La lezione di Zuzana:
saranno le donne a salvare l’Europa

Saranno le donne a salvare l’Europa? Freniamo l’enfasi e moderiamo gli entusiasmi. E però la vittoria di questa signora, Zuzana Čaputová, è arrivata proprio come una bella notizia. La nuova presidente della Slovacchia (paese piccolo ma non inessenziale, come cercheremo di spiegare) ha tante qualità da sembrare l’eroina d’una favola agli occhi del tartassato popolo non rassegnato alla cupezza dello Zeitgeist reazionario che percorre il continente in fatto di costumi e cultura e di prepotenze nazional-sovraniste in politica. Zuzana crede nell’Europa, anche se non le piace quella che si è cristallizzata a Bruxelles ben rappresentata dal rivale che ha battuto nelle urne, Maroš Šefčovič, vicepresidente della Commissione Juncker e commissario all’Energia, e ne propone un rilancio, meno ossessionato dalle discipline di bilancio e più attento alle politiche sociali. È a favore dell’integrazione degli stranieri e quindi all’accoglienza delle quote di immigrati fin qui seccamente respinte dal governo di Bratislava. È schierata nella difesa dei diritti delle donne e dei diritti civili in genere, è favorevole ai matrimoni gay e alla possibilità di adottare da parte delle coppie omosessuali. Si propone di combattere la corruzione, che a Bratislava e dintorni ha mandato a picco un governo e il partito socialdemocratico (molto sui generis) che lo dominava con il disvelamento dei truci rapporti con la criminalità emersi dopo l’omicidio del giornalista Ján Kuciak e della sua compagna Martina Kušnirová. Invita al coraggio i tanti cittadini onesti cui quel sistema ripugna e sprona i media a fare la loro parte senza soggezioni per il potere.

Zuzana Čaputová

È – dicono – una bravissima avvocata ed è una donna molto colta. Il suo primo discorso dopo la vittoria lo ha pronunciato in cinque lingue: slovacco, cèco, ungherese, ruteno e roma, la lingua dei Rom. Tanto per ribadire la volontà di rispecchiare, rispettandolo, il crogiuolo di culture che convivono in questo angolo d’Europa e che qualcuno vorrebbe aizzare le une contro le altre. E tanto per segnalare che debbono finire le odiose discriminazioni che non solo (ma molto) in quella parte del continente vengono esercitate contro i rom e le altre minoranze.

Ma soprattutto Zuzana è una ecologista convinta e combattiva. La sua rapida ascesa nei favori popolari l’ha cominciata combattendo i veleni di una discarica per rifiuti speciali a Pezinek, il sobborgo di Bratislava dove abitava: un caso emblematico del disastro ambientale che affligge tutti i paesi del fu blocco del socialismo reale, dove le produzioni vanno ancora a carbone, dove le grandi dighe, come quella slovacco-ungherese di Gabčikovo sul Danubio, sconvolgono gli equilibri dei fiumi, dove le campagne sono avvelenate e dove la tutela del territorio e della salute continua a venir sempre dopo i feticci della crescita industriale. Perché, per passare dal particolare all’universale, queste regioni d’Europa fanno la loro brutta parte ben più della media nel rendere l’aria maligna a tutti e spingere verso il disastro del riscaldamento globale.

Insomma, la nuova presidente slovacca, che va orgogliosa del premio Goldman che le è stato attribuito per i suoi “meriti ecologici”, si presenta come l’incarnazione di uno spirito pubblico in controtendenza che induce a un qualche ottimismo sul futuro della politica in Europa. Non è l’unica né la prima. Katharina Schulze, che sei mesi fa fece raddoppiare i voti dei Verdi nelle elezioni bavaresi e sta rapidamente crescendo come leader nazionale, ha le stesse idee, si propone gli stessi obiettivi e mostra la stessa energia e la stessa straordinaria capacità di farsi capire dai cittadini. Cittadini, altro che “popolo”. I Verdi sono il partito tedesco che, secondo gli studi dei politologi, è il più lontano dal populismo imperante. E anche Zuzana Čaputová è fatta di quella pasta: l’ha detto chiaro e tondo. Anzi, ne ha fatto il principale slogan della sua campagna: io combatto il populismo e il sovranismo.

