La Mosa, le favole, la depressione
Lisa Satta riempie la sua “pagina vuota”

Lisa Franca Satta è un’insegnante elementare sarda emigrata da sei anni in Belgio. Come Maria Giacobbe, maestra e scrittrice, approdata in Svezia da Nuoro, autrice del celebre “Diario di una maestrina”. O come Albino Bernardini, il maestro di strada ante-litteram che andava a recuperare i suoi alunni nelle baracche e negli ovili di “Un anno a Pietralata”.

Ma “La pagina vuota”, Aedificante editore, di Lisa Franca Satta parla solo incidentalmente di scuola. E’ piuttosto un diario, sotto forma di epistolario con l’amica (“cara altra me”) dal nome socratico: Maieutica. Il diario di una sessantenne, una donna con una grave depressione alle spalle, con i problemi, i sogni (l’insonnia), le delusioni, i ricordi, gli amori, le domande che si alternano, al ritmo dello scorrere, a volte quieto a volte agitato, scuro e luminoso della Mosa. Il fiume sembra quasi assecondare gli stati d’animo dell’autrice mentre lo contempla la notte dal suo balcone di Liegi. E’ il suo nuovo “posto al mondo”, così come lo erano nell’infanzia le campagne sarde dove è nata e cresciuta o il mare vicino delle calde estati.

Sulle orme di Gianni Rodari

Se proprio si vuol cercare uno scrittore di riferimento comunque bisogna uscire dal filone dei suoi illustri predecessori sardi. E’ l’autrice stessa a indicarcelo: Gianni Rodari, il grande scrittore dell’infanzia (e non solo), ammirato sin da bambina. E’a lui che da ragazza vorrebbe in qualche modo assomigliare quando compone le sue prime storie. Le stesse favole che intervallano le sue lettere (naturalmente via mail) all’amica Maieutica hanno inevitabilmente qualcosa di rodariano, ma non sembrano indirizzate agli alunni, che infatti non compaiono mai.

Le storie di Paperalulla, delle zucchine di Rodolfo, di Orchino e degli altri personaggi fantasiosi del libro, rivelano, oltre le indubbie doti di racconto, le radici e la cultura contadina nella quale Satta è cresciuta. E delle quali non ci si può liberare mai, nonostante gli incontri e le esperienze nel mondo. Non a caso delle preoccupazioni del chirurgo che l’ha operata a una gamba dopo un brutto incidente, Satta scrive: “Non sa che le caprette sarde hanno la testa dura, e se si rompono qualcosa sanno anche aggiustarsela!”

La pagina da riempire da soli

Ma gira e rigira, ancor più del fiume e delle favole, è la depressione, il male di vivere, il tema portante del libro. La malattia è come un rapace che sta appoggiato su una spalle, in costante minaccia. Probabilmente è la lettura delle “Lunatiche” di Alessandra Arachi a spingerla a sua volta alla scrittura liberatrice.

Racconta Satta che quando lesse il romanzo, scrisse una toccante lettera alla scrittrice, “da lunatica a lunatica”, con la quale rivelava il suo immedesimarsi nel racconto: “Il bisogno di fumare, le corse in macchina, il vomito potente, l’incapacità di affrontare il mattino, il mettersi a letto la sera il più delle volte sperando di riaddormentarmi per sempre”. E’ anche per combattere tutto questo, per impedire al rapace di mangiarsi il cuore “e tantomeno il cervello”, che decide di affrontare il suo romanzo. “C’è una pagina vuota che soltanto da soli si deve riempire. Le parole sono già lì, dipende solo da te farle emergere fra le righe, sono già state vergate da chi prima di te ha imparato a scrivere”. E così la storia può finalmente cominciare.