La peste, la paura e la buona ragione

La parola “peste” era stata pronunciata per la prima volta. I flagelli sono una cosa comune, ma si crede difficilmente ai flagelli quando ti piombano sulla testa. Nel mondo ci sono state, in egual numero, pestilenze e guerre; e tuttavia pestilenze e guerre colgono gli uomini sempre impreparati. Quando scoppia una guerra, la gente dice: “Non durerà, è cosa troppo stupida”. E non vi è dubbio che una guerra sia davvero troppo stupida, ma questo non le impedisce di durare. I nostri concittadini, al riguardo, erano come tutti quanti, pensavano a se stessi. Il flagello non è commisurato all’uomo, ci si dice quindi che il flagello è irreale, è un brutto sogno che passerà. Ma non passa sempre, e di cattivo sogno in cattivo sogno sono gli uomini che passano. I nostri concittadini continuavano a concludere affari e a preparare viaggi, avevano delle opinioni. Come avrebbero pensato alla peste che sopprime il futuro, i mutamenti di luogo e le discussioni? Essi si credevano liberi, e nessuno sarà mai libero sino a tanto che ci saranno i flagelli.

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Il dottore guardava sempre dalla finestra. Da una parte del vetro il fresco cielo primaverile e dall’altra la parola che ancora risuonava nella stanza: la peste. La parola non conteneva soltanto quello che la scienza ci voleva mettere, ma anche una lunga serie d’immagini straordinarie che mal si accordavano con quella città gialla e grigia, moderatamente animata a quell’ora, ronzante piuttosto che rumorosa, felice insomma, se è possibile essere insieme felici e tetri. E una tranquillità sì pacifica e indifferente negava quasi senza sforzo le vecchie immagini del flagello, Atene contagiata e disertata dagli uccelli, le città cinesi piene di moribondi silenziosi, gli ergastolani di Marsiglia che accatastavano nelle buche i corpi grondanti, la costruzione in Provenza d’un gran muro che doveva fermare il vento furioso della peste, Giaffa e i suoi orribili mendicanti, i letti umidi e putridi stesi sulla terra battuta dell’ospedale di Costantinopoli, i malati trascinati con gli uncini, il carnevale dei medici mascherati durante la peste nera, gli accoppiamenti dei vivi nei cimiteri di Milano, le carrette di morti in Londra atterrita, e le notti e i giorni pieni dappertutto e sempre dell’interminabile grido degli uomini. Dall’altra parte del vetro, la campana d’un tram invisibile respingeva in un attimo la crudeltà e il dolore. Soltanto il mare, oltre la cupa scacchiera dei caseggiati, testimoniava di quello che vi è d’inquietante e di mai stabile nel mondo. E il dottor Rieux, guardando il golfo, pensava ai roghi di cui parla Lucrezio, innalzati davanti al mare dagli Ateniesi ai tempi del morbo. Vi si portavano i morti durante la notte, ma il posto mancava e i vivi si battevano a colpi di torce per mettervi coloro che gli erano stati cari, sostenendo lotte sanguinose piuttosto che abbandonare i cadaveri. Si potevano immaginare i roghi rosseggianti davanti all’acqua tranquilla e scura, i combattimenti di torce nella notte crepitante di scintille e gli stessi vapori velenosi che salivano verso il cielo.

Ma una tale vertigine non reggeva davanti alla ragione. È vero che la parola “peste” era stata pronunciata, è vero che in quello stesso minuto il flagello scuoteva o abbatteva una o due vittime. Ma insomma, lo si poteva fermare. Quello che bisognava fare era riconoscere chiaramente quello che doveva essere riconosciuto, cacciare infine le ombre inutili e prendere le misure necessarie.

Il dottore aprì la finestra, il brusio della città si accrebbe all’improvviso. Da un’officina poco distante saliva il sibilo breve e ripetuto d’una sega meccanica, Rieux si scosse: là era la certezza, nel lavoro d’ogni giorno. Il resto era appeso a fili e a movimenti insignificanti, non ci si poteva fermare. L’essenziale era far bene il proprio mestiere.

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coronavirus pauraDurante i mesi di settembre e ottobre, la peste tenne la città ripiegata su se stessa. La bruma, il caldo e la pioggia si susseguirono nel cielo; stormi silenziosi di stornelli e di tordi, venendo dal Sud, passarono altissimi, ma girarono intorno alla città. Rieux e i suoi amici scoprirono allora fino a che punto fossero stanchi; infatti gli uomini delle formazioni sanitarie non arrivavano più a digerire la fatica; il dottor Rieux se n’accorgeva osservando sui suoi amici e su se stesso i progressi d’una curiosa indifferenza. A esempio, quegli uomini che, sino a qui, avevano mostrato un sì vivo interesse per le notizie relative alla peste, non se ne preoccupavano più per nulla. Rambert, che provvisoriamente era stato incaricato di dirigere una delle case di quarantena, istituita da poco nel suo albergo, conosceva perfettamente il numero di quelli che aveva in osservazione; era al corrente dei minimi particolari del sistema d’immediato allontanamento ch’egli aveva organizzato per coloro che mostrassero all’improvviso i segni della malattia; ma egli era incapace di dire la cifra settimanale delle vittime della peste, ignorava realmente se fosse in progresso in regresso. E lui, nonostante tutto, serbava la speranza d’una prossima evasione.

