Braccianti e consumatori
contro sfruttamento e
mini permessi

“La natura geme, i campi sono vuoti, i carrelli sono fermi, i trattori sono spenti per dire all’unisono che dare diritti non toglie diritti” ha gridato Aboubakar Soumahoro, nel corso della marcia partita dal Torretta Antonacci per raggiungere Foggia. L’organizzatore dello “sciopero degli invisibili”, sindacalista Usb, insiste: nelle campagne italiane non mancano le braccia ma i diritti: non marcisce la frutta, ma i diritti”. E si appella ai consumatori: unitevi a noi extrauomini, invisibili braccianti: non comprate per un giorno frutta e verdura.

braccianti dirittiBorgo Mezzanone, Torretta Antonacci, Lucera, Borgo tre titoli, Incoronata: in provincia di Foggia le favelas dell’esclusione e dello sfruttamento – improprio chiamarli ghetti – sono troppi per nominarli. Ma basta cercarli. E ci sono ovunque ci sia agricoltura, in Calabria nella piana di Gioia Taro, nel Lazio a Latina e Frosinone, al nord a Saluzzo e in Piemonte. Lo sfruttamento dei braccianti è ancora quello terribile a cui venivano sottoposti i cafoni del sud. Braccia non uomini per i padroni.

Regolarizzazione limitata

Al centro delle critiche dei manifestanti, il decreto del governo che, dicono, regolarizza le braccia, non le persone. “Contestiamo – grida Soumahoro durante la marcia, prima di essere ricevuto con una delegazione in prefettura – il fatto che la regolarizzazione sia limitata a determinati settori, e non a tutti. Contestiamo che sia riservata solo a chi ha avuto il permesso di soggiorno scaduto in ottobre e non a chi si è trovato escluso dai decreti Salvini che, ricordo, sono ancora in vigore. Contestiamo che la regolarizzazione sia riservata a chi ha un contratto di lavoro, che rende i lavoratori vulnerabili e ricattabili, esponendoli a qualsiasi forma di sfruttamento. La Bossi-Fini, ricordo, è ancora in vigore”. Dignità e diritti, ricordano, non hanno scadenza.

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La pista di Borgo Mezzanone. Foto di Ella Baffoni

A schierarsi con i braccianti anche i vignettisti. Makkox disegna Aboubakar Soumahoro e una voce fuori campo (salviniana) che dice “Sciopero? Ma cosa vi siete messi in testa, di rubare le lotte per i diritti dei lavoratori che dovrebbero fare gli italiani… spè, m’è uscita male”. Vermi di rouge va al supermercato dove una bimba dice alla mamma: mancano frutta e verdura; e la mamma risponde: mancano anche i diritti di chi li raccoglie. Mauro Biani disegna un bracciante con la testa ingabbiata da una cassetta per la frutta. Ma attenti, quella è una cassetta da mercato. I cassoni veri, quelli che si usano nelle campagne, sono giganteschi, da stivare nei tir che corrono verso i mercati generali. Sono quelli i cassoni che servono a fare il prezzo delle braccia. Il cottimo si calcola così, neanche più a ore, ma a cassone riempito. 20 euro per 12 ore di lavoro, se va bene. Ma ci sono paghe ancora più misere, lo sfruttamento ha mille risorse.

La vita ai margini degli extrauomini

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I cassoni e i pomodori raccolti nei campi del foggiano. Foto di Ella Baffoni

Non mancano i braccianti nelle campagne, mancano i contratti. Manca un lavoro giusto. Mancano i contributi, che ai lavoratori al nero non vengono affatto pagati e magari vengono “girati” a finti braccianti così che possano incassare indebitamente la cassa integrazione invernale. Mancano le precauzioni sanitarie e, sì, anche il distanziamento sociale. Ve li immaginate quei pulmini stipati da una ventina di persone, in tempi di Covid-19? Ed è un sistema solido, a piramide. Al vertice ci sono i giganti della Grande Distribuzione, la Gdo (i supermercati) che fanno il prezzo e schiacciano via via i grossisti, i mercati generali, i trasportatori, i produttori. Alla base della piramide ci sono loro, i braccianti. Chiamati a giornata, cottimo selvaggio, senza altro luogo dove vivere in quelli di risulta, le fabbriche abbandonate, le bidonville, le masserie in rovina.

E’ nostro diritto che abbiano i loro diritti

Certo, in questi tempi di pandemia, nonostante i lauti affari dei supermercati, hanno preso forza anche molte realtà alternative. I Gruppi di acquisto solidale, i Gas, sono riusciti a scavalcare la filiera sporca procurandosi in modo collettivo e responsabile cibo biologico e di qualità. I piccoli produttori, che si sono visti magari chiudere d’autorità la propria postazione al mercato, hanno portato a domicilio le loro cose ai clienti. Si chiama “filiera corta” e non necessariamente è a chilometro zero. Ma sono alternative sopportate, non sostenute, dal governo. Persino in questi tempi di pandemia.
Così, la chiamata di un piccolo sindacato ha reso evidente cosa marcisce alla base della piramide. E ha chiamato anche i consumatori alla responsabilità. Sarà anche un piccolo gesto il non comprare frutta e verdura per un giorno. Ma è un abbraccio solidale. E una marcia in Capitanata può non smuovere le autorità tenute a bada dai produttori e dal sistema gestito, spesso, dalla criminalità organizzata. Ma, insieme, possono cambiare le cose. Ismahili, Immanuel, Aliou, Khabir: non sono solo le braccia che hanno raccolto i nostri pomodori e i nostri carciofi. Sono fratelli, come lo erano i braccianti negli anni ’50, o gli emigrati che andavano a buscare il pane nelle terribili miniere belghe. Sono persone. Che abbiano i loro diritti è anche un nostro diritto.