La miniera segreta
dei bitcoin

 

Da qualche parte nel Nord Europa, in una località per ora segreta, c’è la più grande miniera di bitcoin. E’ stata installata a settembre 2017 e sarà operativa nel primo quadrimestre del 2018.

Naturalmente una miniera tecnologica per una valuta virtuale, o cripto valuta. L’annuncio è stato dato laconicamente la scorsa settimana da GMO Internet, colosso con quartier generale in Giappone, un potente conglomerato presente in 10 Paesi con 60 grandi compagnie che aderiscono al progetto.  Tutte per ora coperte da riservatezza. La novità che colpisce è che GMO ha mostrato i muscoli finanziari che possiede. Ha infatti annunciato che dal 2018 migliaia di società clienti della piattaforma pagheranno i salari dei loro dipendenti in bitcoin. Sarà una pratica normale.L’annuncio cade in giorni difficili per il bitcoin, una moneta o titolo di scambio che viene trattata solo sul web per pagare beni e servizi, senza alcuna intermediazione di banche o terzi. Lo scorso 17 dicembre il bitcoin aveva raggiunto quasi i 20.000 dollari, per crollare poco dopo a 12.000 riprendendosi subito dopo a 14.000.  In ogni caso va considerato che un anno fa valeva 850 dollari e che la crescita è stata velocissima, sia pure con le difficoltà di questi giorni. Ora il Nord Europa ospita la più grande miniera di questa moneta. E’ possibile gestire il proprio gruzzolo di bitcoin, comprando e vendendo con un normale computer. Per farne però un affare lucroso serve un parco tecnologico (la miniera, appunto) con apparati sofisticati e una massiccia potenza informatica.

C’è poi bisogno di energia elettrica stabile e costante non solo per mantenere sempre attivo il sistema, ma anche per evitare che l’hardware si surriscaldi e cancelli dati. Per questo GMO e altri colossi che seguono questa virtuale vena aurea investono in ricerca. La pietra filosofale è un chip dalle super-prestazioni. La miniera del Nord Europa, che sarà mostrata alla stampa a metà 2018, prende tutta l’elettricità dall’acqua e dall’energia geotermica. Fuochino, Paesi Bassi e Svezia sembrano siti ideali. In questo modo il colosso giapponese e un suo partner per ora misterioso si mettono al riparo dalle critiche ambientali. I processi di estrazione, o mining, consumano ogni anno più energia di interi stati di piccole dimensioni e lo 0,8 per cento di quella utilizzata negli Stati Uniti.

La potenza di calcolo è da capogiro, 500 peta hashes al secondo, PH/s. Hashè il termine matematico per un algoritmo. Prende un insieme di dati di qualsiasi lunghezza e composizione e li converte rendendoli illeggibili (criptati) a chi è estraneo alla transazione o a chi non è titolare dei bitcoin. Si sta rafforzando l’intero processo con chips da 7 nanometri estremamente innovativi, ad alto potenziale di integrazione con tutti i sistemi. GMO ha detto: “Dopo aver acquisito un alto livello di esperienza operativa lavoreremo per fornire un servizio cloud di miniere di bitcoin, con chips di nuova generazione”.

Come è accaduto per altre innovazioni, il bitcoin diventa un affare per i grandi gruppi. Da qui a poche, potenti concentrazioni il passo è breve. Da moneta irregolare e quasi pirata, usata in passato per scambi opachi o illeciti, il bitcoin assume il volto di una commodity per giganti della finanza. Perde romanticismo, rischi legali e quell’antagonismo rispetto ai sistemi bancari che finora l’avevano contraddistinto. Nascono nuovi, potenti “semafori” per regolare i flussi di denaro. La borsa di Chicago, che si muove veloce e vede lungo, ha iniziato a permettere lo scambio di titoli futures – contratti che consentono agli investitori di “scommettere” sul valore di qualcosa – basati sui bitcoin.  Aumentano ogni giorno i negozi online e i servizi che accettano bitcoin. Nel Nord Europa il primo, enorme giacimento virtuale, per ora segreto, è pronto ad accogliere la nuova corsa racchiusa in un minuscolo, potentissimo chip.