La non-parità che punisce le donne:
sono sempre le ultime della fila

Prendiamo gli ultimi rapporti sulla condizione femminile (World Economic Forum, Censis, Istat, Banca d’Italia, Commissione Lavoro della Camera), cogliamo da ciascuno il capitolo più appropriato, ed avremo un quadro impressionante della non-parità tra maschi e femmine in tutti i settori: dall’istruzione all’occupazione, dal salario allo status delle madri che devono conciliare lavoro e famiglia, a qualsiasi altra voce. Dopo un 8 marzo passato sotto silenzio per la paura del Coronavirus, cerchiamo di affrontare un tema che resta sempre caldissimo.

Il gap nel mondo del lavoro

Secondo i dati del Censis (21 novembre 2019), in Italia le donne che lavorano sono il 42,1% degli occupati complessivi, ma con il tasso di attività femminile del 56,2% (rispetto al 75,1 di quella maschile) si è all’ultimo posto tra i paesi europei. Per le giovani donne poi la situazione è drammatica: nell’ultimo anno il tasso di disoccupazione è stato pari all’11,8% per le donne e al 9,7 per gli uomini.

Ma tra le giovani (tra i 15 e i 24 anni) il non-lavoro sale al 34,8% mentre per i coetanei maschi si ferma più di quattro punti in meno (30,4). E allora la distanza si fa abissale con il resto d’Europa dove il tasso medio giovanile per le donne è del 14,5%. Ancora il Forum economico mondiale: sull’Italia pesa anche la differenza salariale a parità di livello e dimensioni. E più le donne studiano, più aumenta il divario: se un laureato guadagna il 32,6% in più di un diplomato, una laureata guadagna solo il 14,3% in più. E il gap riflette ancora una ripartizione tradizionale dei ruoli. L’Italia risale infatti in classifica sul fronte dell’istruzione (dove per le donne si colloca al 55° posto) ma crolla al 117° per l’inclusione economica, e precipita addirittura al 125° (su 153) se si misura l’equiparazione salariale. La Commissione lavoro della Camera dei deputati ha avviato, sul tema della parità salariale, dell’occupazione e della imprenditoria femminile, l’esame di alcune proposte di legge che intervengono incisivamente sulla materia. C’è chi spera nella rapida approvazione di un testo unificato delle varie ipotesi.

Sempre poche le dirigenti

.Una premessa che già dice tutto: sulla base dell’ultimo rapporto sul gap di genere nei settori-chiave (redatto dal Forum dell’economia) l’Italia si colloca al 76° posto su 153 Paesi della classifica mondiale, ma all’ultimo posto tra le nazioni europee più avanzate. Esemplare il caso della presenza di donne manager. Sono solo il 27% dei dirigenti, un valore molto al di sotto di quello medio europeo (33,9%). Non solo le donne sono sottorappresentate nelle posizioni apicali ma quando lavorano – ancora il Censis – spesso svolgono mansioni per cui sarebbe sufficiente un titolo di studio più basso di quello posseduto.

Del resto il 48,2% degli italiani è convinto che le donne, per raggiungere gli stessi traguardi degli uomini, debbano studiare più di loro. L’ultima legge di bilancio ha portato dal 33 al 40%, per le società registrate nelle borse, la quota destinata al genere meno rappresentato. Così la percentuale delle donne nei board delle quotate è salita al 36,4. Però questo aumento non ha avuto un impatto, neanche indiretto, neanche minimo, sull’aumento della percentuale femminile nei management.

Roma, 21/04/2016: Sezione donne con prole della casa circondariale di Rebibbia. detention center.
©Andrea Sabbadini

Quanto è difficile essere lavoratrici madri

E’ uno dei temi più delicati e in cui la differenza non solo di genere emerge drammaticamente. Dice l’Istat (rapporto su conciliazione lavoro-famiglia, pubblicato a metà del novembre scorso) che l’11,1% delle madri con almeno un figlio non ha mai lavorato per l’esigenza di accudirlo: un dato che è quasi tre volte la media dell’Unione europea: 3,7%. E puntualmente questo dato è lo specchio della mancanza, soprattutto nel Sud, di asili nido. Il tasso di occupazione delle madri tra i 25 e i 54 anni che si occupano di figli piccoli (o di parenti non autosufficienti) è del 57% a fronte dell’89,3 dei padri.

