La parola comunista
usata a sproposito
da terroristi e Salvini

Era da tempo che non si sentivano risuonare con tanta frequenza e con tanta grossolana soddisfazione le parole “comunista”, “comunisti”, “comunismo” (cui aggiungere i sinonimi “rosso”, “rossi”, “marxisti”), etichette distribuite a caso e a sproposito. Per non voler risalire di qualche secolo, si dovrebbe tornare ai giorni della “discesa in campo” di Silvio Berlusconi per ritrovarsi in una tempesta analoga (resuscitata dal medesimo all’annuncio della sua candidatura alle europee). Oggi sono la cattura e l’incarcerazione di Cesare Battisti a ridestare dal sonno lo spettro che s’aggira nelle teste di alcuni, che riscoprono comunisti di qua, comunisti di là, terroristi comunisti, magistrati comunisti, giornalisti comunisti, fiancheggiatori comunisti. Lascio stare l’osceno teatrino messo in atto da Salvini in divisa della polizia e dall’emulo Bonafede in coda e in divisa da guardia carceraria. Taccio sulle proteste di alcuni (vedi l’ex comunista Sansonetti) che vorrebbero denunciare l’ingiustizia subita da Battisti, condannato a parer loro (quattro ergastoli per altrettanti omicidi: ha due volte sparato alle vittime, una volta ha fatto il palo, un’altra ha partecipato alla decisione di uccidere) senza prove. Vorrei solo dire che il nominalismo è una brutta pratica, che il comunismo è una storia assai complicata, mai realizzata,  dalle tante facce, che non basta dichiararsi “comunisti” per esserlo (e neppure dunque far parte di un gruppo autodefinitosi Proletari armati per il comunismo), che comunista era Guido Rossa, che comunisti erano anche gli operai che isolarono i brigatisti nelle fabbriche, comunista era il partito che determinante era stato nella sconfitta del terrorismo rosso e nero… eccetera eccetera… cose che si dovrebbero conoscere e che anche autorevoli e stagionati colleghi, testimoni di quelle vicende (vedi il mirabile Feltri su Libero, che descrive la redazione del Corriere all’epoca dell’omicidio di Walter Tobagi come un covo di “marxisti”) fingono di dimenticare, giusto per alimentare il solito pastone di ignoranza, stupidità, opportunismo, propaganda, il solito fiume di banale conformismo. “Le parole sono pietre”, scriveva Carlo Levi, e qualche volta le parole bisognerebbe usarle con qualche circospezione. Andateci piano con le parole per non stravolgere la storia…

Circa il “comunismo” dei terroristi, per comprenderne la misura e i presunti fondamenti, forse basterebbe scorrere l’elenco delle loro vittime, un operaio, un avvocato, un macellaio, un giornalista… Forse sarebbe pure utile leggere o rileggere certe storie autoprodotte, Brigate Rosse, Prima Linea, Barbone, Battisti il giallista, Moretti, Barbara Balzerani, Anna Laura Braghetti, Segio, eccetera eccetera. Non si sono risparmiati. I terroristi, rossi e neri, hanno raramente rinunciato alla facoltà di scrivere un libro, una loro biografia…e non è mancata loro l’attenzione dei media, malgrado la povertà di quelle pagine. Come non ci sono mancati film (per lo più brutti, ma non c’entra niente) ad illustrare le loro imprese. Mi viene sempre in mente una sequenza di “Buongiorno, notte” di Marco Bellocchio, quando uno dei sequestratori di Aldo Moro, tornando dall’Università dopo aver abbandonato qualche volantino, comunica più o meno ai suoi complici: gli studenti sono con noi, basta un cenno… Un imbecille, pensai allora, disponendo di qualche esperienza di Università e di lavoro, in quell’epoca di piombo. Un imbecille, pensai, con rabbia, perché quegli imbecilli avevano ucciso, avevano seminato il terrore, avevano cancellato speranze…

In un’intervista di Gian Antonio Stella apparsa sul Corriere, è il figlio di Emilio Alessandrini, il magistrato assassinato da Prima Linea, Marco Alessandrini, a tirare le somme: ciò che non mi dà pace è che mio padre sia stato ucciso da una banda di cretini, solo dei cretini…

Cretini e criminali, che si fregiavano liberamente del titolo di “comunisti”, ma prima di tutto cretini e criminali.