La Groenlandia si sta sciogliendo
e diventa il grande affare del secolo

Il presidente Trump ha espresso l’interesse degli Stati Uniti per l’acquisto della Groenlandia. La Danimarca, di cui la nazione artica fa parte con una sua autonomia, assieme alle isole Fær Øer, ha risposto, tramite il ministro degli Esteri Ana Lone Bagger, con un tweet bonario. “La Groenlandia – ha cinguettato Bagger – è ricca di risorse importanti come i minerali, l’acqua più pura, il ghiaccio, il pesce e altri alimenti marini, riserve di energia. Ed è una nuova frontiera del turismo e dell’avventura. Siamo aperti a fare affari, non siamo in vendita”. Non andrà insomma così liscia come nel 1867, quando gli Stati Uniti comprarono l’Alaska dall’impero russo che non sapeva che farsene di quella landa desolata. E infatti Trump, irritato dalla risposta, ha annullato il suo viaggio in Danimarca prevista a settembre.

Oggi la regione artica, che è il punto in cui un mare sempre meno ghiacciato e sempre più blu separa Eurasia e America del Nord, è il domani del pianeta, al centro di una partita commerciale, strategica e politica affollata di giocatori: Stati Uniti, Russia, Canada, Danimarca, Islanda, Norvegia, Finlandia e la Cina. Cosa c’entra quest’ultima con l’Artico? Pechino definisce la Cina, che pure non fa parte della riviera del grande Nord, “uno degli Stati continentali più vicini all’Artico”. Con l’inesorabile processo di scioglimento dei ghiacci, anche nei più rosei scenari, praticando serie politiche ambientali, fra venti o trent’anni, prevedono gli scienziati, la regione artica sarà navigabile per almeno tutti i mesi estivi.

Si aprono rotte commerciali, certo, ma anche enormi problemi per le popolazioni: milioni di cinesi potrebbero dover abbandonare la costa e ritirarsi all’interno. La Cina è un osservatore permanente al Consiglio Artico, fino a pochi anni fa una specie di club per diplomatici in pensione, oggi un forum dove non manca mai la presenza dei ministri degli esteri dei Paesi membri. Tuttavia, il forum non avrebbe alcun titolo per gestire una crisi tra gli Stati interessati alle enormi risorse dell’aerea in termini di elementi naturali, come il gas, o di opportunità economiche, siano esse nuove rotte commerciali o prospettive di popolamento di una zona enorme.

Marzio Mian, giornalista e studioso della regione artica da anni, ha pubblicato per Neri Pozza il libro “Artico, la battaglia per il grande Nord”. Su Wired scrive un articolo intitolato “Artico, la strada più corta, il surriscaldamento globale scioglie i ghiacci dell’Artico: si apre un nuovo mare, parte la “gara polare” di Cina, Russia e Usa per sfruttarne le enormi risorse ancora inviolate”. L’Artico è contendibile? Alla catastrofe dello scioglimento dei ghiacci corrisponderà l’arricchimento di grandi gruppi che speculeranno sulle ultime terre che possono dare ricchezza e vita? Secondo Mian c’è una grande cecità non solo politica, ma anche giornalistica su questo tema. Soprattutto in Groenlandia, con la partecipazione economica cinese, vi sono infrastrutture gigantesche che stanno nascendo. Porti, strade, aeroporti: la via della seta del Nord, con i passaggi finalmente praticabili, farà risparmiare non meno di quindici giorni di navigazione rispetto al lungo giro attraverso Suez.

In Groenlandia, nel piccolo paese di Narsaq, nel Sud, la Cina ha aperto la più grande miniera di uranio del mondo. Pechino ha avviato altre tre grandi attività estrattive nel Paese artico, una delle quali di zolfo. Erano stati progettati tre nuovi aeroporti co-finanziati dalla Cina. Due sono stati bloccati, più per volere degli Stati Uniti che per decisione della Danimarca.

“A quelle latitudini il bicchiere è mezzo pieno e l’uomo brinda scrive Marzio Mian su Wired- da quando ha lasciato gli altopiani africani non si fa sfuggire simili cuccagne. Il ghiaccio si scioglie, recede, si rompe? Meno rotture di scatole per cavalcare l’onda del progresso, del profitto, della globalizzazione. Si chiama Polar Rush, è la corsa di stati e corporation alle immense risorse nel Grande Nord, ora disponibili grazie al climate change: secondo l’agenzia governativa U.S. Geological Survey solo il valore di petrolio e gas – il 40 per cento delle riserve mondiali – si aggirerebbe intorno ai venti trilioni di dollari, l’equivalente del Pil annuale degli Stati Uniti, mentre la regione conterrebbe il 30 per cento di tutte le risorse naturali. Una nuova corsa all’oro, che molti chiamano la rapina del secolo”.

Gli Stati Uniti, a loro volta ingolositi dalle prospettive di guadagno, devono difendere i loro interessi strategici: a Thule, in Groenlandia, hanno la più grande base strategica dell’emisfero settentrionale. Nel Nord-Est dell’Islanda, c’è una baia che si chiama FjnnaFjord: lì sorgerà un grande porto a partecipazione cinese lungo la rotta transpolare, il resto dei soldi l’ha messo il porto di Brema. La Cina ha un enorme bisogno di gas naturale e, mentre gli USA polemizzavano sui dazi, trattavano la vendita di enormi quantità di combustibile dell’Alaska con funzionari cinesi di alto rango.

E la Russia? Per territorio, risorse e accessi ha la posizione più vantaggiosa, anche dalla parte del Pacifico, e non solo nel Nord. Cresce, anche da parte di Mosca, la corsa alla militarizzazione e, nello stesso tempo, agli investimenti. Si sono fatte strade e altre grandi infrastrutture dove c’era solo una tundra non percorribile. Ora si faranno anche le ferrovie. C’è poi una dimensione dimostrativa, che conta molto: nel 2007 la Russia ha opzionato simbolicamente miliardi di dollari di gas nelle riserve artiche facendo piantare una bandiera di titanio sul fondo della dorsale Lomonosov, impiegando per l’operazione due sottomarini. La Cina ha risposto attraversando con la sua rompighiaccio “Drago delle Nevi” tutte le tre le rotte percorribili, il passaggio a Nord-Ovest, che attraversa le acque statunitensi e norvegesi; la rotta marittima settentrionale che passa per le acque russe e infine la rotta transpolare, che passa proprio per il Polo Nord. Adesso Trump dice di voler comprare la Groenlandia. Tutti accampano diritti al di là dell’area economica marittima di pertinenza esclusiva.

La sentinella non pagata, come i britannici chiamavano il ghiaccio, se ne sta andando, e una delle ultime zone ricche di vita è diventata l’affare del secolo.