La personale Resistenza di Marc Ribot
tra Donald Trump e “Bella ciao”

“Songs Of Resistance” è un disco di lotta, di protesta, di opposizione, come non se ne sentono tanti in giro. Ed è come un viaggio a ritroso nel tempo che incontra Woody Guthrie e la sua chitarra (This Machine Kills Fascists), con le sue lotte contadine nell’America della Grande Depressione. Epoca tanto differente dai nostri tempi globali, quelli di Donald Trump, di Bolsonaro, del grande caos italiano e delle ideologie (???) salviniane.

Musica imprevedibile

Vicende globali, anche le nostre, sulle quali in tanti sono informati; fra di loro sicuramente Marc Ribot, chitarrista e compositore, classe 1954, da tanto tempo sulla breccia della musica contemporanea meno banale e scontata, anzi spesso imprevedibile, non catalogabile, sfuggente a qualsiasi archiviazione preventiva.

“Il ballo di San Vito”

Marc ha suonato con John Zorn e con Tom Waits, arrivando con il suo stile personalissimo e con le sue inimitabili note distorte addirittura a segnarne lo stile e la cifra identificativa, tassello indispensabile in alcuni dei loro dischi più celebrati (Rain Dogs, per dirne uno). E qui da noi ha saputo contribuire ad alcune delle migliori cose di Vinicio Capossela (“Il Ballo Di San Vito”).

Non subire in silenzio

Con il suo più recente lavoro discografico Ribot ha voluto urlare la sua opposizione all’avvento di Donald Trump al potere (“Rata De Dos Patas”), celebrare i canti di Resistenza (“Bella Ciao”) e chiamare idealmente al raduno chi non vuole subire in silenzio (“We Are Soldiers In The Army”).

All’Auditorium di Roma

E lo ha fatto attingendo a piene mani al suo personalissimo stile musicale, sospeso fra rock , post-punk, jazz d’avanguardia, musica popolare. A Roma, all’Auditorium Parco della Musica, Ribot si è presentato in quintetto: solida base percussiva a tratti travolgente, canonico basso elettrico, un eccellente solista ai fiati a fare da controcanto alla sua instancabile chitarra; una sola chitarra, senza cambi di strumento, solo qualche filo da mettere e togliere ed un semplice distorsore.

Poi lui, seduto in posizione raccolta, a tessere la trama di un filo affascinante ed urlante, di una musica a tratti minimale, ma molto più spesso esplosiva, urgente, incalzante, arrembante nella sua voglia di urlare al mondo il rifiuto delle ingiustizie di piccoli uomini arrivati al potere non si sa come, da noi come altrove.

Fischia il vento

E allora “Bella Ciao” (qui cantata da lui, voce roca, per niente intonata ma tanto comunicativa ed emozionante nel compenetrarsi con la storia di tutte le Resistenze) riassume, per l’attento e partecipe pubblico della Sala Petrassi, il senso di tutta la serata, ricca di brani che attingono alla tradizione di lotta politica nord americana, latina, spagnola, ed ancora italiana con “Fischia Il Vento”. Il tutto raccontato e condiviso, senza pretese e senza salire sul pulpito, come la semplice constatazione che ci sono momenti in cui è necessario opporsi. E che lo faccia un musicista così originale e comunicativo, ed in un modo costantemente spiazzante ed innovativo per chi lo ascolta, no può essere che ulteriore stimolo a non fermarsi.