Il contagio
della paura

Ai giudici che, in Milano, nel 1630, condannarono a supplizi atrocissimi alcuni accusati d’aver propagata la peste con certi ritrovati sciocchi non men che orribili, parve d’aver fatto una cosa talmente degna di memoria, che, nella sentenza medesima, dopo aver decretata, in aggiunta dei supplizi, la demolizione della casa d’uno di quegli sventurati, decretano di più, che in quello spazio s’innalzasse una colonna, la quale dovesse chiamarsi infame, con un’iscrizione che tramandasse ai posteri la notizia dell’attentato e della pena. E in ciò non s’ingannarono: quel giudizio fu veramente memorabile:

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La mattina del 21 giugno 1630, verso le quattro e mezzo, una donnicciola chiamata Caterina Rosa, trovandosi, per disgrazia, a una finestra d’un cavalcavia che allora c’era sul principio di via della Vetra de’ Cittadini, dalla parte che mette al corso di Porta Ticinese (quasi dirimpetto alle colonne di san Lorenzo), vide venire un uomo con una cappa nera, e il cappello sugli occhi, e una carta in mano, sopra la quale, dice costei nella sua deposizione, metteva su le mani, che pareva che scrivesse. Le diede nell’occhio che, entrando nella strada, si fece appresso alla muraglia delle case, che è subito dopo voltato il cantone, e che a luogo a luogo tirava con le mani dietro al muro. All’hora, soggiunge, mi viene in pensiero se a caso fosse un poco uno di quelli che, a’ giorni passati, andavano ongendo le muraglie. Presa da un tal sospetto, passò in un’altra stanza, che guardava lungo la strada, per tener d’occhio lo sconosciuto, che s’avanzava in quella; et viddi, dice, che teneva toccato la detta muraglia con le mani.

C’era alla finestra d’una casa della strada medesima un’altra spettatrice, chiamata Ottavia Bono; la quale, non si saprebbe dire se concepisse lo stesso pazzo sospetto alla prima e da sé, o solamente quando l’altra ebbe messo il campo a rumore. Interrogata anch’essa, depone d’averlo veduto fin dal momento che entrò nella strada; ma non fa menzione di muri toccati nel camminare. Viddi, dice, che si fermò qui in fine della muraglia del giardino della casa delle Crivelli… et viddi che costui aveva una carta in mano, sopra la quale misse la mano dritta, che mi pareva che volesse scrivere; et poi viddi che, levata la mano dalla carta, la fregò sopra la muraglia del detto giardino, dove era un poco di bianco. Fu probabilmente per pulirsi le dite macchiate d’inchiostro, giacché pare che scrivesse davvero. Infatti, nell’esame che gli fu fatto il giorno dopo, interrogato, se l’attioni che fece quella mattina, ricercorno scrittura, risponde: signor sì. E in quanto all’andar rasente al muro, se a una cosa simile ci fosse bisogno d’un perché, era perché pioveva, come accennò quella Caterina medesima, ma per cavarne una induzione di questa sorte: è ben una gran cosa: ieri, mentre costui faceva questi atti di ongere, pioveva, et bisogna mo che avesse pigliato quel tempo piovoso, perché più persone potessero imbrattarsi li panni nell’andar in volta, per andar al coperto.

Dopo quella fermata, costui tornò indietro, rifece la medesima strada, arrivò alla cantonata, ed era per isparire; quando, per un’altra disgrazia, fu rintoppato da uno ch’entrava nella strada, e che lo salutò. Quella Caterina, che, per tener dietro all’untore, fin che poteva, era tornata alla finestra di prima, domandò all’altro chi fosse quello che aveva salutato. L’altro, che, come depose poi, lo conosceva di vista, e non ne sapeva il nome, disse quel che sapeva, ch’era un commissario della Sanità. Et io dissi a questo tale, segue a deporre la Caterina, è che ho visto colui a fare certi atti, che non mi piacciono niente. Subito puoi si divulgò questo negozio, cioè fu essa, almeno principalmente, che lo divolgò; et uscirno dalle porte, et si vidde imbrattate le muraglie d’un certo ontume che pare grasso e che tira al giallo, et in particolare quelli del Tradate dissero che havevano trovato tutto imbrattato li muri nell’andito della loro porta. L’altra donna depone il medesimo. Interrogata, se sa a che effetto questo tale fregasse di quella mano sopra il muro, risponde: dopo fu trovato onte le muraglie, particolarmente nella porta del Tradate.

