Sovranisti d’Europa
con Salvini: l’Alleanza
affonda tra le assenze

La foto metterebbe tristezza, se non fosse che ci sono ottimi motivi per stare (politicamente) allegri considerando il tonfo del Grande Appuntamento della Destra Europea che Matteo Salvini aveva convocato a Milano per aprire la campagna elettorale per il 26 maggio. Una stretta di mano a quattro abbastanza tetra: lui, per una volta con una giacca “borghese”, l’unico con il sorriso sulla faccia. E poi Jörg Meuthen, esponente, neppure di primissimo piano, di Alternative für Deutschland, il partito che vuole liberare la Germania dalla peste islamica e sui cui deputati pendono procedimenti in tribunale per aver negato l’Olocausto; un tale Olli Botro del partito dei Veri Finlandesi, una formazione che ebbe un certo successo (il 19%) alle ultime elezioni agitando spauracchi xenofobi e furibonde polemiche contro i paesi mediterranei che spendono e spandono ai danni dei virtuosi contribuenti nordici; un quasi altrettanto sconosciuto Anders Vistisen, del partito del popolo danese fondato dalla pasionaria anti-tasse Pia Kjærsgaard, che ebbe una clamorosa avanzata (oltre il 20%) alle ultime elezioni promettendo drastiche, ma impossibili, riduzioni di imposte e l’uscita dall’Unione europea.

Salvini a Varsavia nello scorso gennaio

Questi quelli che c’erano: due partiti del lontano nord e uno del paese, la Germania, che nella propaganda della destra populista di casa nostra è considerato la patria dei peggiori nemici dell’Italia. Chi mancava, invece? Intanto Marine Le Pen. Eppure il nostro ministro di tutti i ministeri, giorni fa, interrogato dai giornalisti sul perché lei non ci fosse alla riunione preparatoria del Grande Appuntamento tenuta a Parigi, aveva spiegato pazientemente che là non era stata “invitata”, ma che lunedì… Infatti. Per parare il colpo, i guru dell’informazione salviniana fanno circolare in queste ore vecchie foto in cui i due appaiono abbracciati e sorridenti e il loro capo si è affrettato a precisare che Marine comunque parteciperà alla manifestazione conclusiva della campagna elettorale in Italia. Vedremo se stavolta è vero.

Poi mancava Viktor Orbán, il leader bien aimée et respecté del sovranismo continentale, il teorizzatore e primo interprete della “democrazia illiberale”, la dottrina per la quale chi vince le elezioni poi può fare quello che vuole, come reprimere la libertà di stampa, assoggettare i tribunali, mettere a servizio la Banca Centrale. Tutte cose che, come sappiamo, piacerebbero molto al vicepresidente del consiglio leghista (e anche al suo collega pentastellato).

Poi mancavano i partiti populisti e sovranisti dei paesi baltici, i bulgari neomonarchici, i rumeni ammiratori delle Guardie di Ferro, i nostalgici spagnoli di Vox, i sedicenti “democratici” svedesi, i nazionalisti fiamminghi del Belgio, il nuovo partito dei razzisti in doppio petto dei Paesi Bassi. Ma, soprattutto, mancava il polacco PiS (Diritto e Giustizia) di Jarosław Kaczyński. Un’assenza grave quasi quanto quella di Marine Le Pen, perché sui polacchi Salvini ci contava eccome. Qualche settimana fa s’era pure scomodato ad andare a Varsavia, dove lo avevano trattato con una ostentata freddezza.

Perché una serie così dolorosa di “buche”? Ci sono spiegazioni che riguardano i partiti dei diversi paesi e ce n’è una più generale. Vediamo.

Che tra la signora Le Pen e il suo occasionale compagno di danze italiano non corresse più il buon sangue d’antan s’era già intuito. Con l’avvicinarsi delle elezioni, per la destra-destra francese mostrarsi troppo inclini alle amicizie italiane può essere controproducente. I francesi più nazionalisti diffidano apertamente des italiens, loro concorrenti potenziali sugli affari e nelle relazioni internazionali: vedi la Libia e le ridicolissime storie messe su dai populisti italici (più i cinquestelle e il partitello della Meloni, ma un po’ anche certi pseudoeconomisti del Carrroccio) sul “neocolonialismo” del franco africano. Se oggi come oggi non c’è una guerra commerciale tra i due versanti delle Alpi è perché c’è l’Europa, ma si capisce che chi l’Unione la vuole eliminare o ridimensionare propugnando assetti economici nazionali e protezionismi non sia naturalmente disposto alle alleanze con la concorrenza.

