La manovra: una sberla
all’Europa,
un’illusione per l’Italia

La prima manovra finanziaria del governo Lega-M5S ha pienamente mantenuto gli obiettivi che si erano dati i vincitori delle elezioni del 4 marzo: condono per i furbetti del fisco, superamento della legge Fornero sulle pensioni, distribuzione di un reddito-pensione di cittadinanza, progressiva riforma fiscale con introduzione di due aliquote dal 2020. Il costo di questi interventi potrebbe superare i 30 miliardi di euro, il rapporto deficit-Pil sarà del 2,4% non solo per il 2019 ma per i prossimi tre anni. Siamo ben lontani dall’1,6% che il nostro Paese si era impegnato a rispettare. E non si capisce perché il ministro Tria non si sia dimesso: con che faccia adesso affronterà i suoi colleghi europei?

I patti, forse, sono fatti proprio per essere violati, ma l’aumento del deficit si rifletterà sul nostro debito mostruoso di 2300 miliardi di euro, pari al 130% del Pil, che prima o poi qualcuno dovrà pagare. Salvini ha ottenuto dalla magistratura di rimborsare 46 milioni fatti sparire dalla Lega in 76 rate annuali, i mercati e gli investitori internazionali che sottoscrivono miliardi di Btp non saranno così clementi con il nostro Paese quando si renderanno conto che non rispettiamo più gli accordi.

Il senso politico della legge di Bilancio è quello di dare uno schiaffo all’Unione Europea e di offrire un’illusione ai cittadini italiani oggi magari felici per la “Finanziaria del popolo” e domani incavolati quando vedranno aumentare la rata del mutuo, le spese della sanità, della scuola. E la ripresa del Pil? Gli investimenti produttivi, per l’industria, l’innovazione, il lavoro? Aria fritta, per ora.

Il governo non rispetta le regole che l’Europa si è data e che l’Italia ha liberamente sottoscritto, punta a scatenare con la commissione Ue di Bruxelles una guerra totale per i prossimi mesi alimentando così la campagna elettorale del voto europeo del maggio 2019, una sfida nella quale il nostro esecutivo si colloca accanto a xenofobi, fascisti e sovranisti della peggior specie, da Orban in giù. La Finanziaria di Di Maio e Salvini ha il valore di una rottura con l’Europa, fa vedere in modo chiaro cosa vuol dire essere populisti, induce anche qualche seria preoccupazione sulle possibili ripercussioni di queste iniziative politiche, ma sono timori solo esterni alla maggioranza di governo. Grillini e leghisti se ne fregano dello spread e del crollo in Borsa, che puntualmente arrivano, per loro sono tutti fenomeni indotti dai poteri forti, dai salotti, dai tecnocrati. Sono tutte “medaglie”, direbbe Salvini. Dopo questa manovra il prossimo passo del governo potrebbe essere di tirare fuori dal cassetto il famoso piano B di Savona, per uscire dall’Euro.

La legge di Bilancio è una miscela di interventi che potrebbero essere selezionati e giudicati come di “destra” o di “sinistra”, se ragionassimo con i vecchi schemi della politica. Esempio: i sindacati, i lavoratori, i ceti più poveri possono forse lamentarsi della nuova disciplina sulle pensioni o del reddito di cittadinanza? Quante volte abbiamo ascoltato i sindacati, parte di quel che rimane della sinistra contestare la riforma Fornero e per quanti anni abbiamo sentito le richieste di interventi a favore dei ceti più disagiati, dei pensionati al minimo? Bene, ora ci sono voci e stanziamenti nel bilancio dello Stato. Vedremo i candidati alla segreteria della Cgil dividersi sulla manovra di Di Maio e Salvini? Certo, poi ci sono anche i tranelli: chi andrà in pensione con la quota 100 avrà un assegno decurtato, ma il governo non lo dice per non rovinare l’effetto che fa.

E la riforma fiscale, l’abbassamento delle tasse, la flat tax e il solito condono spacciato per pace fiscale non sono forse le aspirazioni di larga parte del tessuto economico, imprenditoriale, delle piccole-medie imprese, dei lavoratori autonomi? Tutta roba di destra, si sarebbe detto una volta. Ma non è così, oggi questi interventi (bisognerà vedere alla fine la vera consistenza) sono trasversali a molti interessi, a tante categorie. Non si può schematizzare e semplificare, come dovrebbe insegnare il risultato del voto del 4 marzo scorso. Soprattutto bisogna fare i conti col fatto che questo governo – e stiamo parlando del governo di Toninelli, Fontana, Di Maio – continua ad avere successo tra i cittadini, raccoglie circa il 60% secondo gli ultimi sondaggi. Sono cifre impressionanti soprattutto perché non si vede e non si sente nessuno che abbia la forza, la voce, la cultura di contrastare la propaganda, gli slogan, il disegno politico di questa maggioranza variegata, contraddittoria, eppur fortissima.

Nelle prossime settimane la manovra e la tenuta del governo dovranno fronteggiare le reazioni dei mercati, gli scossoni al nostro sistema finanziario e bancario, la bocciatura e la prevedibile rottura con l’Unione Europea. Chi pagherà saranno sempre i cittadini, a cominciare da quelli di Genova che non sanno ancora chi sarà il commissario per la ricostruzione del ponte.