La Perla, lavoratrici
in lotta. Buio per
il Made in Italy

Il glorioso Made in Italy rischia di diventare solo un ricordo. Un pezzo dopo l’altro, quel puzzle di bellezza, prestigio e orgoglio si sta disfacendo. Un gioco al contrario che invece di puntare a costruire qualcosa, punta a distruggere. L’ultima ferita nel cuore dello Stivale l’hanno aperta a Bologna, nello storico stabilimento La Perla, eccellenza della corsetteria. Basta solo questa parola quasi dimenticata, corsetteria, a ricordarci la valenza storica di questa produzione, fondata nel capoluogo emiliano nel lontano 1954 dalla sarta e corsettiera Ada Masotti. In realtà questa storia di armonia ed eleganza ha avuto la capacità di stare al passo con i tempi e con la moda, di rinnovarsi, di vestire, con uno dei suoi costumi l’ultimo 007, con uno dei suoi bustini Victoria Beckham e con uno dei suoi top Beyoncé nella notte dei Grammy Awards del 2014.

Basterebbe quest’accenno di jet set, questo profumo di ciak cinematografico e di ribalta musicale, a dare per scontato che il brand non si allontanerà mai dal Belpaese perché trae la sua forza e la sua unicità dalla competenza e dalla creatività di quelle lavoratrici e di quei lavoratori che ne hanno costruito, nel tempo, l’enorme fama e fortuna. E invece, tanto per cambiare, non è affatto così. E siamo qui a raccontare un’altra vertenza, a seguire con lo sguardo un altro corteo di protesta. Questa volta davanti allo stabilimento di via Enrico Mattei nella prima periferia di Bologna. Dove anche ieri le lavoratrici, con i camici leggeri, azzurri e bianchi, da sarte, si sono ritrovate a fare rumore, questo era l’intento, gridato sui cartelli agli automobilisti con l’imperativo SUONATE IL CLACSON.

Il Belpaese La Perla lo ha già lasciato, a leggere la storia degli ultimi passaggi. Un film visto e rivisto. Perché anche la lingerie, quando fa parte del polo del lusso diventa denaro contante, esce dalla sartoria e si fa finanza che prima o poi tutto riesce a inquinare. Così, nel 2008, l’antica maison entra nella collezione di brand di una società di private equity con sede a San Francisco. Cinque anni dopo torna nelle mani di un imprenditore italiano, Silvio Scaglia. Poi, nel febbraio 2018, dopo altri cinque anni, passa nella disponibilità dell’attuale proprietà, una società olandese, la Sapinda Holding, che fa capo al finanziere tedesco Lars Windhorst. E siamo alla cronaca di questi giorni. Al comunicato dei vertici ai sindacati sull’intenzione di procedere a un taglio del personale. A cui segue, giusto lunedì, l’apertura della procedura di licenziamento collettivo per 126 dipendenti. Nel primo incontro tra organizzazioni di rappresentanza e management l’aria si fa pesante. Teresa Ruffo, della Filctem Cgil, la federazione dei tessili, ammette quella che è più di una sensazione: “il piano industriale non c’è e l’intenzione dei manager è quella di smantellare lo stabilimento bolognese, il cuore, la parte creativa, quella che produce il campionario, che ha reso famoso il marchio e ne è la ragione di vita”. Mercoledì mattina in assemblea le maestranze votano per continuare la lotta e indicono un nuovo pacchetto di 20 ore di sciopero. Per Teresa Ruffo, “resta cruciale capire se c’è un piano industriale”. Per scoprirlo hanno chiesto un tavolo ai piani alti, al ministero dello Sviluppo economico. “Perché le perdite di questo gruppo, adesso, sono tali che 126 esuberi non basterebbero a ripianarle”. E allora qual è l’intenzione finale? “Temiamo che la volontà sia quella di tagliare i costi e spacchettare lo stabilimento bolognese per portare il grosso dell’attività all’estero”.

Ad avanzare questa preoccupazione è Maurizio Landini in persona. Per il segretario generale della Cgil “è inspiegabile aver scelto, tra 1200 dipendenti nel mondo, di eliminare cento persone proprio a Bologna, di colpire più della metà delle aree di campionario, dove risiede il know how, il saper fare, di un prodotto leader nel mercato dell’intimo e della corsetteria. Un altro marchio di prestigio del made in Italy, è la constatazione amara del leader Cgil, rischia di vedere la sua linea produttiva e ideativa totalmente realizzata all’estero, con un grave danno economico e di immagine per la nostra manifattura”.

Di questo passo, insomma, il ‘cucito’ rischia la delocalizzazione. E a quel punto a noi, di quel binomio, tradizionale didascalia di un’eccellenza che un tempo era quasi esclusivamente italiana, resterà solo il ‘taglio’. Nel gioco al contrario togliamo un altro pezzo dal tavolo, e lo gettiamo nella scatola di questo triste puzzle alla rovescia. Se allunghiamo l’occhio e sbirciamo in quella scatola scommetto che ne riconosceremmo tanti altri, di pezzi finiti fuori dalla nostra composizione. Gucci, Versace, Fendi, Bulgari, Loro Piana, Richard Ginori, Pal Zileri, Brioni…tutti pezzi che adesso danno lustro al puzzle di qualcun altro.

Giorgio Sbordoni, RadioArticolo1

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