Son tutte e due giovani, Katharina poco più che trentenne, Zuzana non ancora quarantaseienne e madre di due ragazze adolescenti. E sono tutte e due, se così si può dire, “molto donne”. È netta, infatti, l’impressione che una parte importante del loro successo vada cercata proprio nella loro condizione e nella loro sensibilità femminile (che è piaciuta, evidentemente, anche a molti elettori maschi). Psicologi e sociologi possono mettersi a studiare come e perché le donne siano più attente degli uomini alla necessità di salvaguardare l’ambiente in cui viviamo tutti e quanto questo si traduca in convinzioni e militanza politiche. Tanto, si direbbe: in Germania tra i Verdi le donne sono una netta maggioranza e lo stesso accade nei paesi del Centro e del Nord Europa. In Danimarca, qualche anno fa, in un partito della sinistra ecologista si discusse se fosse il caso di introdurre le “quote azzurre”, per limitare l’eccessiva preminenza femminile.

Katharina Schulze

Non sappiamo come sia andata a finire, ma non c’è dubbio che sulle questioni ambientali gli squilibri di potere tra i generi, sbilanciati a favore dei maschi anche al nord, appaiano invertiti. L’ecologia è più femmina che maschio.

E più giovane che vecchia, vista l’età di Greta Thunberg, la terza Musa, la più sorprendente, della rivoluzione culturale che sta riportando l’ambiente al centro dell’agenda politica europea e occidentale. Il grande successo della mobilitazione messa su dalla giovanissima, geniale e caparbia studentessa svedese è un segnale forse ancora più eloquente dei successi elettorali di Schulze in Germania e di Čaputová in Slovacchia. Sarebbe molto importante, specialmente per la sinistra, capire quale rapporto cercare con il potenziale che si manifesta nei cortei degli studenti e nelle urne dei loro padri e fratelli maggiori. In termini di prospettiva, innanzitutto, ma anche con l’occhio alla contingenza del qui e ora. Leggi: le elezioni europee.

Anche perché la bella vittoria di Zuzana ha un altro segno politico importante. Il presidente della Repubblica in Slovacchia ha un potere limitato, il suo è un ruolo di indirizzo generale e la sua unica arma politica è la moral suasion. Il governo non è cambiato e non dovrebbe cambiare, almeno non subito, la politica estera di Bratislava. La Slovacchia fa parte, come si sa, del gruppo di Visegrád, pur se ne ha interpretato le linee politiche con una coerenza meno feroce degli altri anche nei confronti dell’Unione europea, tanto da essere l’unico paese del gruppo ad aver adottato l’euro (e a tenerselo stretto, indicano i sondaggi d’opinione). Questo è accaduto anche perché da qualche anno alla guida del governo c’è un partito socialdemocratico, lo Smer, che per quanto sull’immigrazione abbia adottato una linea quasi altrettanto chiusa e ostile quanto gli ungheresi, i polacchi e i cèchi, e non si sia tenuto lontano dalle tentazioni della corruzione, ha evitato gli scivolamenti illiberali alla Orbán o alla Kaczyński. Non fosse che per evitare l’ostracismo da parte della famiglia socialista europea.

Greta Thunberg

La presidenza Čaputová non dovrebbe cambiare radicalmente la posizione internazionale della Slovacchia, ma ci si può aspettare che la sua influenza si faccia sentire sul capitolo dei rapporti con Bruxelles, che favorisca una rottura del fronte di Visegrád nella guerra aperta alle istituzioni europee, forse anche per quanto riguarda la questione delle quote di accoglienza dei profughi. Ma soprattutto vale il dato politico: Zuzana Čaputová ha dato una bella mazzata al sovranismo autocompiacentesi vincitore sempre e dappertutto e alle teorie della democrazia illiberale dei suoi scomodi vicini del sud, Orbán, e del nord, Kaczyński. Gli echi si propagano in tutta Europa e si sentono anche a Roma e dintorni, nelle stesse ore in cui in Turchia Erdoğan incassa la sconfitta a Istanbul e Ankara e in Ucraina gli altri campioni del populismo triumphans, Petro Poroshenko e Juljia Timoshenko, debbono cedere il passo all’enigmatico terzo incomodo Volodymyr Zelenski. Giornate buie per i sovranisti d’ogni bandiera.