidenze per un uso terapeutico della cannabis nel trattamento dell’asma, del glaucoma, come antidepressivo e stimolante dell’appetito, anticonvulsivo e antispastico. Oggi ci sono nuove ricerche, ad esempio sull’uso di questa sostanza per alleviare i sintomi dell’autismo. Dal 2007 in Italia i medici possono prescrivere preparazioni magistrali, allestite dal farmacista, a base della sostanza attiva. L’unico luogo autorizzato nel nostro Paese alla produzione è lo Stabilimento chimico farmaceutico militare di Firenze. Eppure, anche se i farmaci cannabinoidi in 12 Regioni vengono erogati dal sistema sanitario nazionale, sono diversi i pazienti che lamentano ostacoli nell’accesso a tale soluzione.