La Germania
e il colonialismo

Berlino è forse la città europea che sta meglio affrontando, con campagne educative e azioni civiche, gli aspetti più oscuri della sua storia, a cominciare certamente dal nazismo, come monito per i suoi abitanti attuali e del futuro. Ora la capitale tedesca, in un progetto che durerà cinque anni ed è iniziato a gennaio, offrirà eventi, azioni civiche, mostre e incontri internazionali su un aspetto storico meno noto, il passato coloniale della Germania.
Perché questa scelta? I promotori sono il Museo civico di Berlino e tre organizzazioni non governative. Intendono raccontare come l’idea di dominio propria del colonialismo, la deumanizzazione del popolo “conquistato” , la condanna dei movimenti migratori e i genocidi di due popoli, gli Herero e i Nama, assieme allo sterminio di alcune famiglie umane in Tanzania, nelle loro diverse varianti criminali e sociologiche furono utilizzate come una “prova generale” di ciò che sarebbe accaduto col nazismo.

La creazione della macchina coloniale

A differenza di altri Paesi, la Germania studiò, organizzò, elaborò una scienza e un’impostazione giuridica e pose ogni attenzione nel creare una macchina coloniale che sarebbe durata fino a pochi mesi dopo la caduta del muro di Berlino (Novembre 1989), quando la Namibia ottenne l’indipendenza. La cultura coloniale prodotta offrì molte categorie per spiegare l’idea di espansione e di ritorno a un impero, il terzo, sulle orme del sacro romano impero e del Kaiserreich, dal 1871 al 198.
Molti storici, come Jürgen Zimmerer, dell’università di Amburgo, e Jens Meirhenrich, del dipartimento di relazioni internazionali della London School of Economics, pensano che “la guerra razziale e il genocidio nell’Africa Sud-Occidentale abbiano spianato la strada al nazismo”.
In un periodo di nuova xenofobia, con forme anche molto aggressive di razzismo, gli stereotipi dei tempi coloniali tornano in giro, e questo rende importante lo studio del retroterra culturale di queste ideologie.

La strada di Anna

Vi saranno, in questi cinque anni di Memoria post-coloniale nella città, cambiamenti tangibili: nomi di strade che hanno finora reso omaggio a coloro che contribuirono all’espansione coloniale del Reich verranno cambiati con l’intitolazione di queste vie a leader di attivisti per l’indipendenza. Petersallee, nel quartiere di Wedding, strada che oggi prende il suo none da Carl Peters, fondatore della Compagnia germanica dell’Africa Orientale, diventerà via Anna-Mungunda. Anna faceva la donna di servizio nel periodo della rivolta nella Old Location, un’area segregata per i neri di Windhoek, capitale della Namibia. I tedeschi spararono al suo unico figlio, Kaaronda Mungunda.

Anna uscì, corse verso una camionetta militare parcheggiata, la cosparse di benzina e le diede fuoco. Le spararono subito o poco dopo questo gesto. Tempo fa molti residenti si opposero al cambio di nome e furono raccolte, col sostegno di AfD, cinquecento firme contrarie alla nuova intitolazione. Ora la decisione, con l’omaggio ad Anna, è definitiva.
Judith Kuhn, del museo civico di Berlino, sta lavorando a questo quinquennio speciale. Una delle organizzazioni non governative coinvolte nel progetto è Initiative Schwarze Menschen in Deutsland (ISD): per l’associazione, dice il portavoce Tahir Della, questi anni di studio, arte, informazione sul colonialismo, sono più rilevanti che mai. “L’immigrazione è ora vista come un fenomeno generato della storia postcoloniale, qualcosa che arriva da Paesi poveri per colpa loro. I Paesi ex coloniali non sono mai divenuti veramente indipendenti. In realtà vi sono ancora relazioni di dipendenza tra il Nord globale e il Sud globale, una catena che ha origine nei progetti di dominio. L’enorme numero di rifugiati è una delle tante conseguenze”.

Razzismo e colonialismo

Razzista, spietata, crudele: questa è stata la storia coloniale della Germania per gli studiosi. Sotto il cancelliere Otto von Bismark l’impero si impossessò degli attuali Cameroon, Namibia, Togo, parte della Tanzania e del Kenya. L’imperatore Guglielmo secondo, nel 1888, inviò nuove flotte. La Compagnia tedesca dell’Africa Orientale fiorì arricchendo la madrepatria. Nel 1904 vi fu il primo genocidio del ventesimo secolo contro gli Herero e i Nama, popoli che vivevano in Namibia.

La tragedia degli Herrero

Durante la battaglia di Waterberg la maggior parte del popolo Herero scappò del deserto, dove le truppe tedesche sistematicamente bloccarono il loro accesso all’acqua. Morirono di sete sessantamila persone, secondo le stime. Solo sedicimila sopravvissero alla campagna di sterminio, ma furono messi in campi di concentramento e molti morirono. Sul numero esatto vi sono ancora controversie.

Tutti gli Herero persero le loro proprietà, i loro allevamenti e ogni prospettiva per l’avvenire.
Vi fu in Tanzania, dal 1905 al 1907, una vasta alleanza di gruppi indigeni contro i colonizzatori tedeschi. Nella ribellione Maji-Maji morirono centomila persone.
Sconfitta nella Prima guerra mondiale, la Germania perse le colonie, tranne la Namibia, e il terzo Reich puntò alla conquista dell’Europa. È il concetto di genocidio uno dei punti al centro della riflessione promossa a Berlino. Una forma di criminalità politica collettiva che, secondo Jens Meirhenrich, ha assunto forme diverse nella storia: pogrom, massacri, sterminio sistematico come nel caso del popolo ebreo, morte per fame e sete, dislocamenti forzati con continue violenze e senza alcuna risorsa, come per gli Armeni. In tempi difficili e di rimonta della destra estrema, la Germania interroga la storia perché non vada smarrita la ragione.