La lezione responsabile
dei sindaci contro
il muro populista

I sindaci italiani, in maggioranza, sanno benissimo che la legge deve essere rispettata e non sarà una ribellione quella avviata da Leoluca Orlando, sindaco di Palermo. Non sarà neppure una nobile denuncia solo in nome della solidarietà e dell’umanità. Solidarietà e umanità sono sentimenti e valori dei quali il vicepresidente del consiglio e ministro dell’interno, per insensibilità e per calcolo elettorale, non sa proprio che farsene. Di fronte a una ribellione gli verrebbe facile rispondere con i muscoli, raccattando qualche applauso, come la sua mentalità  gli suggerirebbe e i voti gli potrebbero consentire, come di primo acchito ha già provato, agitando il ricatto dei soldi (cioè dei finanziamenti pubblici ai comuni, finanziamenti che non sarà di certo lui a decidere, visto che sono le leggi a stabilirli), suscitando il consenso di molti dei suoi fan, probabilmente non tutti e di nuovi improvvisati custodi delle istituzioni. La protesta dei sindaci, alle prese con un decreto che si ritiene sbagliato (perché ingiusto, lesivo di diritti fondamentali, inapplicabile) mi sembra invece un richiamo: un richiamo al rispetto della Costituzione (e all’avvio di un percorso che conduca al giudizio della Corte costituzionale). Mi sembra pure un invito a discutere e a ridiscutere, come buon senso e senso democratico dovrebbero garantire, alcune parti del decreto, con argomenti molto concreti, pratici, non solo questioni umanitarie, ma anche costi, costi economici e sociali, qualcosa che riguarda alla fine molto da vicino la “sicurezza” proprio dei concittadini di Salvini, perché non c’è dubbio che il decreto genera clandestini (centoventimila in due anni secondo quanto scrive il Corriere citando l’Ispi) e che i clandestini, immigrati cioè senza residenza, senza aiuti, senza possibilità di inserimento, fantasmi per lo stato italiano, possono facilmente cadere nelle mani della criminalità organizzata (in buona parte, ovviamente, italiana) o vanno ad elemosinare agli angoli delle strade.

A Leoluca Orlando, a Pizzarotti (sindaco di Parma, già cinque stelle), a De Magistris (Napoli), a Nardella (Firenze), a Falcomatà (Reggio Calabria), a Zuccalà (Pomezia, cinque stelle), a Decaro (Bari), presidente dell’Anci (Associazione dei comuni italiani), a questa schiera di pericolosi eversori, si è unito, dopo una conforme dichiarazione dell’assessore ai servizi sociali Majorino, il sindaco di Milano, Giuseppe Sala. Vale la pena di trascrivere quanto si legge nella sua dichiarazione: “Salvini, ci ascolti e riveda il decreto.  Così non va. Da settimane noi sindaci le avevamo richiesto, anche attraverso l’Anci, di ascoltar la nostra opinione su alcuni punti critici, per esempio ampliando i casi speciali e garantendo la stessa tutela della protezione internazionale ai nuclei familiari vulnerabili, anche attraverso lo Sprar, oggi escluso dal decreto sicurezza per i richiedenti asilo. Occorre  inoltre valutare l’impatto sociale ed economico del decreto sulle nostre città, già in difficoltà a causa di una legge di bilancio che ci ha tolto risorse nella parte corrente: più persone saranno in strada senza vitto e alloggio, più saranno i casi di cui noi sindaci dovremo prenderci cura. Ministro, ci ripensi…”. Lo Sprar è, cioè era, il sistema di protezione per richiedenti asilo e rifugiati, gestito dagli enti locali, grazie ad un fondo nazionale per le politiche e i servizi dell’asilo e con l’aiuto delle realtà del terzo settore, per assicurare vitto e alloggio, appunto,  assistenza, orientamento, inserimento socio economico…

Siamo di fronte ad una esemplare manifestazione di responsabilità, di civiltà democratica, di critica costruttiva, persino di cortesia. Alla quale, per dar man forte al socio, il vice primo ministro Di Maio ridens ha risposto così: “Solo propaganda elettorale”. Mi verrebbe da rispondere in malo modo. Mi autocensuro, per cortesia anch’io. Sottolineo solo quale sia il concetto di responsabilità, quale sia la cultura democratica e quale sia la miseria intellettuale e morale di un ministro della Repubblica di fronte a un problema come l’immigrazione e di fronte a tanti sindaci che rappresentano milioni di cittadini italiani, sindaci italiani, che, da Orlando (che ha semplicemente impartito ai suoi uffici la disposizione di sospendere l’applicazione della legge 132/2018, in attesa di verifiche) in poi, non si sono azzardati a mandare a quel paese Salvini: hanno soltanto invocato precisazioni e correzioni a proposito di un provvedimento (contestato, peraltro, non ora, ma da tempo), la cui applicazione graverà sulle loro spalle.

Steve Bannon con Matteo Salvini

A proposito ancora di “ribellione”, a questo punto, mi verrebbe da citare H.D. Thoreau, il grande americano che praticò la disobbedienza civile, rifiutando di pagare tasse ritenute ingiuste e accettando in compenso la galera, insegnando così che è ammissibile respingere le leggi quando esse siano in contrasto con la coscienza e con i diritti dell’uomo. Soprattutto vorrei citare lo stesso vice primo ministro nonché ministro dell’interno che comiziando a Bari nel 2016, conscio evidentemente dell’insegnamento del filosofo di Concord, Massachusetts, non esitò a dichiarare: “Invito, al di là del partito , qualunque amministratore locale a seguire la sua coscienza e se ritiene sbagliata questa legge a non applicarla”. Confermò il concetto ai microfoni di Radio Padania. La legge, voluta dal governo di centrosinistra, era la cosiddetta “Cirinnà” sulle unioni civili.

P.s. mi piacerebbe conoscere nel merito il pensiero di amministratrici cinque stelle di due grandi città, non certo “risparmiate” dall’immigrazione, come Roma e Torino.