Lotta di classe al contrario, con i ricchi sempre piu ricchi

Esiste ancora, in questo tormentato 2019, la “lotta di classe “, così come la si chiamava nel ‘900? C’è chi sostiene che la si è vista in atto, anche di questi tempi, ma si è svolta “al contrario”. L’hanno condotta i ricchi contro i poveri. E propone di dar vita ad un nuovo corso, ad una specie di nuovo compromesso tra capitale e lavoro, tra liberali e socialisti. Appare questo il messaggio lanciato da un interessante libro “Diseguali. Il lato oscuro del lavoro”, Guida editori. Gli autori sono Luigi Vicinanza, un giornalista  con un ricco curriculum (“L’Unità”, “Repubblica”, “Il Centro”, “L’Espresso”, “Il Tirreno”) e Ernesto Paolozzi, docente di filosofia contemporanea e autore di numerosi volumi (ultimo: “Il liberalismo come metodo”).

Certo nel prologo si avverte che la lotta di classe nel mondo globalizzato è stata rappresentata come un non senso, un residuato ideologico, un “antiquariato politico”. E però si nota che in questo stesso mondo “otto persone da sole detengono una ricchezza smisurata”.   Tra queste lo spagnolo Amancio Ortega inventore della griffe “Zara”, il monopolista messicano Carlos Slim Helù, gli statunitensi Jeff Bezos, Michael Bloomberg, Warren Buffett, larry Ellison, e i profeti dell’era internettiana Bill Gates e Mark Zuckerberg. Tutti insieme possiedono 426 miliardi di dollari, l’equivalente di ciò che deve spartirsi una metà della popolazione mondiale. Ecco perché, secondo gli autori,  “la lotta di classe non ha mai smesso– neanche nel nuovo millennio – di contrapporre privilegiati e svantaggiati”. Però si sta svolgendo al contrario: “ricchi sempre più ricchi contro poveri destinati a rimanere tali, mentre arretra il ceto medio, o la working class nella definizione anglosassone”. Sembra di ascoltare, nel libro, osservazioni emerse all’ultimo Congresso della Cgil, da Landini e compagni.  Leggiamo infatti:  “il lavoro – salariato, precario, impiegatizio, intellettuale – è stato costantemente svilito e mortificato in questi anni. In occidente, e in Italia in particolare, ancor più che nei paesi emergenti. I temi del lavoro sono scomparsi dal lessico pubblico, se non nella recente retorica del “jobs act”, affrontati solo e soltanto come una questione di mercato da riformare”.

Troviamo così, nel testo di Vicinanza e Paolozzi, una specie di viaggio nelle nuove ricchezze, incominciando dai paradisi fiscali dove “la nuova internazionale dei ricchi si è fatta beffa dei sudditi”. E dove si possono trovare,  citando i nomi scoperti da  “Panama papers”, la corte di oligarchi di Putin, i dignitari del Partito comunista cinese, la famiglia dell’allora premier britannico Cameron e quella dell’islandese (poi dimissionario) Gunnlaugsson, il presidente ucraino Poroshenko e l’argentino Macri, i fedelissimi di Marine Le Pen. Mentre si scopre che ammonta a 50 miliardi di dollari annui la somma sottratta alle popolazioni dell’Africa attraverso pratiche assimilabili alla nostra evasione fiscale.

E in Europa? Qui “il solco scavato tra governati e governanti non ha precedenti”…I partiti storici della ricostruzione post-bellica, i cattolici popolari, i socialisti e i liberal-democratici, “si stanno rivelando culturalmente disarmati nel fronteggiare una complessità impressionante”.L’analisi è carica di un forte pessimismo: “non si intravedono modelli di società in grado di sostituire il crollo degli schemi novecenteschi”. La globalizzazione “si è trasformata in uno scardinamento delle classi sociali e delle faticose conquiste dei ceti produttivi”. La reazione è nel populismo che, secondo gli autori, “ha occupato gli spazi lasciati maledettamente vuoti dalle culture politiche tradizionali”. È saltato lo schema storico destra/sinistra “sostituito dalla rappresentazione dello scontro di chi è dentro il sistema e di chi si sente escluso”.

Che fare dunque dopo questa spietata illustrazione? Vicinanza e Paolozzi hanno in testa un’idea: “rimettere insieme i cocci di un pensiero liberale e socialista per gli anni a venire”. Immaginano così “una forza politica, un partito (nel senso ampio di strumento di organizzazione di ideali e passioni) di tipo nuovo, in grado di portarci fuori dalla palude politica nella quale il mondo occidentale affonda”.Un partito capace di “combattere gli eccessi della democrazia, costruire una società nella quale la redistribuzione del reddito, della ricchezza accumulata, consenta di ‘lavorare meno per lavorare tutti’, disegnare nuovi spazi di libertà nell’ambito dei diritti individuali compreso quello per la liberazione dal lavoro”. Un tema questo della liberazione “dal” lavoro, sul quale nel libro si ritorna spesso citando Jeremy Rifkin  (“La fine del lavoro”), Domenico De Masi, Martin Ford. Una scelta che scaturisce dall’idea che le nuove tecnologie sono destinate a far scomparire il lavoro. Tesi però smentita, ci permettiamo di osservare, da altri studiosi che hanno intravisto, accanto a innesti digitali, nuove espansioni lavorative. Mentre in Giappone si è cominciato a licenziare i robot incapaci di tessere necessarie relazioni umane.

Non ci convince, in definitiva, l’idea che la diseguaglianza nasca solo in relazione al reddito percepito. C’è anche una questione di identità, di ruolo, di partecipazione, di potere, di una presenza nel processo lavorativo non basata solo sulla giusta mercede. Sono le “Utopie quotidiane” su cui ha lungamente scritto ad esempio Bruno Trentin nel suo “Da sfruttati a produttori” oppure nel testo  “La città del lavoro”. Può aprirsi a questa tematica la prospettiva indicata dagli autori del libro quando auspicano  “un rinnovato socialismo democratico e liberale deve potere coniugare il riformismo con il più intransigente radicalismo sul terreno della giustizia sociale, sul recupero del valore del lavoro come elemento essenziale per l’affermazione della dignità umana”?

 

Sembrano del resto dar ragione alla nostra ipotesi di una possibile liberazione “nel” lavoro piuttosto che “dal” lavoro le citazioni che chiudono il volume. Con un liberale come Luigi Einaudi che scrive va come “il problema sociale più urgente non è di crescere la ricchezza dell’uomo, ma di fargli sentire perché egli lavori e produca…occorre non buttar via le macchine, ma rendere bella e desiderabile la vita di coloro che governano le macchine.”

Rimane certo essenziale che si realizzi quello che gli autori auspicano in conclusione, ovvero la presenza di un “nuovo principe” come “argine alla degenerazione demagogica della democrazia”, capace ad esempio di ricostruire i “corpi intermedi e del tessuto sociale consumatisi negli ultimi anni”. Perché “la democrazia parlamentare per quanto necessaria è insufficiente se i cittadini non si riorganizzano, se la politica non si industria per favorire nuove forme di aggregazione in grado di sostituirsi alla crisi dei sindacati, dei partiti, delle associazioni laiche e religiose, di quelle comunità che rappresentavano, difendevano e promuovevano valori e interessi su cui si fonda una società plurale e consapevole”.

Insomma questo “Diseguali” è un volume ricco di spunti. Può servirci a districarci in un mondo che spesso ci appare oscuro e pericoloso.

 

Bruno Ugolini