La piazza che ribolle
non è tutta eversione
o bande criminali

Da Catania a Torino, da Milano a Napoli, da grandi città a centri più piccoli, come La Spezia, Lecce o Trieste. Le manifestazioni sono diffuse in tutta Italia. Nel mirino ci sono l’ultimo Decreto della Presidenza del Consiglio dei ministri, dedicato alla nuove restrizioni per fronteggiare l’epidemia, e i provvedimenti integrativi disposti da quasi tutte le Regioni, a prescindere dal colore politico delle loro maggioranze.

Quelle proteste sono animate dai commercianti (soprattutto titolari di bar, pizzerie e ristoranti) e dai loro dipendenti, da persone che lavorano nel mondo della cultura e dello spettacolo, da chi gestisce o frequenta palestre, da gente genericamente arrabbiata contro provvedimenti che ritiene, a vario titolo, sbagliati o incomprensibili. Tutti quei luoghi sono stati chiusi, completamente e parzialmente, allo scopo di limitare la mobilità delle persone, fonte oggettiva dell’aumento del contagio: ce lo dicono fonti del Governo, talvolta con l’uso di espressioni infelici (come la definizione di “dibattito piuttosto stucchevole” usata dal ministro dei Beni culturali, Dario Franceschini, in riferimento ai dubbi sulla scelta dei luoghi di lavoro colpiti dal provvedimento).

La stessa ministra dell’Interno Luciana Lamorgese ha detto che le manifestazioni, quando sono legittime, esprimono il “legittimo dissenso delle categorie economiche più penalizzate dalla crisi”. La ministra ha anche chiesto, giustamente, che quelle categorie “prendano, nettamente e pubblicamente, le distanze da chi devasta le città e attacca con violenza le forze di polizia”. In effetti, all’interno o ai margini delle proteste legittime ci sono stati scontri violenti e devastazioni che nulla hanno a che fare con la preoccupazione che anima la maggior parte dei manifestanti.

Questi ultimi casi violenti sono preoccupanti. Però appaiono, purtroppo, fisiologici in una situazione del genere. Ci sono frange politicizzate neofasciste o insurrezionaliste – comunque eversive – che ovviamente, come è capitato anche in passato tante volte (basti pensare al G8 di Genova del 2001), sfruttano l’occasione per fare proseliti e per adottare tattiche di guerriglia. Ci sono teppisti – per lo più legati a certe “tifoserie” da stadio, talvolta inquinate da movimenti di estrema destra – che ne approfittano per esercitarsi nel loro hobby: menare le mani, attaccare e sfasciare. Ci sono frange della criminalità organizzata che si aggregano alle manifestazioni violente per sottolineare la loro “capacità di leadership” e garantirsi visibilità, soprattutto in alcune città. Ci sono anche persone che potremmo definire normali, ma molto “incazzate”, coinvolte nelle violenze grazie alla rabbia provocata dai provvedimenti del Dpcm e, soprattutto, dalla loro condizione sociale ed economica fragilissima. Ovviamente ci sono pure forze politiche radicate in Parlamento, che soffiano un po’ sul fuoco con l’unico scopo di destabilizzare la maggioranza.

Spetterà agli inquirenti indagare sui casi di violenza. Nell’attesa, però, la politica non può pensare che si tratti soltanto di una questione di ordine pubblico. Non è mai “colpa” della gente se questa non coglie in maniera accettabile il senso (quando c’è) dei provvedimenti istituzionali. Di fronte all’emergenza sanitaria, le ultimi disposizioni possono anche avere un senso, ma – al contrario di quanto è avvenuto nella scorsa primavera – tantissime persone non lo hanno compreso. E la mancanza di chiarezza in questi casi deve essere considerata un errore da parte di chi sta nelle stanze dei bottoni. Chi è lì – non per caso, ma perché si è candidato per farsi scegliere – può reagire in molti modi democratici alle contestazioni; però di sicuro non può farlo recitando la parte dell’incompreso, del manovratore disturbato da un “dibattito stucchevole”.

