Nuova via della seta
tra Cina ed Europa

Sono appena tornato dall’Uzbekistan, lungo la tratta della vecchia via della Seta, e incappo in una bella riflessione proposta da un sito sui porti commerciali di Venezia e di Trieste che diventeranno il terminale della “Nuova Via della seta Marittima”, un ambizioso progetto infrastrutturale, commerciale, militare e strategico che collega la Cina con l’Europa.

Quando verrà ultimata – scrive sul sito Open Antonio Selvatici, giornalista, consulente della Commissione Parlamentare d’Inchiesta sulla Contraffazione nella XVI e XVII legislatura, docente all’Università Tor Vergata Roma – sarà la più importante via commerciale di collegamento tra l’Oriente e l’Occidente. Per realizzare il grandioso progetto, il governo cinese ha già stanziato 1,4 trilioni di dollari, quaranta miliardi di dollari sono già stati raccolti.

La Cina è fortemente impegnata nella realizzazione di due corridoi commerciali, uno marittimo e l’altro ferroviario che, quando terminati e se completamente realizzati, potrebbero spostare il baricentro economico e politico verso Est. L’obiettivo è quello di far raggiungere più facilmente le merci cinesi a poco costo sui mercati dell’Europa centrale. L’Italia del Sud è esclusa dal più grande investimento infrastrutturale e strategico del globo.

Il percorso ferroviario parte – ci spiega ancora Selvatici – da Xian (zona in cui si produce materiale elettronico) attraversa la Cina rurale, quella più povera ed isolata, tocca Teheran, arriva ad Istanbul, transita per Mosca ed ha come terminale in Europa la città tedesca di Duisburg. Una ventina di giorni per collegare la Cina con il cuore dell’Europa, non senza difficoltà. Infatti, lo scartamento dei binari è differente e l’attraversamento di zone fredde obbliga a utilizzare vagoni climatizzati, soprattutto per non danneggiare il sensibile materiale elettronico. Il braccio ferroviario della Nuova Via della Seta è già una realtà: alcuni spedizionieri italiani – prosegue lo studio proposto da Open – offrono il passaggio delle merci lungo la nota rotta.

La parte marittima della Nuova Via della Seta non è solo un progetto commerciale, ma è un investimento da parte del Governo di Pechino anche militare e strategico. Le rotte marittime devono essere sicure e, quindi, la Cina sta investendo in armamenti. Il piccolo stato di Gibuti, da cui si controlla l’accesso a sud del Canale di Suez, è stato già stato “acquistato” dai cinesi, lì stanno costruendo (con capitali pubblici cinesi) porti, ferrovie e aeroporti.  A Gibuti è in corso di realizzazione la prima base navale militare al di fuori del territorio cinese.

Più a nord in Egitto, a Port Said si registrano molte interessenze cinesi, in Grecia il porto del Pireo è cinese. Importanti investimenti sono in corso in Turchia (Mersin International Port), Iran (Chabahar Port), Israele (Porto di Haifa), Algeria e Spagna. In sintesi, la strategia del governo cinese secondo l’amara conclusione di Selvatici è chiara: conquistare l’Europa e conquistare il bacino del Mediterraneo con importanti investimenti in opere marittime e logistiche, escludendo il porto di Gioia Tauro.

Ma la vecchia via della seta cos’era e come si vive oggi nelle zone di Samarcanda, Bukkara, Chkiva, Taskhent? Il padre di Marco Polo, Niccolò, e lo zio Matteo erano ricchi mercanti che commerciavano con l’Oriente. I due attraversarono l’Asia nel 1255 e raggiunsero la Cina nel 1262, passando per Bukhara e il Turkestan cinese, arrivando nell’odierna Pechino. Ripartirono nel 1266 arrivando a Roma nel 1269 con una lettera per il Papa di Kubilai Khan. Il giovane Marco partì poi per la Cina insieme al padre Nicolò e allo zio Matteo nel 1271 e rimase in Estremo Oriente per circa diciassette anni, prima di tornare a Venezia.

Nicolò e Matteo Polo intrapresero il loro secondo viaggio con la risposta di Papa Gregorio X da consegnare a Kubilai Khan. Questa volta Nicolò portò con sé il figlio diciassettenne Marco. Viaggiarono verso l’interno, attraversando l’Anatolia e l’Armenia. Scesero quindi al Tigri, toccando probabilmente Mossul e Baghdad. Giunsero fino al porto di Ormuz, forse con l’intenzione di proseguire il viaggio via mare. Continuarono invece a seguire la via terrestre e, attraverso la Persia e il Khorasan, raggiunsero Balkh e il Badakhshan. Superarono, in quaranta giorni, il Pamir e scesero verso il bacino del Tarim.

Attraverso il deserto dei Gobi giunsero ai confini del Catai, nel Tangut, la provincia più occidentale della Cina.Quindi proseguirono lungo la parte settentrionale dell’ansa del Fiume Giallo, arrivando infine a Khanbaliq, dopo un viaggio durato tre anni e mezzo. Una volta arrivato nel Catai, Marco ottenne subito i favori di Kubilai Khan, al punto che divenne suo consigliere e successivamente suo ambasciatore.

“Samarchan è una città nobile, dove sono bellissimi giardini, e una pianura piena di tutti i frutti, che l’uomo può desiderare. Gli abitanti, parte son Cristiani, e parte Saraceni, e sono sottoposti al dominio d’un nepote del Gran Can”: così scriveva di Samarcanda Marco Polo ne “Il Milione” raccontando il suo viaggio. Proprio la “Via della Seta”, attraversata un tempo da mercanti e avventurieri, che affascinano il viaggio di oggi.