La parabola di Salvini
che sognava
pieni poteri

Una manciata di parole del vice di Salvini, Lorenzo Fontana, spiega (col suo niente) tutto: “Nel Mezzogiorno dobbiamo puntare a persone nuove”. Le regionali confermano che la Lega annaspa un po’, Fratelli d’Italia ramazza altri consensi, Giorgia Meloni può gonfiare le piume e, anche in virtù di un autogol mixato a un suicidio organizzato dal centrosinistra e dai 5 Stelle per essere sicuri di perdere, porta un suo uomo a governare le Marche. La poltrona di ammiraglio del centrodestra è diventata contendibile, con la Meloni in pole? Un’eventualità poco credibile con una destra che sempre sa far prevalere la forza centripeta, ma gli equilibri stanno mutando. E Salvini ci ha messo del suo. Del resto se si sceglie la sovraesposizione mediatica per mietere consenso, se si punta alla Trump ad alzare la posta della provocazione in un contesto in cui quelli come Trump un po’ fanno paura, è il minimo che possa capitare. Hai voluto il partito “personale”? Adesso pedala. Senza dimenticare che pure in politica il perseverare è diabolico e che l’Italia è un Paese ferocemente moderato.

Lieta bisboccia

Era l’agosto dell’anno scorso e il caudillo della Lega, comiziando a Pescara (perché, sia al governo o sia all’opposizione, il populismo ha da essere costituzionalmente survoltato e per propagarsi deve continuamente sparare a raffica sul Nemico e se il Nemico non c’è lo si inventa) se ne uscì con una frase che sarebbe caduta a pennello tra i virgolettati raccolti in “M” da Antonio Scurati: “Chiedo agli italiani se hanno la voglia di darmi pieni poteri per poter fare quello che abbiamo promesso senza palle al piede». Qualcuno, in altissima sede, arricciò il naso, molti altri ricorsero alla toccata apotropaica: ma che cos’ha in testa Matteo? Sarà una coincidenza, però da quel momento i sondaggi hanno cominciato a puntare all’ingiù.

E che ti combina Salvini un anno dopo quando arrestano i revisori dei conti della Lega al Senato e alla Camera e, per buon peso, anche il commercialista dove aveva domicilio la “Lega per Salvini premier”? Oscilla tra “è gente mai vista, né conosciuta” e “conto che si risolverà in nulla”. Un magic touch all’incontrario. Report pubblica lestamente sui social del programma di Raitre una foto del gennaio 2015 scattata in un locale milanese con Salvini in lieta bisboccia al fianco di Alberto Di Rubba (quello del Senato) e Andrea Manzoni (quello della Camera). E il carico di accuse, sempre più circostanziate e corredate di intercettazioni, aumenta di giorno in giorno. Non essendo ancora, con tutta evidenza, l’Italia pronta a una riedizione del “Me ne frego”, si preparano tempi duri.

Ma dalla politica “economica” e tralasciando Strasburgo, dove i parlamentari leghisti, a differenza della stragrande maggioranza dei colleghi europei, non se la sono sentita di condannare apertamente l’amico Putin per l’avvelenamento di Navalny e il bielorusso Lukashenko per la serie di cortesie riservate agli oppositori, ripuntiamo sulla politica domestica. Nel gennaio scorso Salvini, dopo averle dato formale unzione, accompagna con una certa baldanza al patibolo delle regionali emiliano-romagnole la “sua” candidata, Lucia Borgonzoni, una gaffeuse improponibile. Passano alcuni mesi e il Capo compie un’altra personalissima scelta: sarà Susanna Ceccardi a correre per la conquista della Toscana. Combattiva e orgogliosamente priva di quelle sfumature e prudenze che delineano la figura dei politici più attrezzati, l’ex sindaco di Cascina, in provincia di Pisa, ed europarlamentare, prometteva molto, tanto che nel 2014, durante una trasmissione su La7, aveva così analizzato con sagacia la questione dei migranti: “Chi mi accusa di tenere più alla vita di un chihuahua che alla vita di un immigrato, non capisce che i chihuahua non sbarcano a migliaia sulle nostre coste”. Prometteva Susanna Ceccardi, non ha mantenuto: un umanissimo istinto di conservazione ha suggerito a tantissimi toscani di rivolgersi all’usato sicuro, Eugenio Giani.

La Lega non ha subìto tracolli, qualcosa comunque scricchiola.