La lotta di classe esiste
l’ha vinta la finanza

INTERVISTA La lotta di classe esiste e l’abbiamo vinta noi. Così disse Warren Buffet, uno degli uomini più ricchi del pianeta, commentando qualche anno fa l’ennesimo sgravio fiscale per i redditi più alti negli Stati Uniti. I dati dell’ultimo Global Wealth Report che, come ogni anno, sono stati diffusi dal Credit Suisse (solo i ricchi sanno fare i conti in tasca ai ricchi) gli danno clamorosamente ragione. Rispetto al 2013 la concentrazione delle ricchezze è aumentata drammaticamente rispetto agli anni precedenti. Si legge nel rapporto che oggi come oggi lo 0,7% della popolazione mondiale controlla il 45,9 delle disponibilità finanziarie mondiali. Dal 2013, quindi in soli 4 anni, la fetta di ricchezza globale in mano ai pochissimi è cresciuta di quasi 6 punti (era al 41%). La cosa può sembrare stupefacente ma non lo è, almeno nella logica dei numeri, perché i soldi crescono più degli esseri umani: la ricchezza del mondo ha registrato una crescita ben superiore alla crescita demografica per tutti gli anni di quella che ai nostri occhi è stata, per come ce l’hanno presentata, la peggiore crisi economica dal 1929. L’aumento medio è stato del 6,4% e ha raggiunto quest’anno la cifra record di 16,7 trilioni, cioè 16.700 miliardi, di dollari. Se questi soldi fossero stati ripartiti tra gli abitanti del pianeta, ciascuno di noi avrebbe ricevuto 56.540 dollari. Un bel gruzzoletto, non c’è che dire. E si sta parlando solo dell’aumento avvenuto in un anno.

Ma se i numeri sono questi, perché ci dicono tutti che i soldi non ci sono? Non ci sono per mantenere il nostro welfare, non ci sono per gli investimenti, per la sanità pubblica, per l’istruzione, per la ricerca. E non ci sono per accogliere i migranti, secondo la più recente declinazione del pianger miseria del nostro discorso pubblico. È una contraddizione che bisognerà pure provare a spiegare. Proviamo con Nicoletta Dentico, consigliera d’amministrazione e vicepresidente di Banca Etica, già direttrice per l’Italia di Medici senza frontiere.

I soldi ci sono. Ma allora perché non sono a disposizione della collettività, perché non vengono utilizzati per risolvere i problemi?

Che manchino i soldi è una colossale bugia che le politiche neoliberiste degli ultimi anni hanno imposto ai governi. È vero ciò che sostiene Noam Chomsky: c’è un disegno preciso per non far funzionare gli stati e poi dire che se le cose non funzionano è colpa proprio degli stati. Veniamo da un decennio in cui la colossale catastrofe finanziaria prodotta dai privati è stata trasformata con una operazione di comunicazione efficacissima nella tesi che è stato il debito pubblico degli stati a creare il problema. In realtà è il debito pubblico che è stato prodotto dagli speculatori, nazionali e internazionali. Ma è stata imposta la narrazione secondo cui la colpa è di stati e cittadini che vivono al di sopra delle proprie possibilità. Il rapporto ci dice che la ricchezza continua a prodursi e che non se n’è mai prodotta tanta quanto nell’ultimo anno.

E come si è prodotta?

Si è prodotta spesso speculando sulle catastrofi provocate dalla crisi sia per privati che per gli stati, emettendo strumenti finanziari come i derivati oppure introducendo misure come il quantitative easing che fanno sì che le banche rafforzino le proprie posizioni, dando vita a quello che tecnicamente si chiama lo shadow banking. Creiamo istituti opachi invece che trasparenti. Le quantità immense di soldi che vengono dati loro le banche non li danno a chi ne ha bisogno, ma li rimettono in un circuito puramente speculativo. Insomma, I soldi ci sono e non ce ne sono mai stati tanti. Il problema è che non c’è alcun collegamento tra la domanda e l’offerta. C’è una domanda enorme di finanziamenti ma l’offerta vive come in una bolla di autismo speculativo e questa è una disfunzione enorme a livello globale. I governi sono delegittimati e impotenti, e invece dovrebbero essere loro a riprendere in mano le redini e bilanciare questa situazione asimmetrica, la quale ci sta portando verso un nuovo disastro. C’è un rapporto della Deutsche Bank secondo cui le crisi finanziarie non sono affatto scomparse dall’orizzonte. Il dramma è che non sappiamo neppure da dove arriverà la prossima. Dieci anni fa sapevamo da dove poteva arrivare la crisi perché c’era la bolla speculativa dei subprime negli Usa. Ora non lo sappiamo e questo è molto preoccupante. È questa la vera paura che dovremmo avere, altro che l’”invasione” dei migranti.

Gli stati sono stati delegittimati. Però sono essi che dovrebbero avere gli strumenti per stanare i soldi accaparrati e per distribuire le risorse con la leva fiscale. Se il problema è al di sopra di loro, a che livello dovremmo cercare le soluzioni?

Se l’Unione europea facesse la sua parte saremmo già un bel passo avanti. Non fosse che perché nella UE ci sono molti stati che hanno una rilevanza notevole.

Quale sarebbe la sua parte?

