La marcia per il clima
richiede un ripensamento
del sistema economico

Da diversi anni un diffuso pessimismo di fondo si accompagna a ogni iniziativa politica, o perlomeno a quelle che chiedono un cambio di sistema. La marcia per il clima di ieri (15 marzo) è stata per molti la prima occasione, da diverso tempo, in cui questo sentimento sembra non aver prevalso. A colpire è innanzitutto la partecipazione di tantissimi giovani, i grandi assenti nei processi politici degli ultimi anni, ma non è la sola cosa: ciò che più fa ben sperare per il futuro è la consapevolezza diffusa che non si può porre il problema del climate change al di fuori di un ripensamento dell’attuale sistema economico/produttivo.

Tanti interventi di singoli, di associazioni di volontariato e studentesche, hanno evidenziato che la battaglia contro i cambiamenti climatici implica inevitabilmente quella per un cambio di paradigma. Siamo su di un polo diametralmente opposto rispetto al greenwashing che tanto spesso è stato l’unica iniziativa “verde” intrapresa dalla politica e da tanti attori del mercato.
Oggi è però ancora presto per dire se il Global Strike for Future verrà ricordato come il primo passo sulla giusta strada o solo una (bella) una tantum: non è detto che da questa energia nasca un processo politico maturo. Di sicuro, tuttavia, la giornata di ieri è un segnale fortissimo in direzione di una possibile politicizzazione dei ventenni, senza i quali non è immaginabile il successo di alcuna lotta politica per cambiare il sistema attuale.

 

Roma 15 marzo 2019. Manifestazione mondiale per la difesa del clima
foto Giulia Verdat

 

 

Le polemiche che si sono scatenate attorno a questa data, provenienti da una ben precisa parte dello schieramento politico, sono un altro segnale incoraggiante: chi in questi anni ha lucrato sulla prospettiva del “There is no alternative” (con tutti i suoi corollari socialmente più retrogradi) si rende chiaramente conto che l’eventuale crescita di un movimento che pone queste questioni al centro della sua analisi costituisce un serio rischio per chi attualmente detiene l’egemonia nel discorso pubblico.

Vale la pena di fare un’ultima considerazione: diversi commenti hanno evidenziato una risposta tiepida da parte di trentenni e quarantenni a queste mobilitazioni. Se da un lato è vero che si tratta di generazioni che manifestano una grande sfiducia nei confronti dei processi collettivi, dall’altro distribuire colpe alle generazioni che più di tutte hanno subìto la sconfitta storica del movimento dei lavoratori e le sue conseguenze è forse ingeneroso.

Non possiamo dimenticarci, infatti, che se il Global Strike for Change è qualcosa che non vedevamo da tanti anni, non è la prima volta che qualcuno sostiene che “un altro mondo è possibile”: erano proprio tanti dei trentenni e dei quarantenni di oggi, e la loro protesta fu repressa nel sangue di Piazza Alimonda e della “macelleria messicana”. Dovremmo impegnarci tutti affinché gli esiti stavolta siano radicalmente diversi.