La guerra fredda dell’antidoping
Che ha già perso la partita

Anche San Marino adesso fa la voce grossa con la Russia. Insieme ad altri 28 paesi, Stati Uniti e Gran Bretagna in testa.

La guerra fredda, ultima edizione, passa anche attraverso il doping nello sport. Una settimana fa il New York Times ha fatto uscire la notizia che la Wada, l’agenzia mondiale antidoping, ritiene che difficilmente si potranno inchiodare gli atleti russi, pizzicati a barare e a gareggiare con una farmacia a disposizione. Non ci sono prove sufficienti per 95 su 96 di essi. Nonostante il rapporto di Richard McLaren, l’avvocato canadese, grande accusatore dei ragazzi di Putin, e le rivelazioni di Grigory Rodchenkov, ex capo del laboratorio antidoping di Mosca, rifugiatosi a Los Angeles (due suoi collaboratori sono morti in circostanze che fanno pensare). Indagini e accuse, via via annacquate e boicottate, hanno svelato però la pratica, da parte dei russi, di un doping di Stato: pianificato, organizzato e praticato con attività consolidate e scenari degni di una spy story scritta da John Le Carré.

E’ presto per dire, come è stato fatto con alcuni frettolosi titoli, se lo scandalo esploso alla vigilia delle ultime Olimpiadi, Rio 2016, e che portò alla clamorosa esclusione dell’atletica leggera russa dai Giochi, finirà in una bolla di sapone. A dicembre dello stesso anno, si parlò di un bubbone che coinvolgeva 1115 atleti di oltre trenta discipline sportive. C’è da esaminare, quindi, ancora un bel po’ di materiale. Nel frattempo, molte nazioni hanno messo le mani avanti, fingendo di fare le verginelle: non vogliamo la Russia alle prossime Olimpiadi invernali in Corea del Sud (febbraio 2018).

L’antidoping continua a perdere la partita, nonostante squalifiche pesanti e ripetute in tanti sport che hanno coinvolto anche personaggi di primo piano. Fa cilecca perché il fenomeno delle provette, del sangue riciclato o potenziato, di altre alchimie, è un business incontrollabile, un mostro alimentato dalle mafie internazionali, dalle lobby farmaceutiche, dalla corruzione degli apparati sportivi internazionali. Dalla voracità di chi pratica lo sport ai più alti livelli agonistici: i premi in denaro sono lì per essere presi e ingrossare il conto in banca.
Non stiamo certo invocando il serto d’alloro per i vincitori. Ma il doping è una Piovra che non smette di infilare i suoi tentacoli ovunque. Se negli anni, lentamente, a piccoli passi è cresciuta la capacità di colpire i dopati e gli apparati che li sostengono (fino ad un certo punto, perché è facile punire l’atleta, più difficile mettere le mani addosso a chi lo induce a farsi di tutto: per scarsa volontà politica di inchiodare chi sta più in alto), bisogna riconoscere che l’industria del doping è andata avanti ugualmente, i fatturati sono cresciuti, i bari si sono moltiplicati e molti altri l’hanno fatta franca. Con gli sponsor che brindano. Fino ad alimentare il partito degli antiproibizionisti: legalizziamo il doping, permettiamo a chi deve fare una Olimpiade o un campionato qualsiasi di assumere tutti i farmaci che il medico-stregone gli consiglia per migliorare la propria prestazione. Così finisce questo festival dell’ipocrisia. Liberi tutti. Scacciate via i cattivi pensieri, smettetela con questo moralismo borghese e continuate ad applaudire la grande impresa, l’exploit, il record dei record. Forse un giorno, si arriverà a questo. Una deregulation come per tante altre cose di questo nostro mondo.

Non si riesce ad annientare la cultura del doping perché fino a quando esisteranno organismi di controllo che sono emanazione dello sport stesso, sarà difficile trovare una linea retta, di rigore e trasparenza. Occorrerebbe, forse, un organismo terzo, scientifico e giuridico, esterno al mondo sportivo e alle sue gerarchie. Non si vuole fare questo. Sono in ballo troppi interessi. La stessa agenzia antidoping (la Wada, che è emanazione del Cio, il Comitato internazionale olimpico) ha dato spesso l’impressione di arrivare in ritardo sui casi più eclatanti. E che alla fine scoprisse l’acqua calda.

Non solo: Cio, Wada e le singole federazioni internazionali procedono ognuno per conto proprio, a volte ignorandosi tra di loro, a volte pestandosi i piedi, a volte facendo l’uno il contrario dell’altro. Tant’è che ci sono alcuni sport (ciclismo e atletica, innanzitutto) che sono particolarmente tenuti sotto controllo, mentre altri (calcio e tennis, tanto per dire) godono di un regime quasi privilegiato, di una sorveglianza più blanda.

Il doping c’è sempre stato. Forse anche Filippide s’era fatto qualche “bomba” a Maratona. Lo sport spettacolo dei tempi moderni richiede divi e performances fuori da ogni regola. Non deve fermarsi mai, fino allo sfinimento.

Non bisogna sparare nel mucchio perché ci sono molti giovani e meno giovani nello sport di vertice che si guadagnano la pagnotta in maniera onesta e senza aiuti extra. Tutti portano come esempio positivo l’uomo più veloce del mondo: Usain Bolt. (Ma le mani sul fuoco in questi casi è meglio non metterle). Però basta leggere attentamente certe cronache per restare sbigottiti.
Nella primavera dello scorso anno si è avuta notizia dei risultati dell’indagine retrospettiva del Cio sui “casi sospetti” dei Giochi di Pechino 2008 e Londra 2012. Gli esperti sono andati a riesaminare le provette congelate durante le due manifestazioni. Ebbene, 32 sono stati i casi di positività riscontrata a Pechino su 454 (il 7,2%) e 23 su 265 a Londra 2012 (il 9%). Vicini quindi al 10%. Tanti, se si tiene conto che quella indagine non comprende la ricerca dell’Epo (diffusissima anche nelle sue varianti più sofisticate) ma soltanto gli steroidi e la trasformazione dei metaboliti.
Nella guerra fredda del doping sono entrati in scena anche i servizi segreti russi (che avrebbero sostituito a Sochi, durante le Olimpiadi invernali del 2014, le provette dei loro atleti), poi gli hacker che si sono introdotti nel database della Wada, divulgando informazioni riservate su alcuni atleti di vertice statunitensi. Lo stesso Rodchenkov, prima complice del sistema, poi accusatore, ha detto agli americani che per “coprire” gli intrugli che egli stesso dava a ragazzi e ragazze, faceva bere loro del Chivas e del Dry Martini.
Chissà quali retroscena tra Cremlino e Casa Bianca nascondono queste vicende. Il doping di Stato è stato praticato ed è praticato da tutte le maggiori potenze (vogliamo parlare della Cina?). Modestamente lo abbiamo praticato anche noi, ad esempio nell’atletica leggera, quando fioccavano le medaglie e Sandro Donati, il grande accusatore, veniva messo all’indice. Con Coni e federazioni benedicenti.

Rassegniamoci: non ci sarà mai uno sport pulito. Alla prossima puntata.