Al cortocircuito comunicativo tra istituzioni e opinione pubblica ha fatto riferimento, non a caso, il sostituto procuratore generale napoletano Catello Maresca, ex pm anti-camorra, sotto scorta da 12 anni. “Basta parlare con la gente per cogliere l’insoddisfazione generalizzata, più o meno motivata secondo me, ma piuttosto evidente e derivante dal modo con cui viene gestita l’emergenza”, ha detto all’Huffpost. “Manca chiarezza, le istituzioni prendono decisioni la cui logica sembra sfuggire ai più, per cui il povero cittadino che sta in mezzo non capisce se vale più un Dpcm del Governo o un’ordinanza della Regione”. Ha aggiunto: “Il fatto che queste manifestazioni possano essere sfruttate da frange estremiste… o da criminali che utilizzano queste occasioni per ritagliarsi visibilità è una conseguenza da mettere in conto”. Infine: “Pur condannando sempre e comunque le violenze, non dobbiamo mascherare il problema cercando qualcuno che c’è dietro queste manifestazioni. Ecco, non credo che ci sia qualcuno dietro, credo che la criminalità, più o meno organizzata, si sia infiltrata nel mezzo. Da questa situazione, nella quale ci siamo trovati per colpa di tutti e di nessuno, dobbiamo uscire insieme”.

Di certo, non scoppiano le proteste perché alcune minoranze di violenti o di criminali le suscitano. Semmai questi ultimi trovano benzina per le loro iniziative nelle proteste suscitate dall’insoddisfazione e dall’incomprensione. Il giudice Maresca suggerisce di darsi da fare per rafforzare “lo spirito di comunità”. In effetti ha contribuito, nei primi mesi della pandemia, a fare accettare dagli italiani ciò che appariva inaccettabile; in quella situazione però ha pesato la novità emotiva – difficilmente replicabile – rappresentata dall’inattesa e drammatica emergenza sanitaria. Tuttavia chi “comanda”, dallo Stato centrale alle amministrazioni regionali e comunali, non può cavarsela dicendo, in parole povere, che “la gente non capisce”. Né basta pigiare l’acceleratore solo sui toni terrorizzanti (“Se non faremo così, succederà una catastrofe”). Occorre creare la sensazione diffusa di condivisione. E bisogna essere chiari e inequivocabili.

Non sarà mai tardi per comprendere che le iniziative emergenziali bisogna saperle comunicare – in modo strutturato, opportuno e tempestivo – in modo che siano metabolizzate il più possibile dalle persone. Invece noi siamo passati in un battibaleno dalla retorica dei “Siamo i più bravi in Europa nell’affrontare la pandemia” alla drammatizzazione in stile “Siamo sull’orlo della catastrofe”. Infatti continua a essere evidente la scarsa capacità dimostrata dall’Italia (e non solo) nel gestire la comunicazione in emergenza, tanto a livello degli organi di informazione quanto a livello istituzionale, dato che da molti anni, e dopo molte catastrofi, mancano ancora strutture e procedure preparate preventivamente per gestirla. Gli effetti molto negativi di questa carenza sono evidenti; a partire dalle notizie – spesso contrastanti e confuse – fornite a raffica dai “governi” di enti statali periferici, come le Regioni, in una sorta di concorrenza con organismi dello Stato centrale.

Eppure gli esperti competenti nella gestione della comunicazione in situazioni di crisi puntano il dito contro l’impreparazione delle istituzioni da decenni, di sicuro dal disastro di Chernobyl in poi. Purtroppo riescono soltanto a svolgere corsi accademici per un numero ristretto di studenti, qualche occasionale lezione destinata a chi si occupa di protezione civile, sporadiche riunioni istituzionali cui partecipano alcuni funzionari ma non i responsabili politici. Al contrario, criminali, estremisti e teppisti accorrono a frotte appena qualche piazza ribolle.