E, cose che in un romanzo sarebbero tacciate d’inverosimili, ma che pur troppo l’accecamento della passione basta a spiegare, non venne in mente né all’una né all’altra, che, descrivendo passo per passo, specialmente la prima, il giro che questo tale aveva fatto in strada, non avevan però potuto dire che fosse entrato in quell’andito: non parve loro una gran cosa davvero, che costui, giacché, per fare un lavoro simile, aveva voluto aspettare che fosse levato il sole, non ci andasse almeno guardingo, non desse almeno un’occhiata alle finestre; né che tornasse tranquillamente indietro per la medesima strada, come se fosse usanza de’ malfattori di trattenersi più del bisogno nel luogo del delitto; né che maneggiasse impunemente una materia che doveva uccider quelli che se ne imbrattassero i panni; né troppo altre ugualmente strane inverisimiglianze. Ma il più strano e il più atroce si è che non paressero tali neppure all’interrogante, e che non chiedesse spiegazione nessuna. O se ne chiese, sarebbe peggio ancora il non averne fatto menzione nel processo.

I vicini, a cui lo spavento fece scoprire chi sa quante sudicerie che avevan probabilmente davanti agli occhi, chi sa da quanto tempo, senza badarci, si misero in fretta e furia a abbruciacchiarle con della paglia accesa. A Giangiacomo Mora, barbiere che stava sulla cantonata, parve, come agli altri, che fosse stati unti i muri della sua casa.

Il discorso delle donne fu subito arricchito di nuove circostanze. Il figlio di quel povero Mora, essendo interrogato più tardi se sa o ha inteso dire in che modo detto commissario ungesse le dette muraglie et case, risponde: sentei che una donna di quelle che stanno sopra il portico che traversa la detta Vedra, quale non so come abbi nome, disse che detto commissario ongeva con una penna, avendo un vasetto in mano. Potrebb’esser benissimo che quella Caterina avesse parlato d’una penna da lei vista in mano dello sconosciuto; e ognuno indovina troppo facilmente qual altra cosa poté esser da lei battezzata per vasetto; ché, in una mente la qual non vedeva che unzioni, una penna doveva avere una relazione più immediata e più stretta con un vasetto, che con un calamaio.

Ma pur troppo, in quel tumulto di chiacchiere, non andò persa una circostanza vera, che l’uomo era un commissario della Sanità; e, con quest’indizio, si trovò anche subito ch’era un Guglielmo Piazza, genero della comar Paola, la quale doveva essere una levatrice molto nota in que’ contorni

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È stato significato al Senato che hieri mattina furno onte con ontioni mortifere le mure et porte delle case della Vedra de’ Cittadini, disse il capitano di giustizia al notaio criminale. E con queste parole, già piene d’una deplorabile certezza, e passate senza correzione dalla bocca del popolo in quella de’ magistrati, s’apre il processo.

Al veder questa ferma persuasione, questa pazza paura d’un attentato chimerico, non si può far a meno di non rammentarsi ciò che accadde di simile in varie parti d’Europa, pochi anni sono, nel tempo del colera. Se non che questa volta, le persone punto punto istruite, meno qualche eccezione, non parteciparono della sciagurata credenza, anzi la più parte fecero quel che potevano per combatterla; e non si sarebbe trovato nessun tribunale che stendesse la mano sopra imputati di quella sorte, quando non fosse stato per sottrarli al furore della moltitudine.

(Alessandro Manzoni, “Storia della colonna infame”, 1840)