La par condicio
e il terrore di Sanremo

E ci risiamo con il balletto della par condicio. Il periodo in cui a decidere cosa, chi, quanto, si vede in tv sono i partiti. Perché tra Commissione (parlamentare) di vigilanza che decide per la Rai e AgCom (i cui commissari sono nominati da Camera e Senato, mentre il Presidente è proposto direttamente dal Presidente del Consiglio) che scrive i regolamenti anche per le tv private, alla fine sono i parlamentari in prima persona che decidono spartizione di spazi televisivi, cosa si può dire e cosa non si può dire e – novità – pure chi può parlare.

L’ultima alzata d’ingegno dell’AgCom, infatti, è stata quest’anno l’esame preventivo sulle “sensibilità culturali” dei giornalisti ospiti in tv: una cosa da orticaria, la politica che vuole vigilare pure sulle parole dei giornalisti, chiedendo che idea hanno su questo e su quello.

A ben guardare alla Rai, dove sono più realisti del re, è da tempo che nei periodi pre-elettorali agli ospiti dei programmi di informazione o infotainment che siano, chiamati magari a parlare di orecchiette al sugo piuttosto che di qualche scandalo di cronaca, veniva preventivamente chiesto “ma lei di che partito è? Scusi, sa, ma c’è la par condicio”. Una cosa che manda in bestia chi considera ancora il mestiere di informare una cosa seria.

L’hanno detto e proposto male, i Cinquestelle, l’emendamento – subito bocciato – per cui alla Rai avrebbero potuto condurre salotti politici solo i giornalisti (ok a Vespa, no a Fazio, per intenderci), ma hanno messo il piede in un pantano vero: il marchettificio elettorale, per essere espliciti, dove il politico di turno non viene mai interrotto – tanto meno contraddetto – anche di fronte alle più evidenti bestialità, è desolante. La riconferma che in par condicio lo schermo è loro, dei parlamentari a rischio poltrona.

È dagli anni Novanta (la legge sulla par condicio è della fine del ’93) che c’è polemica sulla non-informazione provocata da queste norme, che obbligano a parlare di politica consultando più il cronometro che le notizie. E ad ogni “aggiustamento” è peggio. Per carità, l’assunto è più che lodevole: garantire equità nella rappresentazione dei partiti sotto elezioni. Un assunto che però è stato presto perso di vista, mentre la voglia censoria dai tg è strabordata ad ogni recesso televisivo.

E ora, qual è l’ansia alla Rai, su cui maggiormente si concentra l’attenzione di tutti? Certo non sono i tg, dove tutto è calibrato col bilancino. A tenere con il fiato sospeso, invece, è ovviamente Sanremo! Non è che qualcuno, in piena par condicio, si mette a dire qualcosa fuori copione? E poi, che si fa col sindaco, può salire sul palco o no? Non è una boutade: il direttore di Raiuno si è preoccupato di far sapere che è stata chiesta per lui “una sorta di franchigia”. Un paese senza il senso del ridicolo…