Le autorità di Bruxelles e Francoforte dovrebbero impegnarsi in un risanamento e una razionalizzazione del mercato finanziario. Per esempio imponendo la separazione tra banche commerciali e banche d’affari, facendo una lotta seria ai paradisi fiscali, mettendo in regola il sistema bancario per renderlo più trasparente. Ma soprattutto facendo politiche di redistribuzione delle risorse. Oggi siamo in una situazione in cui i diritti costituzionali sono messi in profonda crisi proprio perché la finanziarizzazione dell’economia mette a repentaglio le politiche di coesione e le conquiste sociali che sono il patrimonio dei paesi europei. È un paradosso perché quelle politiche erano state messe in piedi quando i soldi non c’erano davvero. Il sistema sanitario nazionale britannico è entrato in vigore il 5 luglio del 1948, ma era stato pensato all’inizio degli anni ’40, quando Londra era sotto le bombe. Nel ’48 i soldi non c’erano ma c’era una visione: quello di creare una società in cui le persone convivessero condividendo i diritti. Oggi facciamo il percorso inverso: i diritti fondamentali in cui l’Europa dovrebbe credere e che ha anche scritto sulla sua costituzione vengono messi a repentaglio da misure di austerity varate in nome di una scarsità di soldi che invece non esiste.

Però tutti i governi hanno problemi di bilancio.

I governi debbono stanare i soldi dove sono. Intanto debbono far pagare le tasse alle multinazionali, debbono combattere davvero l’evasione e fare una politica fiscale equa. Cioè il contrario di quanto si fa adesso, spesso confondendo le acque. Siamo al paradosso che una riforma delle tasse in favore dei ricchi come quella voluta da Trump viene presentata come un favore fatto alla middle class. Oggi gli stati si fanno la concorrenza su come facilitare gli investimenti stranieri a colpi di facilitazioni fiscali. Dobbiamo uscire da questo gioco. L’agenda dei vari G7, G8, G20, dei consigli europei dovrebbe rimettere sui piedi la questione del debito dei paesi “poveri”, che non sono poveri ma sono stati impoveriti, depredati da noi. Siamo noi ad avere un debito verso di loro, un debito storico, un debito ecologico. E anche un debito fiscale, visto che le multinazionali non pagano le tasse da loro.

Vaste programme, come diceva De Gaulle…

Mi rendo conto che parlo di sfide gigantesche ma la posta in gioco è alta. Finora chi nella UE ha provato a fare politiche diverse è stato sconfitto e ha dovuto pagare un prezzo altissimo. Noi ci stiamo autoseppellendo. Non sono i migranti che ci creano i problemi, siamo noi stessi che non facciamo politiche giuste. A livello europeo e a livello nazionale. In questo senso Io credo che i migranti che arrivano siano una grandissima opportunità. Arrivando qua senza diritti, in qualche modo ci mostrano che noi i diritti che loro cercano li stiamo perdendo. Forse non ce ne rendiamo conto fino in fondo, ma è così: i miei figli non avranno diritto a una sanità pubblica e universalistica, non avranno diritto a un lavoro non precario, a una pensione certa. Eppure le competenze per politiche diverse ci sarebbero, le capacità tecnologiche pure. E i soldi anche. Le misure di austerità non funzionano, ormai lo sanno anche gli economisti e si è molto allargata la platea di quelli che pensano a una rivalutazione della funzione dello stato. Penso, per citare solo un caso, a Mariana Mazzuccato.

Anche al Fondo Monetario si sentono accenti nuovi, magari solo negli studi teorici…

Esatto. Non dobbiamo abdicare all’idea che sia possibile un’inversione ad U rispetto a quello che sta succedendo. Penso che cominci a farsi strada la consapevolezza che non solo la ripartizione della ricchezza è intollerabilmente squilibrata ma che si vada facendo molto pericolosa la velocità con cui la forbice si sta allargando ancora.

È un problema di giustizia o è anche un problema di equilibrio? Può arrivare un momento di rottura violenta? Una guerra, delle crisi incontrollabili o l’innesco di un fenomeno migratorio davvero epocale…

Certo che pericoli ce ne sono. Secondo molti esperti di fatti internazionali il mondo è molto più vicino alla guerra che in passato. Che sia un problema di giustizia poi è ovvio. Certo, la parola “giustizia” non va più tanto di moda, agli occhi di molti appare desueta. Usiamone un’altra allora: sostenibilità. Non diciamo tutti che lo sviluppo deve essere sostenibile? Ebbene, questo sistema non è sostenibile. Lo ha scritto in modo molto chiaro Papa Francesco nell’enciclica Laudato si. Perché si arrivi alla sostenibilità quelli che decidono (in fondo non sono tantissimi) debbono cambiare rotta. Prendiamo l’Italia: si dice tanto sostenibilità e poi vediamo che si investono 17 miliardi proprio contro la sostenibilità, in materia per esempio di energia da fonti fossili, e 15 a favore. Poi si pensa a favorire gli investimenti delle multinazionali invece di pensare a piani di risanamento e di tutela del territorio, tecnologia, ricerca, scuola. Si pensa a corto termine, si guarda alle prossime elezioni invece che al futuro.

Spesso neppure alle prossime elezioni ma al prossimo sondaggio.

Sì ed è qui che prolifica il populismo, che nasce la spinta fascisteggiante che giustamente ci preoccupa. Anche per questo sarebbe necessario un rinnovamento della classe dirigente e questo rinnovamento può accompagnarsi solo a politiche nuove. Politiche che non sono utopiche. Obama le ha fatte negli Usa e dei risultati li ha ottenuti.

Però i democratici hanno perso le elezioni.

Non dico mica che sia facile. Negli Usa abbiamo visto un paradosso che riguarda anche noi: i poveri votano per chi li rende ancora più poveri. È il segno di quanto siano bravi i neoliberisti nella comunicazione, così come sono stati bravi a farci credere che la crisi del debito è colpa dei poveri che spendono troppo, che non sono abbastanza poveri. Abbiamo una battaglia di egemonia culturale da combattere.