Quanto agli altri, presi dal lavoro giorno e notte, non leggevano i giornali né ascoltavano la radio. E se gli si annunciava un risultato facevano finta d’interessarvisi, ma lo accoglievano, effettivamente, con quella distratta indifferenza che s’immagina propria ai combattenti delle grandi guerre, esauriti dalle fatiche, preoccupati soltanto di non mancare al dovere quotidiano, non sperando più l’azione decisiva né il giorno dell’armistizio.

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Sebbene l’improvviso regresso della malattia fosse insperato, i nostri concittadini non si affrettarono a rallegrarsi. I mesi passati, crescendo il loro desiderio di liberazione, avevano insegnato la prudenza e insieme li avevano abituati a contare sempre meno in una fine prossima del contagio. Le nuove vittime della peste pesavano ben poco a paragone del fatto straordinario che le statistiche indicavano una diminuzione. Tutti erano d’accordo nel pensare che le comodità della vita trascorsa non si sarebbero ritrovate di colpo e che era più facile distruggere che non ricostruire. Ma, effettivamente, sotto queste osservazioni anodine, un’insensata speranza insieme si scatenava, e a tal punto che i nostri concittadini ne prendevano talvolta coscienza; affermavano allora, precipitosamente, che, in ogni modo, la liberazione non sarebbe stata per domani.

E infatti la peste non si fermò domani, ma, in apparenza, s’indeboliva più in fretta di quanto lo si potesse ragionevolmente sperare. Durante i primi giorni di gennaio, il freddo si stabilì con insolita costanza e sembrò cristallizzarsi al disopra della città. E tuttavia il cielo non era mai stato sì azzurro; per interi giorni il suo immutabile gelido splendore inondò la città d’una luce ininterrotta. In quest’aria purificata la peste, in tre settimane e con successive cadute, sembrò esaurirsi nei cadaveri sempre meno numerosi che allineava e in breve tempo perdette quasi per intero le forze che per tanti mesi aveva accumulato. Di tanto in tanto la malattia s’irrigidiva, e in una sorta di cieco soprassalto si portava via tre o quattro malati di cui si sperava la guarigione: erano gli sfortunati della peste, gli uccisi in piena speranza. Ma nel complesso il contagio indietreggiava su tutta la linea, e i comunicati della prefettura, che prima avevano fatto nascere una timida e segreta speranza, finirono col confermare nella mente di tutti la persuasione che la vittoria era conquistata e che la malattia abbandonava le sue posizioni. Si aveva l’impressione che la malattia si fosse esaurita da se stessa o forse che si ritirasse dopo aver raggiunto tutti i suoi obiettivi. In qualche modo, la sua parte era finita.

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La popolazione visse in tale segreta agitazione sino al 25 gennaio. Quella settimana le statistiche precipitarono al punto che, dopo aver consultato la commissione medica, la prefettura annunciò che il contagio poteva considerarsi arginato. La sera un’allegra agitazione colmò la città.

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Dal porto oscuro salirono i primi razzi dei festeggiamenti ufficiali. La città li salutò con una lunga e sorda esclamazione. Cottard, Tarrou, coloro o colei che Rieux aveva amato e perduto, tutti, morti o colpevoli, erano dimenticati. Gli uomini erano sempre gli stessi. Ma era la loro forza e la loro innocenza, e proprio qui, al disopra di ogni dolore, Rieux sentiva di raggiungerli.

In mezzo ai gridi che raddoppiavano di forza e di durata, che si ripercuotevano lungamente sino ai piedi della terrazza, via via che gli steli multicolori si alzavano più numerosi nel cielo, il dottor Rieux decise allora di redigere il racconto che qui finisce, per non essere di quelli che tacciono, per testimoniare a favore degli appestati, per lasciare almeno un ricordo dell’ingiustizia e della violenza che gli erano state fatte, e per dire semplicemente quello che si impara in mezzo ai flagelli, e che ci sono negli uomini più cose da ammirare che non da disprezzare. Ma egli sapeva tuttavia che questa cronaca non poteva essere la cronaca della vittoria definitiva; non poteva essere che la testimonianza di quello che si era dovuto compiere e che, certamente, avrebbero ancora dovuto compiere, contro il terrore e la sua instancabile arma, nonostante i loro strazi personali, tutti gli uomini che non potendo essere santi e rifiutandosi di ammettere i flagelli, si sforzano di essere dei medici.

Ascoltando infatti i gridi d’allegria che salivano dalla città, Rieux ricordava che quell’allegria era sempre minacciata: lui sapeva quello che ignorava la folla e che si può leggere nei libri, ossia che il bacillo della peste non muore né scompare mai, che può restare per decine di anni addormentato nei mobili e nella biancheria, che aspetta pazientemente nelle camere, nelle cantine, nelle valigie, nei fazzoletti e nelle cartacce e che forse verrebbe giorno in cui per sventura e insegnamento agli uomini, la peste avrebbe svegliato i suoi topi per mandarli a morire in una città felice.

(Albert Camus, “La peste”, 1947)