Ma queste cifre non dicono tutto. Il divario è anche se non soprattutto di classe: contro l’occupazione del 34% delle lavoratrici madri con la terza media o meno ancora, c’è ben l’80% del tasso di occupazione delle laureate madri che evidentemente possono permettersi un qualche sostegno della propria prole mentre sono al lavoro. Di più, dice ancora ancora l’Istat: la difficoltà di conciliare famiglia e lavoro emerge dalla preponderanza femminile nel lavoro part-time: una donna occupata su tre (il 32,4%, cioè più di tre milioni di lavoratrici) è costretta ad adottare l’orario ridotto di lavoro a fronte dell’8,5 degli uomini. Lungi dal rappresentare una forma di emancipazione e una libera scelta, il lavoro a tempo parziale è subìto per mancanza di alternative da oltre due milioni di lavoratrici (è involontario per il 60,2% delle donne che hanno un impiego part-time). Del resto, il 63,5% degli italiani riconosce che a volte può essere necessario o opportuno che una donna sacrifichi parte del suo tempo libero o della sua carriera per dedicarsi alla famiglia.

L’ammonimento di Bankitalia

Il riconoscimento della parità di genere non è solo una questione di diritti ma anche un investimento per il sistema-Paese. Lo afferma anche il governatore della Banca d’Italia, Ignazio Visco, che ha evidenziato come “negli ultimi vent’anni numerosi studi, compresi quelli prodotti in Banca, hanno messo in luce i molteplici benefici che derivano da una maggiore presenza e una più piena valorizzazione del contributo delle donne nell’economia e nella società”, aggiungendo però il rammarico che “il raggiungimento della parità di genere è ancora lontano”.

Foto di Umberto Verdat

La violenza sulle donne

La questione della parità tra uomo e donna diventa ancor più prioritaria nei casi di violenza domestica e sessuale. Nel processo di fuoriuscita dalla violenza le donne che denunciano dispongono di scarsi strumenti – in termini di welfare – a sostegno di un percorso di libertà e autonomia, ciò che sovente le obbliga a tornare dal partner violento per l’impossibilità di far fronte alle difficoltà economiche, vittime della impossibilità di una riorganizzazione materiale della propria vita, con la paura che le difficoltà economiche possano incidere anche nel rapporto coi figli.

Senza poi contare che sono troppe le vittime di violenza sessuale, ed anche il luogo di lavoro diventa il luogo di pratiche delittuose. Si stima (ancora l’Istat, report su “Le molestie e i ricatti sessuali sul lavoro”) che siano il 43,6% le donne tra i 14 e i 65anni che nel corso della loro vita, anche lavorativa, hanno subito qualche forma di molestia o violenza sessuale. E la percezione delle molestie fisiche subìte è molto diversa tra i generi: il 76,4% delle donne le considera molto o abbastanza gravi contro il 47,2% dell’opinione maschile. Ma la Convenzione dell’Organizzazione internazionale del lavoro contro la violenza e le molestie sul luogo di lavoro non è stata ancora, e da anni, ratificata dall’Italia.

Dicono: ma l’Italia ha sottoscritto la Convenzione di Istanbul sulla prevenzione e la lotta contro la violenza sulle donne. Sì, ma nell’ultimo rapporto sull’Italia redatto da Grevio, l’organo del Consiglio d’Europa che valuta come gli stati applicano quella convenzione, si dà conto delle “permanenti resistenze dei poteri italiani nei confronti di una piena attuazione della parità di genere. Ed esprime tutta la preoccupazione per “l’emergere di una tendenza a reinterpretare le politiche d’uguaglianza tra i sessi come politiche della famiglia e della paternità” trascurando un’altra sfera della parità sul lavoro o nella vita sociale.

La scuola non fa abbastanza

Nell’analisi del Consiglio d’Europa la scuola italiana non fa abbastanza per colmare il gap di genere: “Molte scuole subiscono crescenti pressioni perché rinuncino a condurre attività educative sul tema, ma anche a livello di ricerca universitaria esiste una delegittimazione degli studi sulle questioni di genere, mentre a livello locale alcune città hanno ‘censurato’ eventi che si dovevano tenere in biblioteche pubbliche e miravano ad accrescere la consapevolezza sulle questioni di genere sul lavoro, sui rapporti familiari, ecc.”.