La morte di Borrelli
riapre lo scontro
su Mani pulite

Francesco Saverio Borrelli – ex procuratore generale ed ex procuratore della Repubblica a Milano, nonché, in quest’ultima veste, ex capo del pool Mani Pulite – se ne è andato a 89 anni, dopo 47 trascorsi, tra il 1955 e il 2002, indossando la toga del magistrato. Al di fuori degli ambienti giudiziari, diventò celebre in tutta Italia, e non solo, soprattutto nel suo ultimo decennio di carriera, dal 1992 in poi: quando il bubbone di Tangentopoli esplose, travolgendo un mondo politico troppo debole, e compromesso, per essere capace di contrastare, come aveva fatto prima, l’avanzata delle inchieste giudiziarie.

 

il giudice Borrelli morto

Quell’invito a non piegarsi al declino

La scomparsa di Borrelli oggi sta offrendo a tutti l’occasione per ricordare una sua affermazione, trasformatasi ormai in un modo di dire: “Resistere. Resistere. Resistere”.

Lo disse il 12 gennaio 2002, poco prima di andare in pensione a 72 anni, nella sua relazione inaugurale dell’anno giudiziario: “Ai guasti di un pericoloso sgretolamento della volontà generale, al naufragio della coscienza civica nella perdita del senso del diritto, ultimo estremo baluardo della questione morale, è dovere della collettività ‘resistere, resistere, resistere’, come su una irrinunciabile linea del Piave'”. Appello che, a dire la verità, negli anni successivi ha trovato molti fan teorici e pochissimi seguaci pratici.

L’addio dell’anziano procuratore permetterà inoltre ad alcuni detrattori di sottolineare la presunta carica anti-istituzionale che egli avrebbe impresso all’operato della magistratura. Come ha fatto Bobo Craxi, figlio del segretario del Psi scomparso nel 2000, colui che – a modo suo – negli anni di Mani Pulite resistette all’avanzata delle inchieste contro la corruzione capitanate dalla Procura milanese. Ha commentato l’erede di Bettino Craxi: “Borelli ebbe la funzione di guidare un sovvertimento istituzionale da parte di un corpo dello Stato nei confronti di un altro. Non è una mia opinione personale, i giuristi lo chiamano colpo di Stato”.

 

borrelli di pietro d'ambrosioUn difficile giudizio storico

Dal punto di vista degli storici forse è ancora presto per dare un giudizio, ben supportato dalle fonti e dalle testimonianze, sulla genesi e gli esiti del fenomeno “Mani Pulite”, sebbene, sicuramente, abbia impresso una svolta che ancora segna il presente di questo Paese. Di certo i sostenitori del “colpo di stato” e quelli, al contrario, della “benefica palingenesi” non hanno ancora gli strumenti per giudicare le dinamiche che portarono alla nascita, a Milano, del pool di magistrati anti-corruzione guidati da Borelli e dal procuratore aggiunto Gerardo D’Ambrosio, scomparso nel 2014 (entrambi campani, il primo napoletano, il secondo casertano).

Anzi, oltre che una possibilità esauriente di giudizio, come sempre opinabile, non esiste ancora nemmeno una “fotografia” non sfocata di quegli anni; hanno difficoltà a scattarla persino coloro che (come il sottoscritto) sono stati, nelle vesti di cronisti giudiziari, tra i principali (a loro volta amati od odiati) testimoni di un’epoca fondamentale, comunque la si veda…, nella storia repubblicana.

 

Resta ancora un mistero l’addio di Di Pietro

Per esempio, uno dei nodi che non hanno ancora un contorno chiaro è quello legato all’addio di Antonio Di Pietro alla toga, nel dicembre del 1994, quasi 3 anni dopo l’inizio dell’inchiesta. Le dimissioni “a sorpresa” della figura più popolare e populista del gruppo di magistrati (a lui, pochi mesi dopo l’arresto di Mario Chiesa, erano stati affiancati i più pacati ed esperti Piercamillo Davigo e Gherardo Colombo, seguiti da altri sostituti procuratori) furono clamorose: non solo a livello di opinione pubblica. Provocarono un trauma forte anche all’interno del gruppo di inquirenti, uno choc che non è ancora stato decifrato in modo chiaro.

 

L’intervista all’Unità e la sua amarezza

Quanto si sapeva a Palazzo di Giustizia su Di Pietro e sulle motivazioni che lo spinsero prima a lasciare la toga, poi a difendersi davanti ai colleghi di Brescia che lo accusavano di concussione (fu assolto nel 1997), per poi indurlo a costituire un partito politico “giustizialista”, oggi scomparso dalla scena politica con il suo fondatore? L’impressione è che la Procura venne colta in contropiede dalle iniziative del pubblico ministero più celebre del pool. Ne resta, tra le altre testimonianze, un’intervista che io feci a Borrelli per l’Unità; uscì il 15 aprile 1995, dopo che Silvio Berlusconi aveva fatto intendere che Di Pietro non era stato d’accordo sull’invio dell’avviso di garanzia mandato qualche mese prima all’allora premier.

Disse il procuratore della Repubblica Francesco Saverio Borrelli: “Mi stupisco, e profondamente mi amareggio, della circostanza che queste menzogne siano state rese possibili, e in qualche misura possano continuare ad essere alimentate, dal colpevole silenzio che Antonio Di Pietro mantiene sull’argomento dal giorno della sua defezione. …Resta un silenzio carico di equivoci. E purtroppo getta una luce enigmatica sul suo stesso gesto di uscita dalla magistratura e sui propositi che possono averlo dettato. Di Pietro è il primo che dovrebbe testimoniare a gran voce quella che è stata l’unità di intenti tra lui e gli altri componenti del pool e la dirigenza dell’ufficio”.

Borelli nell’intervista cercò di non definirsi deluso, affermando: “Se, alla mia non più verde età, mi amareggiassi per le delusioni ricevute dagli uomini sarei un ingenuo. Sarei ingenuo anche se mi aspettassi dall’umanità ciò che l’umanità non può dare. Per fortuna conosco il sentimento della gratitudine, non quello del rancore”. Alla domanda ‘Quanto durerà ancora l’inchiesta Mani Pulite’, aveva risposto così: “Direi… fino a quando ci saranno Mani sporche in giro”.

Oggi non possiamo che ricordare Francesco Saverio Borrelli come un grande magistrato e una persona per bene. Un magistrato e una persona che quell’epoca di “grandi pulizie” non ha mai rinnegato e di cui, per quel che riguardava le sue competenze, si è sempre assunto la responsabilità. Però anche lui, come è capitato a tanti protagonisti della storia, ha dovuto fare i conti pure con il lato (ancora) oscuro che ogni periodo più o meno “rivoluzionario” inevitabilmente comporta.