Per i polacchi è diverso. Fra la Polonia e l’Italia non ci sono contenziosi economici e commerciali. C’è però un gigantesco ostacolo politico: i leghisti italiani amano la Russia e venerano Vladimir Putin e per gli attuali dirigenti di Varsavia (e un po’ tutti i polacchi, a dire il vero) questo è inaccettabile. Gli interlocutori del PiS lo hanno spiegato bene a Salvini durante la sua visita. Finché restate dalla parte dei russi chiedere la nostra amicizia è come chiedere a un prete esorcista di fare gherminella con un posseduto dal demonio. Pare che il nostro vicepremier abbia chiesto a Orbán, ben più conciliante con Mosca, di mediare e lui stesso ha, negli ultimi tempi, moderato un po’ i suoi pubblici entusiasmi per lo zar di tutte le Russie moderne. Ma il non possumus polacco resta. S’è incaricato di ribadirlo, in modo molto chiaro e perfino un po’ sprezzante, il capogruppo del PiS al parlamento europeo Riszard Legutko: fare un gruppo insieme con Salvini? Non se ne parla proprio, noi stiamo bene dove stiamo, ovvero nel gruppo Europa dei Conservatori e Riformisti, insieme con i Tories britannici (in partenza causa Brexit?), e gli italiani si facciano il loro. Se ne riparla, semmai, dopo le elezioni. Ma solo se Salvini ripudia le sue brutte amicizie moscovite.

E Orbán? Forse la sua è l’unica assenza giustificata. Il leader ungherese sta ancora, con il suo Fidesz, nel gruppone dei popolari che pochi giorni fa hanno evitato di cacciarlo come chiedevano i partiti di più sincera ispirazione cristiana e democratica e lo hanno soltanto sospeso per qualche mese in attesa che si ravveda o che se ne vada da solo. Cosa che, a quanto pare, non ha alcuna intenzione di fare.

Diffidenze, veti incrociati, conflitti esistenti o prevedibili di varia natura. Ma le pene che i sovranisti italiani stanno soffrendo nello sforzo di mettere in piedi quella che un tempo il loro capo chiamò la Lega europea delle Leghe e poi, insieme con Le Pen, il Rassemblément européen che rivolterà l’Unione come un calzino hanno una natura ben più profonda. Il sovranismo è la versione aggiornata del nazionalismo e i nazionalismi sono per definizione incompatibili con le alleanze transnazionali. È ben difficile far convivere in un gruppo parlamentare movimenti e partiti che hanno come parola d’ordine “prima i miei”, giacché i miei “miei” non sono i “miei” degli altri.  Tanto è vero che nonostante le vicinanze politiche e ideologiche che esistono tra le diverse destre nei paesi dell’Unione, nel parlamento uscente sono ben tre i gruppi in cui si dividono i parlamentari di quell’orientamento.

La mestizia della stretta di mano a Milano ha questa impossibilità come sfondo. Può darsi che a forza di insistenze e di negoziati si riesca alla fine a mettere insieme più di quattro partiti per un futuro gruppo delle destre sovraniste, per formare il quale il minimo indispensabile sono partiti di sette nazionalità (sei se ci sarà la Brexit). Ma è pura illusione o bassissima propaganda la pretesa, sostenuta dall’italiano, che esso possa essere il gruppo “più forte” nel futuro parlamento. C’è piuttosto da pensare che l’influenza politica di questo eventuale gruppo sarà alquanto limitata. La strada di Matteo Salvini in Europa, insomma, è tutta in salita. C’è soltanto uno che, in Italia, sta messo ancora peggio: Luigi Di Maio, che finora ha trovato alleati ancor meno presentabili. Ma ne riparleremo.