La manovra svela
l’inganno del
“contratto del popolo”

La manovra di bilancio è andata, ma la partita resta aperta giacché solo i decreti esecutivi sul pseudo reddito di cittadinanza e il revival delle pensioni di anzianità, su cui i due caudilli del governo fondano il potere delle rispettive forze politiche renderanno evidente qual è l’effettiva portata dell’operazione politica affidata prova di forza che ha costretto il Parlamento – non solo le opposizioni, ma la stessa maggioranza – a votare la legge di bilancio al buio. Non hanno nemmeno provato a ricercare una qualche modalità di confronto che consentisse ugualmente di evitare l’esercizio provvisorio, imponendo una fiducia dietro l’altra, senza discussione di merito laddove la sovranità popolare può, e deve, essere esercitata “nelle forme e nei limiti della Costituzione”, semplicemente perché nulla doveva cambiare rispetto a quel che era stato contrattato e deciso nel condominio gialloverde. “Non è un modo giusto di procedere, non c’è dubbio”, ha dovuto ammettere il presidente della Camera, Roberto Fico, in un lampo di insofferenza nel vedere ridurre il proprio ruolo a orpello notarile dell’ambiguo decisionismo del contratto di governo.

Non si dovevano disturbare i manovratori, nemmeno quando la solita “manina”, la stessa che aveva dimezzato l’Iva per il commercio dei tartufi, si è fatta scoprire nel colpire, con un mirato raddoppio della tassazione, quel “mondo del bene” che  – come il bisticcio di parole dell’ineffabile vice ministro Laura Castelli ha rivelato – si ostina a trarre dal non profit l’unico “profitto” possibile, quello della solidarietà. E come in un dantesco contrappasso, la prevaricazione compiuta in un Parlamento si è ritorta sulla stessa maggioranza impedendole di correggersi. Dovranno provvedere con un altro dei tanto vituperati (in tempi andati) decreti legge, magari rimpinguato da altre misure della “manovra del popolo” che, una volta disvelati, dovessero palesarsi poco o affatto gradite al popolo elettore dell’uno o dell’altro contraente del fatidico “contratto”. 

Non possono fare diversamente per cercare di capitalizzare nel breve e medio termine il consenso acquisito in campagna elettorale su strategie diverse se non proprio conflittuali. Per dire, la flat tax con cui la Lega (insieme al resto del centrodestra) ha cercato il favore delle attività economiche del Centronord, continua a mal conciliarsi con l’assistenzialismo del reddito di cittadinanza caldeggiato dal Movimento 5 Stelle nella sua corsa solitaria al consenso nel Mezzogiorno. Forse ciascuna delle due forze politiche aveva calcolato le compatibilità delle proprie proposte con le condizioni date dalle finanze pubbliche, sicuramente non avevano immaginato che potessero tenersi l’una e l’altra con lo stato dei nostri conti pubblici. È dunque un inganno quello che si è cercato di coprire con -questo sì- comune antieuropeismo. Fino ad affidare  l’inconciliabile alla più incoerente manovra economica dei lunghi anni di crisi. 

Con lo scorrere del tempo la finzione retorica del “contratto del popolo” ha cominciato a lasciare scoperte le questioni concrete di una legge di bilancio dai margini striminziti. Non solo in termini di compatibilità finanziarie, dovendola colmare con il deficit, ma soprattutto sul piano degli effetti politici, economici e sociali della ripresa del debito pubblico. Anziché preoccuparsi di sciogliere i nodi man mano che venivano al pettine, si è preteso di forzare i vincoli anticipando il taglio populista delle prossime elezioni europee, contando sull’interesse degli altri governi sovranisti a rivoltare l’Europa, salvo ritrovarli ad additare per primi i conti di nostra sovrana competenza. Si sarebbe potuto ancora fare leva sulla fiducia nel rispetto delle regole interne, piuttosto che esautorare il Parlamento con la fiducia politica su una finta manovra mentre il premier e il ministro dell’Economia correvano a Bruxelles con l’ossessione di ricontrattare i saldi non più solo nei decimali ma addirittura sul piano dei centesimi – dal 2,4 al 2,04 – del rapporto deficit-pil. Se si fosse coinvolto il Parlamento, dicendo da lì la verità al popolo, almeno avrebbero evitato il melodramma della sovranità negata nel caso del francescano “male fatto al bene”, quintessenza della regressione della dialettica parlamentare in marketing politico.

Ma questa “correzione” in corsa avrebbe comportato rimettere in discussione l’equilibrio tra i due populismi elettorali. E pregiudicare lo “scambio” prossimo venturo, addirittura su principi cardini, se non sulle vere e proprie norme, della Costituzione come il vincolo di mandato, con cui irregimentare i possibili resistenti del M5s, e l’autonomia differenziata, per soddisfare i maggiorenti leghisti delle regioni del Nord. 

In questo contesto, l’inedito ricorso dei gruppi parlamentari del Pd alla Corte costituzionale sulla violazione dell’articolo 72 della Carta fondamentale della Repubblica, al di là dell’ammissibilità, può rivelarsi utile a tenere i riflettori accesi, segnalando il rischio all’insieme delle autorità di garanzia, un “conflitto di attribuzione” tra il potere esecutivo e quello legislativo continuo per l’intera legislatura. Corta o lunga che sia, è ormai evidente che al governo possono restare solo grazie alla malsana pratica spartitoria dei contenuti di rispettivo interesse contrattuale. Al governo ci vogliono stare, e restare, addizionando le rispettive minoranze populiste, arroccatesi nella rivendicazione in proprio di una rappresentanza populista – o sovranista – a vocazione maggioritaria, piuttosto che convergere in una maggioranza democratica che come tale dovrebbe potersi far  riconoscere nel voto con una consapevole strategia politica. Non nella imminente, e duplice, scadenza elettorale: del voto europeo, dove ciascun partito si presenta per proprio conto, e di quello amministrativo (comprensivo di rilevanti regioni) dove la Lega torna con le forze residue del centrodestra. Sarà per saggiare la prospettiva prossima ventura: ratificare un’altra alleanza qualunque; cedere il passo a un centrodestra a vocazione sovranista; avviare un cambio della guardia tra le file grilline? Quale che sia, senza ripristinare le norme regolatrici dei conflitti, la sfida finirebbe per investire un sistema democratico già indebolito da una transizione incompiuta ormai da trent’anni.

E su questo piano la riflessione investe inevitabilmente l’opposizione. Le forzature istituzionali, più che altro regolamentari, delle maggioranze passate, non giustificano le violazioni di chi oggi invoca il cambiamento marciando col passo del gambero verso le peggiori pratiche della Prima Repubblica. Ma anche questa è una lezione. Un’altra dopo quella delle elezioni politiche affrontate con una maggioranza di governo  incapace di ritrovarsi come alleanza politica organica a una visione coerente della democrazia dell’alternanza. Tocca anche al centrosinistra, proprio lì in Parlamento, dove a suo tempo ha mancato la più alta prova riformatrice, ridefinirsi come soggetto di cambiamento in grado di interpretare l’interesse generale di un popolo vero che non rinunci alla vocazione identitaria (prima ancora che maggioritaria) di comunità.