La Norvegia non vuole una Brex-in

Heidi Nordby Lunde è una parlamentare conservatrice norvegese, che appartiene allo stesso partito della prima ministra Erna Solberg. Ha spiegato pubblicamente come trovi inopportuna e poco auspicabile l’idea di una Brexit morbida, con un Regno Unito che, come ripiego, si unisca all’Efta, l’associazione europea del libero commercio. Ne fanno parte la Norvegia, l’Islanda, il Liechtenstein, legati inoltre tra loro da un’area commerciale privilegiata, assieme alla Svizzera, membro Efta senza particolari clausole economiche. Ora l’Efta teme che, dopo un gran litigio finale con l’Unione, il Regno Unito arrivi con le valige a casa del pacioso sodalizio nordico. Un’opzione che, secondo Heidi Lunde, danneggerebbe l’armonia di questa zona “franca” che non appartiene legalmente all’Unione, ma ne accetta tutte le regole e gli standard, acconsente alla libera circolazione delle merci, delle persone e, quel che più conta, dei lavoratori con ogni livello di qualifica. L’Efta invece non accetta l’unione doganale. Questo permette ai Paesi membri dell’associazione di fare autonomi accordi commerciali con vari Stati, senza il benestare dell’Unione Europea. “Invitare il Regno Unito- ha aggiunto Lunde in un’intervista a Ciaran Jenkins, del britannico Channel 4 – scombinerebbe tutto, come avete scombinato tutto da voi”. La Norvegia in Efta ha l’incarico di rappresentare anche gli interessi di Islanda e Liechtenstein.

Vediamo come nasce questo equilibrio tra Efta e Unione Europea. La Norvegia fondò l’Efta nel 1960, e lo fece assieme al Regno Unito. Doveva essere un blocco, alternativo ma fino a un certo punto, per quegli Stati europei ancora non pronti per l’allora Comunità economica europea, che sarebbe poi diventata l’Unione Europea.

Negli anni immediatamente successivi, per ben due volte, sia il Regno Unito che la Norvegia “si misero in coda” per entrare nella Comunità. Al presidente francese Charles De Gaulle piaceva sempre meno l’idea di permettere ai britannici di entrare: il generale non si fidava del loro dell’europeismo e, soprattutto, amava pensare a un’asse Francia-Germania come perno della nascente Europa. Finalmente, nel 1973, il Regno Unito entrò nel Mercato Comune Europeo e, due anni dopo, un referendum popolare avrebbe confermato la volontà del popolo inglese di restarvi. Il 70% dei votanti rispose di sì al quesito, asserendo quindi che il Regno Unito dovesse restare nella Comunità di cui era entrata a far parte da poco, dopo lunghe trattative.

Si divarica qui il destino del restante blocco del Nord: l’anno prima che venisse tolta la riserva all’ingresso inglese, in Norvegia, nel 1972, i cittadini avevano già detto no con un referendum all’ingresso europeo. Un secondo referendum, il 28 novembre del 2015, darà un esito simile: il 52,6% dei norvegesi vota per stare fuori dall’Unione europea. Nel tempo, tuttavia, la Norvegia assieme all’Islanda, al Liechtestein e, stavolta sì, anche con la Svizzera, aderiscono all’Accordo Economico Europeo (EEA), che garantisce senza frizioni una piena collaborazione nel mercato unico. Questo è permesso in cambio dell’accettazione di regole e procedure comuni in tutti i campi, dall’igiene degli alimenti ai percorsi universitari, dalla collaborazione tra forze dell’ordine ai servizi sanitari.

La Norvegia ha scelto di essere soggetta a leggi cui non ha direttamente concorso per difendere i propri spazi, a cominciare da quello marittimo, riserva di pesce e, soprattutto, del settimo deposito al mondo di petrolio e gas naturale. I proventi non spesi per pagare i servizi e le infrastrutture, sono tutti investiti in un inattingibile fondo sovrano, il più grande al mondo, che, dicono i norvegesi, “conserviamo per i nostri figli in caso di bufera”.

Resta l’Efta come spazio comune per promuovere gli interessi dei quattro Stati che alla fine hanno scelto di non entrare. Paradossalmente, nel tempo, i Paesi dell’Efta si sono integrati nel processo europeo più di altri membri a pieno titolo. Hanno saputo tutelarsi, ma comprendendo con realismo di dover anche dare all’Unione, e non solo in termini morali. Ogni anno la Norvegia versa nella casse di Bruxelles 391 milioni di euro, quasi quanto paga la Gran Bretagna, che tuttavia è, almeno per ora, un membro a pieno titolo, e partecipa perciò al processo decisionale nel parlamento e nella commissione. La Norvegia, invece, è nella posizione “all pay, no say”, un paga e taci che è stato preso come un dato di fatto. Marit Berger Røsland, ministra per gli affari europei, sottolinea che “in proporzione, abbiamo la maggior fetta di lavoratori stranieri, e in particolare dell’Unione Europea. Dipendiamo dalla forza lavoro di altri Paesi e questo è un contributo importante per noi”.

L’Efta ha raggiunto un suo equilibrio e fa chiaramente intendere di non poter andare oltre. L’entrata nel gruppo del Regno Unito non è un’opzione. Heidi Norberg Lunde, nell’intervista a Channel 4, non usa giri di parole: “Sarebbe come invitare alla festa lo zio attaccabrighe e, come se non bastasse, drogare tutte le bevande, sperando poi che tutto vada benone lo stesso”.